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Le avventure di una giovane donna peruviana
Vite intense

La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.

 

Una pioggia insistente e furiosa cadeva su Milano. Era quasi mezzanotte. Il mio ombrello aveva smesso di proteggermi e io, disorientata, provavo a coprirmi camminando sotto i balconi di quel viale sconosciuto. Il buio della notte mi aveva fatto sbagliare nel prendere il pullman che mi avrebbe dovuto portare fino al mio nuovo appartamento in affitto a Cinisello Balsamo. Mentre tentavo di ritrovare la strada, il vento spietato aveva spaccato l’ombrello e i miei piedi s’erano tutti bagnati.

 

“Maledetta pioggia!”, borbottai. Lo stress e la tensione accumulati nella giornata s’erano impossessati di me e cominciavo a domandarmi del perché della mia vita travagliata.

“Ma chi me lo fa fare?”-. Sapevo benissimo la risposta e tentavo di rasserenare il mio subconscio rimproverante. Era stata una mia scelta.

 

Quella sera tormentata tornavo dalle mie lezioni. Da qualche mese, dopo il lavoro, facevo un master di Marketing e Comunicazione per migliorare la mia figura professionale e venir valutata in maniera migliore nel mercato del lavoro, visto che in Italia non vengono valorizzati i titoli di studio di noi immigrati. Quindi, aggiornare e ampliare le mie conoscenze erano una motivazione talmente forte che non mi importava di dover ridurre le mie ore di sonno al minino indispensabile: Cioè, 5’30”.

 

Era mezzanotte passata quando ritrovai la fermata giusta. Nell’attesa del pullman, mi costringevo a non pensare di dover riprendere il lavoro la mattina presto. Ma, mi era impossibile. Sapevo che i giovani genitori di Gaia mi avrebbero aspettata qualche minuto prima delle 6.00, per prendermi cura della loro figliola di 4 anni e poi portarla alla scuola materna. Intanto la sua mamma e il suo papà, simpatici calabresi, si dibattevano nel traffico verso il lavoro con orari e turni sempre diversi. Facevano gli infermieri.

 

Anche se rimbambita, per le ore di sonno perse, arrivai dai Brassi in mezzo alle tenebre. Ormai ero diventata un animale notturno e il buio non mi spaventava. Un saluto veloce e via. Rimanevo io a badare alla piccola.

 

Gaia, una bimba dolce e di pelle abbronzata come me, si divertiva coi giochi che le inventavo per convincerla ad andare a scuola. Aveva imparato perfino a contare in spagnolo i gradini che facevamo per uscire di casa. Invece da Gaia io imparai che la forza di un bacio tenero è capace di prepararti per le giornate più faticose. E così, dopo aver lasciato la bambina, mi incamminavo verso l'ufficio.

 

Trascorrevo la giornata svolgendo la solita marea di cose da fare nella mia casa editrice e per le 16.30 ero già davanti al portone della scuola elementare per prendere Davide, il bambino di 8 anni che curavo fino a quando i suoi genitori, i Del Monte, tornavano dal lavoro di sera.

 

Anche Davide prendeva le mie energie coi suoi mille e uno impegni scolastici e attività varie. Le sue battute però mi facevano sempre ridere. E tra i compiti, piscina, lezioni di batteria, laboratorio e tanto altro… arrivava la sera. Salutavo i Del Monte ed ero già pronta per andare a studiare.

 

Della cena, neanche a parlarne. Non avevo né il tempo né la voglia di fermarmi da qualche parte a mangiucchiare velocemente qualcosa. E poi, non volevo perdere i miei appuntamenti con Kotler e il suo marketing strategico.

 

I miei compagni e i miei docenti al master erano professionisti in gamba. Quindi, il mio italiano colloquiale doveva per forza diventare all’altezza e, perciò, i miei compiti si raddoppiavano, sia sugli argomenti vari, sia sulla terminologia che doveva diventare più specializzata.

 

In quel momento capii la sensazione che provò Milca, una mia amica boliviana che, pur avendo padronanza dell’italiano, aveva dovuto perfezionarlo quando cominciò a studiare all’Università degli Studi di Milano. E ce l’aveva fatta!

 

Milca, di appena 22 anni, sapeva cosa voleva dalla vita. Il destino l’aveva fatta maturare in fretta per portare avanti la sua famiglia. O ciò che ne era rimasto. Essendo orfana della madre e con il padre in carcere (accusato di traffico di droga), Milca doveva affrontare tutte le sue spese da sola, insieme a quelle necessarie per la difesa legale del papà, recluso a Roma. Lei era fermamente convinta della sua innocenza. La giustizia italiana però, dopo tanti ricorsi, aveva consentito solo la detenzione domiciliare. Con il padre rientrato a casa, Milca riuscì finalmente a intraprendere i suoi studi barcamenandosi però con un lavoro part-time.

 

Era proprio una ragazza coraggiosa! E come lei, conoscevo tanti altri sudamericani che facevano cose inimmaginabili per lavorare e studiare, con l’aspettativa di costruirsi un futuro migliore in Italia. Loro ce la mettevano tutta per superare lo stereotipo che vuole l'immigrato predestinato a fare soltanto dei lavori considerati “umili”. Invece, c’era Carmen, una badante ecuadoriana che nelle sue ore libere seguiva un corso per diventare operatrice sanitaria. C’era Vladimir, dottorando in giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano e consulente al Consolato peruviano. C’erano le mie compagne dell’ufficio, studentesse di Economia e Commercio all’Università Bicocca. C’era il sig. Antonio, imprenditore peruviano, che, pur avendo superato i 45 anni, era disposto a fare un master in Amministrazione d’Impresa. Tutti avevano legittime aspettative e davanti a loro un percorso arduo per riuscire nei loro intenti.

 

Pensavo a questo in quella sera piovosa quando ero ancora alla fermata, aspettando il pullman che non arrivava. Il sonno mi vinceva. La pioggia non smetteva. Le strade si inondavano. E, io, come tanti immigrati, provavo a rientrare a casa, con tanto sonno e tanti sogni.

di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli