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Le avventure di una giovane donna peruviana
Madri spezzate

La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.


Conobbi l’ecuadoriana Catalina Angüisaca una sera qualunche, dopo una intensa giornata lavorativa. Era giovedì e la scuola d’italiano per stranieri ci aspettava puntualmente. Invece io ero in ritardo perché il lavoro e il traffico milanese avevano boicottato un’altra volta i miei impegni con la scuola.


Anche Catalina era in ritardo e nello stesso pullman ci scambiammo il saluto con un sorriso spontaneo sul volto, nonostante attraversasse uno dei momenti peggiori della sua vita. Suo figlio Victor di 25 anni, non in regola, era stato mandato via. Il motivo? I carabinieri l’avevano beccato senza patente mentre guidava il furgone che usava per il lavoro trovato alcuni mesi prima. Senza il permesso di soggiorno le sue possibilità lavorative si riducevano al minimo per cui aveva comunque deciso di rischiare e di guidare senza patente.

 

Il ragazzo sapeva di trasgredire le regole da quando era rimasto in Italia con un visto da turista scaduto. D'altronde non aveva avuto alternative a causa delle barriere imposte a chi voleva trasferirsi in Europa.
Riuscire ad avere un visto per entrare nell’Unione Europea è talmente difficile per gli extracomunitari che spesso si è costretti a scegliere la via irregolare, tramite percorsi inimmaginabili.

 

Ciò nonostante, lui non aveva avuto necessità di cambiare identità né di comprare un passaporto falso per fare un viaggio clandestino perché riuscì ad ottenere un visto per turismo, un po’ per fortuna, un po’ per strategia.


A quell'epoca l’Unione Europea aveva già bloccato l’ingresso libero degli ecuadoriani. Per ottenere il visto turistico, come si fa di solito, Victor aveva spostato soldi che gli erano stati prestati da conoscenti sul suo conto, si era fatto una carta di credito ed era riuscito a farsi intestare delle proprietà tramite documenti falsi, il tutto per rendere credibile la sua posizione di turista. In questo modo sarebbe stato accettato dall’ambasciata spagnola correndo rischi minimi. E transitando dalla Spagna si era poi spostato in Italia e qui era rimasto come clandestino. Per un anno si era adattato a tutto pur di lavorare, perfino a guidare il furgoncino aziendale senza patente. La fortuna però gli aveva voltato le spalle. E il respingimento verso l’Ecuador fu l’epilogo della sua breve esperienza in Italia.

 

 “Se non esistessero tante barriere per immigrare, forse sarebbe più semplice essere in regola in Italia e lavorare tranquillamente”, disse Catalina, con il cuore di mamma spaccato nel sapere il figlio lontano ed umiliato soltanto per avere voluto tentare la fortuna in un altro Paese. “Se solo si comprendesse che il mondo è di tutti, si capirebbe meglio il concetto d’integrazione”, affermò con voce abbattuta la mamma che ora aveva la sua famiglia disintegrata.


Di famiglie disintegrate ne sa qualcosa anche Maruja Pérez. Dopo oltre 12 anni di permanenza in Italia, e viaggi saltuari in Perù per cercare di mantenere vivo il legame con la sua unica figlia Carmen, si era resa conto che la sua famiglia non le apparteneva piú. Dopo appena un anno lontana dai suoi cari, il marito se ne era andato insieme alla donna che faceva i lavori domestici nella loro casa. Di conseguenza, Carmen era dovuta andare a vivere da sola all’età di appena 17 anni. I parenti più stretti erano lontani e nonostante gli sforzi non potevano garantire quell’attenzione che richiede un’adolescente.

 

Per almeno cinque anni Maruja aveva provato a far venire sua figlia in Italia, ma era stato tutto inutile. Essendo infatti già maggiorenne la via del ricongiungimento famigliare era piú complessa e quindi avevano tentato altre strade: farle cambiare identità come boliviana o come ecuadoriana pagando ad agenzie clandestine fino a 4.000€ perché entrasse in Italia. In tutti i casi Maruja era stata truffata. Anche due anni fa, all’uscita del decreto flussi, Maruja pagò ad un’agenzia italiana 1.000€ come anticipo dei 5.000€ per ottenere un posto. Ma si trattava dell’ennesima truffa.
Dopo tanti tentativi andati a vuoto, ora era Carmen che aveva smesso di credere nella possibilità di ricongiungersi con sua madre. Aveva conosciuto un ragazzo, si era fidanzata ed era rimasta incinta. Anche lei cominciava a costruirsi una vita propria nel Paese dove era nata e dove sarebbe rimasta insieme alla sua nuova famiglia.

 

“Non riconosco più mia figlia”, mi disse una sera Maruja presa dallo sconforto dei tanti insuccessi e dal legame che andava spezzandosi con la ragazza.

 

Anche se il suo carattere sembrava forte e determinato, nel suo cuore di mamma c’era sempre il dolore di non aver potuto crescere la sua Carmen. I soldi che le mandava dall’Italia non potevano di certo sostituirsi alla vicinanza e all’affetto quotidiano di una madre.
Siccome la vita dà sempre una seconda opportunità, Maruja decisi di voltare pagina. Proprio l’altro giorno l'ho risentita tramite Messenger. Era in Perú. Adesso fa la nonna e prova a recuperare il tempo tolto alla figlia per stare con suo nipote.

di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli