La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.
Nella ricerca di una dimora a Milano, il caso mi portò a conoscere Giovanni Cedro, un ex partigiano che, pur avendo 86 anni, se la cavava abbastanza bene gestendosi da solo. Aveva ancora il passo fermo, grazie alla destrezza acquisita nei suoi anni d’oro come campione nazionale di marcia in montagna. Quindi, di assistenza da parte di una qualsiasi badante, neanche a parlarne. L’anziano rifiutava la sola idea di dipendere da qualcuno.
La morte della moglie però l’aveva segnato amaramente e la solitudine lo consumava piú degli acciacchi tipici della sua età. Il suo unico rifugio per riempire il vuoto era stato quello di prendersi cura di un canarino, che era diventato il suo unico compagno fedele.
Quando arrivai a Sesto San Giovanni faceva bel tempo. Era un pomeriggio mite, in cui la primavera cominciava a risvegliarsi. Gli alberi, però, erano ancora secchi. “Vedrai come rinverdiscono tra qualche settimana proprio davanti alla tua stanza”, mi disse il sig. Gianni e i suoi occhi riflettevano un’insolita allegria: per lui c’era finalmente un motivo per aspettare il domani.
Sapendo della lontananza della mia famiglia, mi accolse come la figlia che non aveva mai avuto. E io vidi in quell’anziano il padre che non avevo mai conosciuto, e che, nel mio profondo, sentivo mancare. Perciò non mi pesava dover rientrare a casa tutti i giorni (compresso i weekend) prima delle 19.30 per tenergli compagnia. In cambio, lui mi offrí una stanza a prezzo simbolico. In quel tempo riuscire ad avere un’abitazione mi sembrava un privilegio in confronto con il posto letto di 2x3 metri dei miei primi mesi di permanenza in Italia.
Di giorno andavo a lavorare come giornalista e qualche ora, quando capitava, come baby sitter. E tutte le sere ero rigorosamente a casa ad ascoltare le storie dell’ex partigiano, uomo di montagna, campione di marcia, marito premuroso e lavoratore infaticabile che –come diceva spesso- “aveva messo l’Italia in piedi”.
Ora però gli rimanevano solo i ricordi. Non c’erano più quegli anni in cui si difendeva la Patria rischiando la pelle, e -anche se da mangiare c’era solo la polenta e il formaggio- si viveva l’italianità con orgoglio. Invece, ora erano arrivati i tempi del “benessere” e dello spreco.
“L’Italia va a rotoli”, gli sentivo dire spesso. E con l’autorità che gli anni gli davano, Gianni sottolineava i suoi consigli d’italiano ancorato al passato: “Non fidarti mai dei “terroni” e nemmeno dei neri, puzzano!”. Poi, quando gli feci capire che Barack Obama, in quel tempo ancora candidato presidenziale degli Stati Uniti, era appoggiato dal centro sinistra, cominciò a cambiare (almeno parzialmente) la sua opinioni sui neri. Invece sugli italiani del centro-sud, non c’era stato niente da fare.
Cominciai così a farmi un’idea sugli italiani e del perché dei loro pregiudizi sulle persone di origine diversa. Anche in politica Gianni aveva una posizione chiara. Brontolava quando vedeva in TV come la destra governava l’Italia. E io ero lì, a sentire le sue ragioni, cosciente del fatto che per lui era importante essere ascoltato.
I suoi 86 anni non erano pochi, comunque lui continuava a rifiutare l’ipotesi di contattare una badante. E io lo capivo. Badante? Ogni volta che sentivo questa parola, provavo a tradurla in spagnolo. Niente. Ogni mio tentativo era vano. Sarà perché in molti Paesi, a differenza dell’Italia, sono i figli o parenti più cari che si prendono cura degli anziani. Nessuno affida un compito così importante a una persona estranea alla famiglia.
Ecco perché i legami familiari sono decisamente più sentiti da noi. Invece a Gianni gli capitava di non ricevere una telefonata dai suoi nipoti per periodi molto lunghi. Lui lo sapeva e non s’aspettava che le cose cambiassero neppure nel giorno del suo compleanno. E nemmeno s’attendeva una visita dei suoi fratelli che, pur abitando vicino, non si facevano sentire da quando i loro rapporti si erano incrinati a causa di vecchi dissapori.
Il distacco dalla sua famiglia lo deprimeva spesso. Tante volte l’avevo visto piangere come un bambino e lamentarsi della sua sorte, ignorato da tutti. “È brutto essere vecchio”, mi diceva con l’amarezza che solo si prova nella piú ostinata solitudine. Abbattuto, si imbottiva dei farmaci contro la depressione, ma non miglioravano sostanzialmente il suo stato d’animo.
Solo qualche gita fuori porta che gli organizzavo durante alcuni weekend gli ridava l’allegria di vivere. Lo intrattenevo con i miei racconti del Perú e lui si divertiva. Festeggiava con me i miei piccoli successi e soffriva insieme a me per le mie difficoltà di vivere in Italia. In quell’anno, Gianni era diventato il mio confidente e testimone dei miei sforzi per farmi strada in Italia. Impresa difficile, dovendo lottare contro i pregiudizi e le barriere imposti agli immigrati.
Furono appunto le mie aspettative di miglioramento nel Bel Paese che mi costrinsero ancora una volta a cambiare alloggio per intraprendere un master serale di Comunicazioni e Marketing e, nei mesi successivi, approfittare anche della borsa di studio di Lingua e Cultura Italiana che avevo vinto. Quindi, il mio compromesso di tenere compagnia a Gianni tutte le sere non era più sostenibile.
Anche se davvero dispiaciuto, lui decise finalmente di prendere una badante visto che i suoi vuoti di memoria cominciavano ad essere più frequenti. Dimenticava le date importati per lui, i nomi della gente che conosceva, le medicine che prendeva, le settimane trascorse, persino episodi completi della giornata. Nella sua fragile memoria però, il nostro rapporto, stretto e familiare, è ancora presente. E ogni volta che lo vado a trovare, Gianni mi accoglie con il suo affetto paterno. Ci vuole davvero poco per entrare nel cuore delle persone, a prescindere dalle nostre origini, età e modi di pensare.
di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli
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