La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.
Sul pullman che mi avrebbe portata in viale Monza, guardai di colpo le mie mani che erano rovinate perché fino ad allora la loro unica fatica era stata quella di scrivere al computer, mentre ora dovevano essere continuamente disinfettate e lavate prima di accudire la piccola disabile che curavo di mattino, mentre sua mamma era in ufficio.
Il mio lavoro di baby sitter era presso una famiglia italiana sull’orlo di una crisi di nervi per tutti i loro problemi. Quindi, mi toccava avere ancora più pazienza del solito. Ero cosciente che questo stipendio extra mi avrebbe permesso di cavarmela da sola perché lavorare l’altra mezza giornata facendo la giornalista, presso una casa editrice latinoamericana a Milano, non mi permetteva di pagare tutte le spese.
Anche se pesante preferivo avere una lunga giornata lavorativa, piuttosto che accettare le 'proposte' che più di una volta mi avevano offerto, forse perché ero una giovane donna immigrata. Avevo già sentito tante storie di ragazze straniere che in cambio di 'favori' erano riuscite ad ottenere i soldi facilmente. Quella non era la strada che volevo seguire. Ecco perché avevo rifiutato di essere la compagna di qualche italiano attempato. 'Dignitosa, anche se povera', mi aveva consigliato mia nonna e io ancora lo ricordavo. Ehhh… sí, povera mia nonna, morí dignitosa.
Dopo 30 minuti di strada, arrivai in tempo dai Griecco e la mamma di Martina, la bimba che curavo, mi diede un saluto secco accompagnato da qualche critica sul lavoro svolto il giorno precedente. La donna era di solito scontrosa. Le amarezze della sua vita e la separazione dal marito l’avevano resa acida. Non si fidava neanche della sua ombra e tanto meno degli altri soprattutto se erano d’origini diverse ed dalla pelle ambrata, quel colore che paradossalmente la signora, bionda e sempre pallida, cercava sotto le lampade da cento Watt.
Tante volte la mamma di Martina aveva criticato il governo auspicando un freno all’immigrazione irregolare... tante volte la bionda si pavoneggiava di essere una cittadina onesta, alla fine però aveva optato per il “più nero, più bello”. Così, faceva lavorare in nero la baby sitter e si lamentava dell’inefficienza dei politici.
Comunque, io e la signora avevamo un tacito accordo. Avevamo bisogno una dell’altra e così andavano avanti, provando a capirci.
- Tutti parlano dell’integrazione, forse perchè è di moda, ma ancora non sono riusciti ad avere degli atteggiamenti coerenti con il bel discorso-, riflettevo dopo che la signora era andata via con un gesto amaro e senza rispondere neppure all’augurio di una buona giornata. Io preferivo pensare che la neve le avesse fatto saltare i nervi.
Invece, il mio rapporto con la piccola era bellissimo, sicuramente perché i bimbi non capiscono le differenze sociali, culturali e tutte quelle regole e pregiudizi che impongono i grandi.
Martina non parlava né aveva coscienza di se stessa, come conseguenza della sua malattia degenerativa congenita. Comunque si faceva capire con gesti e sorrisi. Sono convinta che la mia piccola sarebbe stata molto contenta di vedere il regalo che le avevo fatto per i suoi 11 anni, compiti alcuni giorni prima. Purtroppo, la mamma di 'Marti' non aveva aperto il mio pensiero e lo aveva lasciato in giro vicino alla porta di casa, forse per buttarlo via al più presto. Quella sarebbe stata la scelta meno crudele invece che restituirmelo, una settimana dopo, argomentando che il mio regalino, offerto con tanto affetto, non le sembrava all’altezza delle sue aspettative.
Ad ogni modo, cercavo di capire l’esaurimento della signora Griecco motivato dai suoi impegni lavorativi e della pesante malattia della figlia. Per quanto mi riguardava, avrei continuato ad assistere Martina se le umiliazioni della signora non fossero state ogni volta piú pesanti. Come l’occasione in cui mi accusò di aver preso le chiavi di casa sua e, visibilmente arrabbiata, frugò nella mia borsa. Non trovó niente. E come se niente fosse successo, sorvolò sull’accaduto e neppure si scusò.
Già era ingiusto il fatto che non mi pagasse tutte le ore lavorate e che l’agenzia di collocamento non mi garantisse uno stipendio fisso, ma furono le continue offese della donna a sorpassare il limite perché la dignità non ha prezzo.
Quella stessa mattina le chiesi di cercare un’altra baby sitter. Era arrivato il momento di lasciare Martina, anche se mi ero davvero affezionata a lei.
Ancora adesso penso a lei con affetto. Sarà perché quella piccola, nella sua fragilità, mi insegnò come mantenere fermo il coraggio di battersi nella più amara avversità.
di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli