La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.
Mentre camminavo tra la neve che presto si sarebbe sciolta, pensavo alle storie che avrei trovato da raccontare quel giorno. Guardavo curiosamente i visi della gente in giro, che - come me - avevano un panino tra le mani per placare la fame e proseguire la giornata di lavoro.
Avere una doppia vita non è per niente facile. In ufficio arrivavo alle 14.00, sempre di corsa, per fare la giornalista, così come avevo fatto negli ultimi 7 anni in Perù. Di mattino però facevo tutt’altro. Lavoravo, infatti, come baby sitter. All’alba ero un’immigrata come tanti altri, il piú delle volte sottovalutata, e al tramonto avevo la possibilità di dare la parola a coloro che sperimentavano sulla loro pelle le amarezze dell’immigrazione.
Ancora sulla strada verso l’ufficio ricordai le persone che finora avevo conosciuto e alle quali non bastava un unico lavoro per cavarsela sia perché non erano in regola sia perché non erano considerati lavoratori qualificati. Molti di loro riuscivano appena a fare dei lavoretti per qualche ora poiché la loro età non gli consentiva di trovare un lavoro piú stabile.
“Mi pagano meno di un lavoratore italiano e molto meno di un immigrato in regola... Questa è una forma di discriminazione e io la vivo”, mi aveva detto un giorno un egiziano cinquantenne che non voleva rivelare il suo nome e nemmeno essere fotografato. Preferiva il completo anonimato. Forse lui - come tanti altri - si era abituato a vivere nell’oscurità, “in nero”. È proprio così... Lavorare in nero, vivere nel buio e nella massima incertezza è il pane quotidiano degli immigrati.
Nell’attesa del pullman, che il traffico rallentato e la neve avevano bloccato da qualche parte, ricordai Leonor Rodríguez, infermiere peruviana di 60 anni, la cui vita era completamente cambiata dopo aver lasciato il suo paese e soprattutto la sua famiglia.
“Mai avrei pensato di lavorare così, con uno stipendio misero per fare mestieri pesanti che non avevo mai fatto in vita mia”, mi confessò una sera quando - impotente - piangeva amaramente. La ragione? L’addobbo che puliva scivolò dalle sue mani e cadde sul finissimo centrotavola della casa in cui faceva la colf. Chi sa quante migliaia di euro era costato quel pezzo di marmo, ora sbeccato. Leonor non sarebbe mai stata in grado di ricomprarlo neanche lavorando tutta la vita. Almeno non guadagnando solo 6 euro all'ora, per 8 ore alla settimana.
Le sue molte preoccupazioni, la mancanza delle sue figlie e di suo marito (tutti in Perù) e soprattutto la depressione in cui era caduta, l’avevano fatta dimagrire già 7 chili. E pure il ritmo di vita accelerato di Milano, per colpa del quale tanti immigrati hanno perso il piacere di mangiare sereni e rilassati, contribuiva a peggiorare la salute di Leonor.
Per non preoccupare la sorella che l’aveva aiutata a venire in Italia, Leonor nascondeva le sue malattie. E, poi, come sarebbe riuscita ad affrontare le spese mediche? Non essendo in regola, il Servizio Sanitario le era escluso. I pochi soldi che incassava li spediva a casa, cercando di fingere che tutto in Italia andava bene. Invece la realtà era diversa.
In quel tempo, grazie al mio lavoro di giornalista, venni a sapere dell’esistenza del Naga, centro d’assistenza per gli stranieri irregolari. Convinsi Leonor ad andarci.
Dopo un paio di settimane lei si riprese, continuava però a diventare sempre più magra. Non aveva mai voglia di mangiare, forse perché aspettava con ansia il momento di tornare a casa e ritrovare i suoi, anche se questo desiderio si scontrava con i suoi progetti di miglioramento personale ed economico per i quali aveva lasciato il Perù.
Finalmente il pullman che mi avrebbe portata in ufficio spuntò in viale Monza, strapieno di passeggeri, quasi tutti immigrati frettolosi di arrivare a destinazione. Tra di noi ci riconosciamo, sia per il colore della nostra carnagione sia per il nostro sguardo pesante ma sempre carico di legittime aspettative. Come quelle che Leonor custodiva nel piú profondo di sé.
Erano già passati 8 mesi da quando lei era arrivata in Italia e pur avendo imparato un po’ l’italiano non riusciva ad avere un lavoro full time, e nemmeno la possibilità di regolarizzarsi. Anche suo marito si era indebitato per arrivare in Spagna, pensando alla possibilità di riunirsi un domani con la moglie. Sogni spezzati! Leonor non ce la faceva più a vivere in Italia. Tornò in Perù. Così aveva deciso di finire al piú presto le sue peripezie in un Paese dove non aveva mai trovato l’opportunità di fare una vita migliore.
Allora compresi che migrare è una scelta fatta da molti. La tenacia e il coraggio nelle avversità, però, sono appannaggio di pochi.
di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli
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