La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.
Sulle mie valigie c’erano ancora le strisce messe all’aeroporto Jorge Chavez con la scritta Lima-Madrid. Non l’avevo aperte perché sapevo di dover cercare un affitto al piú presto non appena avrei raggiunto la mia destinazione: l'Italia.
Una mia lontana cugina, che il destino mi fece conoscere il giorno in cui arrivai a Milano, si trasferiva a Prato e non poteva ospitarmi oltre una quindicina di giorni. Quindi, i miei tempi erano proprio stretti per trovare lavoro e un posto per vivere.
Era agosto del 2007. Milano era deserta. E io, con le mie valigie ancora chiuse, pensavo a cosa fare. Lasciare il mio Paese, i miei lavori fissi da giornalista e da docente universitaria, la mia famiglia e una vita comoda per cominciare tutto da capo sembrava una pazzia agli occhi degli altri. Per me, invece, era un’avventura. Tutta una sfida!
D'altra parte, però, non avevo nessun piano preciso per la mia prima sistemazione in Italia. Mi rassicurava un po’ sapere di aver portato i miei risparmi, che di certo perdevano un quarto del loro valore in Europa a causa del cambio sfavorevole. Quindi, la mia serenità era relativa.
Per fortuna, la mia ingenua idea di scendere dall’aereo, lasciare le mie valigie all’aeroporto di Malpensa e trovare un affitto fu felicemente boicottata da Nelly, la mia cugina che si offrí di ospitarmi a Cologno Monzese. Fu proprio lì che trovai una delle testate della casa editrice latinoamericana dove poi mi presentai e cominciai a lavorare la seconda settimana del mio arrivo in Italia. Un primo colpo di fortuna!
Ora, mi toccava pensare all’affitto. Nella ricerca capii per la prima volta il significato di “posto letto”, una modalità d’affitto inimmaginabile per me. Essendo abituata a vivere da sola e godere del comfort di spazi ampi, pensare di condividere un appartamento con persone sconosciute mi sconcertava. Nonostante ciò, dovevo adeguarmi.
Avevo già smesso di guardare gli annunci che chiedevano 1000 -1200 euro per affittare un appartamento o 450-550 euro per una stanza, cifre astronomiche per chi è appena arrivato.
In quei giorni, però, facendo la coda per iscrivermi alla scuola d’italiano per stranieri, conobbi una mia connazionale, Leonor. Sua sorella, a sua volta, voleva affittare un posto letto nell’appartamento delle case popolari della zona Niguarda dove abitava.
La visitai quella sera stessa. Quando salii nell’appartamento e incontrai Maruja, rimasi colpita della sua accoglienza. Era una signora simpatica e amichevole.
Per sedermi, mi indicò la poltrona che si trovava in uno angolino del salotto: il giorno dopo diventò il mio posto letto. Era uno spazio di 2x3 metri in cui ci stava appena un lettino e un comodino. Niente altro. Quindi, le mie cose erano un po’ in giro tra gli armadi del salotto. Le regole a casa erano chiare (almeno in teoria). Dalle ore 20.00 in poi, dopo mangiato, il salotto doveva liberarsi perché io potessi riposare. In pratica, invece, qualche visita inopportuna rimandava il mio sonno.
Nel palazzo abitavano anche altri stranieri. Gli amici di casa erano una coppia di ecuadoregni. Lei era incinta e lui, avendo già una famiglia nel suo Paese, provava a portare avanti questo suo secondo impegno familiare, impresa difficile considerando le tante spese che implica avere una “doppia famiglia”. Ecco perché si pentirono di non aver occupato abusivamente l’appartamento del piano di sotto che, essendo libero, una sera fu preso da una famiglia di albanesi con un bebè appena nato, pretesto perfetto per non venire mandati via. Infatti, rimasero lì, in un bilocale spazioso e ben servito. L’unica ristrutturazione da fare era stata la porta principale che avevano spaccato per entrare nell’oscurità della notte.
Per quanto mi riguarda, avevo fatto mio quel posto letto di 2x3 che mi era stato subaffittato, fino a quando un giorno la signora Maruja mi confessò che non riusciva più ad affrontare la spesa dell’affitto. La soluzione, secondo lei, convertire il mio lettino in un letto castello in cui potesse starci un’altra inquilina. Rimasi perplessa. Si trattava del mio spazio! Era appena un 2x3, ma era mio. E non ero disposta a ridurlo ancora di più. Il giorno dopo cominciai a cercare un’altra sistemazione.
-“Cercasi lavoratrice straniera per condividere appartamento”, lessi su un annuncio e mi incuriosii. Solo lavoratrice straniera?, mi chiesi. Il perché del “target” predefinito mi apparì chiaro quando il titolare dell’appartamento risultò essere un italiano che offriva una stanza in cambio di qualche “generosa concessione” della sua coinquilina, rigorosamente straniera.
Avrei voluto credere che si trattasse di un caso isolato, invece no. Lo confermai quando un cinquantenne, vicino di casa, informato della mia urgenza nel trovare alloggio, mi propose di andare a vivere insieme a lui.
“Sei appena arrivata e hai bisogno di sistemarti. Io posso aiutarti”, mi disse sfacciatamente quell’italiano che non aveva la più pallida idea che anche noi, donne immigrate, ci teniamo a rispettare noi stesse. Senza dubbio, dormire su un letto castello era mille volte più dignitoso che insieme a un pervertito.
Pur avendo una nascosta vocazione militare non ero disposta a dormire su un letto castello come in una camerata dell’esercito e nemmeno avevo la minima intenzione di diventare l’amante di un italiano attempato. Perciò continuai a cercare un affitto dignitoso.
Intanto pensavo a casa mia, in Perù, dove sempre ci sono stanze spaziose e pronte per gli ospiti, invece in Italia quello di trovare un alloggio decoroso era come partecipare a una caccia al tesoro.
Ancora una volta però, il caso mi fece conoscere un volontario della Croce Bianca il cui vicino di casa, un anziano di 86 anni, ex partigiano, soffriva di una delle malattie peggiori: la solitudine.
Non aveva preso una badante perché, autosufficiente come era, non ne aveva bisogno. A lui bastava una persona con cui fare due chiacchiere. Invece quando tornava a casa ad aspettarlo c'era soltanto un piccolo canarino. Ecco perché aveva liberato una stanza del suo appartamento per alloggiare una persona che nella giornata facesse il proprio lavoro ma che di sera rimanesse a casa per alleggerirgli il peso della solitudine.
E così, qualche giorno dopo, nelle serate dell’ex partigiano e il canarino, c’ero anch’io.
di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli
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