La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.
ll Padre Nostro a colazione, pranzo e cena. La recita del Rosario era imperdibile prima della messa delle 17.00 e l’Ave Maria, immancabile prima di andare a letto. Nell’Istituto del Divino Amore si pregava da mattino a sera. E io, ero lì, a seguire il sacrosanto ritmo religioso delle suore di quella congregazione a Pontedera.
Devo dire che fin da piccola, sia a scuola sia a casa, sono stata allevata con gli insegnamenti del dogma cattolico. Quindi, mi dichiaro “cristiana, apostolica e romana”, come Dio e la Chiesa Cattolica comandano. Solo per tradizione di famiglia, però. In realtà, la vocazione religiosa non ce l’ho neanche per scherzo.
Tuttavia, quel settembre del 2007, a pochi giorni dal mio arrivo in Italia, ero finita in quel convento a Pontedera, per far visita a Suor Gloria, l’unica mia zia che, anche se lontana di parentado, abitava in Italia. Con i suoi 70 anni, e più di 25 di servizio al clero italiano, Suor Gloria non aveva mai ricevuto nessuna visita familiare e il nostro incontro l’emozionò talmente che spolverò il suo vecchio bauletto di ricordi. Così tra foto, pezzi di riviste, santi vari e le sue interpretazioni al pianoforte passarono i nostri primi momenti insieme, preghiera permettendo…
Già nel primo giorno di permanenza nel convento avrò recitato tanti Padre Nostro come mai avevo fatto in vita mia! Direi di avere pagato abbondantemente i miei peccatucci del passato e anche quelli futuri, pregando proprio in italiano, anche se della lingua non capivo un bel niente.
Dopo tante sacrosante preghiere arrivammo finalmente all'ora di pranzo. Benedizione in partenze e poi via… si mangiava seguendo le abitudini cristiane, quindi pane e “il sangue di Cristo”, insieme ad altre saporite pietanze.
Le suore, che a tavola non volevano saperne dell’austerità cristiana, si divertivano parecchio. Scherzavano e si raccontavano le loro storie di quando erano ragazze. Qualche volta le avevo viste arrossire; sarà stato qualche ricordo un po’ peccaminoso? O chissà l’effetto del sangue di Cristo delle vigne toscane?, me lo chiedo ancora…
Quei giorni nel convento mi servirono per imparare due cose: che le preghiere in italiano somigliano a quelle in spagnolo e che il vino toscano è il migliore che c’è. Sulle abitudini religiose, invece, preferivo pensare ancora al modo colorito con cui si vive la fede nel mio Paese.
Siccome del vino toscano non si sa niente, per rendere omaggio ai santi e alle madonnine, il popolo beve la birra nei festeggiamenti folcloristici. Dopo le parsimoniose cerimonie ecclesiastiche, i credenti insomma venerano i santi a modo loro. E la danza diventa il linguaggio di fede.
Una delle celebrazione più grandi del Sud America, appunto, dopo il Carnevale di Rio di Janeiro (Brasile) e del Carnevale di Oruro (Bolivia), è la festa della Madonna della Candelaria, che si svolge sul Lago Titicaca (Puno-Perú).
A 3.827 metri, il cuore batte intensamente, ma l’altezza non c’entra niente. Sono i rimbombi delle bande dei “collas” che fanno accelerare i battiti a ogni singolo passo dei danzatori. Dicono che in questa festa tutta la città balla. È vero. Si balla vigorosamente, giorno e notte, a ritmo delle sikuris, pujllay, wiphalas, morenadas, diabladas e delle altre 150 danze tipiche.
Pronta a partecipare a questa sagra, qualche anno prima di emigrare in Italia, anch’io indossavo un brillante e colorito abito di “cina morena”, tentando di assomigliare alle principesse aymare (un’antica popolazione peruviana). Forse non assomigliavo a loro minimamente, ma ero lì, per la prima volta.
Era la seconda domenica di febbraio, la data più pittoresca delle 18 giornate di celebrazioni della Madonna, e nessuno voleva perdersi la sfilata-concorso dei “Costumi di Luce”. I marciapiedi erano tutti occupati dai turisti arrivati da tutto il mondo e anche i balconi erano diventati vere e proprie logge.
Sulla strada, tutti i 40.000 danzatori erano perfettamente allenati per percorrere oltre cinque chilometri di tragitto e quando le numerose bande cominciarono a suonare... la città tremò. i 9000 musicisti erano i signori...il loro ritmo si faceva sentire proprio nelle vene e invitava ad una danza infinita, febbrile. Tutti, assolutamente tutti, erano catturati da quelle melodie andine, gioiose.
La madonnina era in testa al corteo. Dietro i danzatori della “diablada”. Alcuni di loro erano vestiti da angeli, gli altri da diavoli: rappresentavano l’antica lotta tra il bene e il male. Ma, in mezzo a tanta frenesia, in pochi stavano a filosofare su tutto ciò. Sarà che anche i molti brindisi (abitudine caratteristica delle feste andine) facevano la loro parte... Comunque, l’allegria scatenata, sinonimo di ballo nella cultura latinoamericana, rendeva esuberante la festa popolare. È anche giusto che sia così, altrimenti Puno non sarebbe conosciuta come la capitale del folclore peruviano.
Ora però i festeggiamenti peruviani e la madonnina Candelaria erano lontani. Ero ormai nell’Italia dei canoni cattolici e dell’uomo-chiesa. Lontani erano rimasti il misticismo delle civiltà ancestrali peruviane e la fede popolare rivolta al dio Sole e alla dea Terra. Erano arrivati invece i tempi dei dogmi, della messa domenicale a San Pietro e del Pontefice che invitava ad amarsi gli uni con agli altri nonostante le differenze, mentre la società fa esattamente l’opposto.
Pensavo a tutto ciò sul treno che mi portava da Pontedera a Milano, per incominciare la mia nuova vita. Ero arrivata da poco ed ero fiduciosa sul mio futuro nel mio nuovo Paese. E poi, le suore del convento mi avevano concesso tante benedizioni... forse gli dei ancestrali stavano diventando angeli italiani.
di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli
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