banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press
vita
italiana
Share |
Le avventure di una giovane donna peruviana
L'apparenza inganna

La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.

 

Uscii quel pomeriggio con la macchina fotografica e il registratore nella borsa. Era una giornata particolarmente speciale per la nevicata ancora intensa su Milano, che comunque non aveva frenato il mio lavoro di giornalista.


Quando ero, però, su via dei Transiti, sentii un urlo d’allerta... un rapinatore prese la macchina fotografica dalla mia borsa. Non avevo avuto il tempo di reagire. Soltanto riuscii a vedere un piccolo zingaro che scappava e che aveva già svoltato l’angolo. E insieme alla macchina fotografica avevo perso il materiale raccolto che di certo rendeva unico e di maggior valore l’apparecchio.

 

Ero in stato di shock. Non sapevo che cosa fare e nemmeno come giustificare la perdita alla mia casa editrice. Per fortuna, però, quando arrivai alla stazione della metropolitana Pasteur vidi per caso uno dei ragazzini rom che una volta era stato protagonista di uno dei miei servizi. Il merito era stato quello di essere riuscito ad andare a scuola, smettendo così di fare una vita spericolata. Romualdo, il ragazzino rom, mi aveva riconosciuta:

 

“Ciao amica!”, mi disse e per un’attimo ebbi un pizzico di speranza, forse avrei potuto recuperare la macchina tramite il ragazzino che ben conosceva i suoi ex “colleghi” di rapina. Infatti, a Romualdo bastarono alcune telefonate e dopo un po’ ritornò con il bottino rubato. E, senza neanche saperlo, portò con lui un insegnamento.

 

- A volte facciamo davvero male a generalizzare -, pensai mentre ringraziavo Romualdo per il suo gesto. Tanti ritengono che gli zingari siano tutti da temere, invece uno di loro mi aveva dato una mano.
“Certo, quello di generalizzare le persone per la loro provenienza è una malattia molto comune. Anche noi, italiani, siamo pieni pregiudizi nei confronti degli stranieri”, mi disse don Martina, un ex direttore di banca conosciuto per caso proprio in quei giorni. Lui aveva raccolto personalmente quella percezione lavorando in giro per il mondo.

 

L’esperienza di quel uomo, ora pensionato, catturò la mia attenzione. Mi fece capire il perché anch’io ero segregata in Italia a causa della mia provenienza. Era davvero difficile essere considerata professionalmente dalle case editrici italiane perché, appunto, ero straniera. E anche nella mia vita privata sentivo la diffidenza e i pregiudizi degli altri. Per me quelle “etichette” ostacolavano il mio processo d’integrazione. Infatti, per tanti italiani, noi sudamericane, eravamo soltanto delle ragazze brave per il ballo, portate per fare i lavori “umili” e, in un certo modo, sempre in cerca di una sistemazione per il futuro con gli ambiti (?!) uomini italiani.

 

Con stereotipi così pesanti, stabilire dei rapporti genuini con gli altri era un’impresa assai difficile per me. Anche se cercavano di non farlo capire direttamente, gli italiani vedevano in me una donna immigrata con cui avere un semplice flirt, senza impegni. Giudicavo questa mancanza di considerazione molto avvilente e ciò mi spingeva a chiudermi ancora di piú, trovando rifugio solo nel lavoro.

 

E precisamente, in quell’inverno del 2008, uscii una sera dall’ufficio al calar delle tenebre. In mezzo al buio ritornavo a casa, esausta, con il pensiero della giornata appena trascorsa , rivolto in particolare a tutti quegli stranieri che dovevano lottare contro i preconcetti della gente, ma che ad ogni modo cercavano intensamente di realizzare i propri sogni in Italia.

 

Sbucai dal metrò. Senza fretta arrivai alla fermata del tram, ma mi fermai vicino a una banchina. Non avevo voglia di tornare a casa, dove  - anche se eravamo in tanti - nessuno m’aspettava.
Cercando di proteggermi dal freddo, la mia mano scivolò in tasca e, in fondo, trovai un cioccolatino fondente dimenticato che mi fece pensare alla mia vita. Era come quel sapore fondente, ogni tanto amara...ogni tanto dolce.

 

Improvvisamente lo squillo del mio cellulare mi fece sobbalzare. Mi chiamavano da una delle case editrici italiane dove avevo presentato alcuni dei miei articoli per informarmi che uno sarebbe stato pubblicato nella prossima edizione di una loro rivista. Chiusi il telefonino e, con il sorriso sul viso, diedi un morso al cioccolatino. Avevo assaggiato qualcosa di dolce.

di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli