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Le avventure di una giovane donna peruviana
Attesa da brivido

La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.

 

Con l’approvazione del pacchetto sicurezza ero sotto scacco. La mia condizione d’immigrata irregolare e clandestina sarebbe diventata reato fra poche settimane (il tempo di pubblicarla sulla Gazzetta Ufficiale) e non ci sarebbe stata nessuna scappatoia né per me né per i circa 500 mila immigrati senza documenti in Italia. Le minacce di mandarci via si facevano concrete.

 

La fortuna mi aveva accompagnata finora, ma senza documenti tra qualche giorno sarei stata proprio nei guai. Non mi era servito a niente passare ore e ore nelle questure, nei commissariati, davanti agli sportelli immigrazione e negli studi degli avvocati per cercare di sistemare le cose. Senza un decreto non c’era nessuna possibilità di regolarizzazione, anche se avessi avuto una proposta d’assunzione lavorativa. La famiglia Del Monte, presso cui facevo la baby sitter, ci teneva a farmi un contratto regolare ma non poteva farlo. Non c’era via d'uscita. Che paradosso!

 

Tra poco non avrei nemmeno potuto inviare soldi nel mio Paese senza venire denunciata perché il permesso di soggiorno sarebbe stato richiesto per tutti gli atti amministrativi e finanziari.
Che cosa fare? Mollare il tutto e tornare in Perù? No! Mi aggrappavo ancora ai miei sogni. Da clandestina però, tutto era davvero complicato.

 

C'è chi mi consigliò di “cercare marito” prima che scattasse il pacchetto sicurezza; dopodiché  sposare un clandestino sarebbe diventato reato. Solo pensare a quella “soluzione” mi faceva venire il mal di pancia. Ero schifata per la leggerezza con cui si negoziava il matrimonio. Chiedevano da 4 mila fino a 8 mila euro, a seconda che lo "sposo" fosse cittadino comunitario o italiano. L’unione matrimoniale - almeno per me - è una vera e propria istituzione e quegli affari mi sembravano osceni.

 

Devo dire che ero distrutta. Trasgredire le norme italiane minava la mia coscienza. Da una parte, cominciavo a farmi strada in Italia e ad apprezzare la mia nuova Patria. Dall’altra, ero fuori legge. Ero a pezzi. Nonostante sia una ragazza forte, allora non era rimasto più niente di me. E, nella solitudine della mia stanza, piansi amaramente.

 

Mia nonna diceva però che quando è più buio l’alba si avvicina. Quanto era saggia mia nonna! In effetti il chiaro arrivò e il decreto che permetteva la regolarizzazione degli assistenti alle famiglie italiane fu approvato. I più contenti erano stati i Del Monte. Loro, che mi avevano accolta come parte della famiglia e che sentivano come proprie le miei peripezie di clandestina, avrebbero regolarizzato il nostro rapporto di lavoro. Per me significava ancora di più. Potevo, da ora in poi, inseguire i miei progetti di vita da immigrata in regola. E finalmente contare nel Paese che sentivo come mio.

 

Dal settembre del 2009 cominciò però la lotta per avere in mano il permesso di soggiorno. Le mille e una procedure, le innumerevoli pratiche, le convocazioni, le attese interminabili, insomma, la burocrazia che non dava tregua. E tutto ciò con la richiesta dei funzionari di avere pazienza. Pazienza? Ancora? Come se non fosse abbastanza chiaro che il benedetto documento cambia decisamente il destino di noi immigrati, ma soprattutto dell’Italia. 

di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli