La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova. Conoscila nel Dimmi chi sei
Le ventuno ore di volo transoceanico e di trasbordi vari, il volo di connessione nazionale perso e la serata nera trascorsa all’aeroporto di Lima (causa: arrivo in ritardo del volo), ci interessavano poco o niente. Ero finalmente tornata in Perù.
A casa mia, ad Arequipa (sud peruviano), la mia famiglia, i miei 120 parenti, i vicini del quartiere e confini mi aspettavano ansiosi. La mia assenza di oltre tre anni si era fatta sentire così tanto che perfino un comitato d’accoglienza (presieduto dalla mamma) si era preparato da parecchi mesi prima del mio ritorno. Sembrava proprio che, dall’Italia, venisse il Papa.
Ed io volevo essere all’altezza delle loro aspettative. Sebbene non potessi portare il Papa, volevo recare il meglio dall’Italia. Il panettone (eravamo alle porte di Natale), il salame e la pasta furono i primi pensieri messi in valigia. Seguirono la grappa, i torroni, il pesto e un’altra scorta di pasta. Il parmigiano, i cioccolati, i funghi porcini e un altro bel po’ di pasta riempirono la seconda valigia. Non vedevo l’ora di far provare ai miei le bontà dell’Italia. Nel mio elenco d’italianissimi pensieri, non poteva mancare il mio italianissimo fidanzato, Stefano e le sue altre provviste di prodotti made in Italia.
E così, con le nostre valigie piene, le occhiaie stese e la stanchezza addosso, eravamo in quel 9 dicembre 2010 a tarda sera all’aeroporto Jorge Chávez, in attesa del volo riprogrammato che ci avrebbe portati a casa la mattina seguente.
Dopo i nostri voli con partenza differita, altri ritardi e scali interni, Stefano ed io raggiungevamo finalmente terra arequipeña e il sole di mezzogiorno ci costrinse ad abbandonare i vestiti pesanti dell’inverno milanese. Un’altra ondata di caldo, ancora più gradevole, fu quella che si sprigionò dall’accoglienza della mia famiglia. Baci, abbracci, palloncini colorati, fiori, cartelli di benvenuto e anche un petardo che, per inesperienza, non riuscirono ad accendere. Erano passati parecchi anni da quando avevo lasciato la casa e il rientro travolgeva i sensi e stringeva il cuore.
Gli occhi della mamma non riuscivano a credere che fossi proprio io che tornavo a casa. Com’era contenta la mamma! ma il suo ruolo di madre rimproverante nei confronti della figlia trascurata (come pensano tutte le mamme che tengono i figli lontani), non si fece attendere. Io provavo a convincerla che la mia magrezza era dovuta allo sport e che –comunque- mangiavo molto bene, e che se avevo la carnagione impallidita, era perché a Milano, nell’inverno, il sole fa fatica a farsi vedere.
Ma mia madre solo ci credette quando vide molto bene Stefano, bianco come una mozzarella, che debuttava con il suo spagnolo amateur. In realtà si trattava appena di qualche parola estrapolata da qualche film, o imparata per caso, però Stefano si faceva capire, tra segni, gesti e qualche battuta. La stessa metodologia impiegò la mia famiglia per comunicare con lui, mentre io, me la spassavo alla grande senza dover fare - tutta la volte- la traduttrice ufficiale a casa mia.
Per i miei genitori e mia sorella, gli spot pubblicitari della pasta, qualche news e il calcio erano il loro approccio massimo all’Italia e quelle settimane avevano un italiano a tavola e una peruviana- milanese a raccontare circa i modi di vita all’italiana e, perfino, a farli provare l’orgoglio nazionale: la nostra cucina. Beh, dopo una dozzina di libri divorati di cucina italiana e i consigli di qualche maestro cuoco, qualcosa avevo pur imparato, no? Nello scambio gastronomico, a casa si preparavano le pietanze peruviane per gli ospiti d’onore. Solo un piatto abbiamo rifiutato: “el cuy chactado” (porcellino d’india sviscerato e fritto intero, testa inclusa). Ci ho provato in tutti i modi di fare capire a Stefano che il “cuy” non è un topo e che se è mangiato è perché fanno tesoro delle sue proprietà nutrizionali, zero colesterolo. Ma, nemmeno i miei argomenti salutisti l’hanno convinto. Più disponibile si è mostrato, invece, nel mangiare la carne di alpaca, una pietanza da non perdersi a Cusco.
Nei pochi i giorni trascorsi a casa (gli altri eravamo in giro tra Cile, Bolivia e l’interno del Perù), sempre c’era un motivo di festa con i parenti vari e gli amici della famiglia che venivano a salutare gli arrivati. Nella festa ufficiale però c’erano i Mariachi (cantanti tipici messicani), una cinquantina d’ospiti, una pila di casse di birra e la musica allegra che si sentiva in tutto il quartiere. Non sarebbe mai successo a Milano senza che i vigili venissero a soffocare il divertimento, ma siccome anche i vicini festeggiano in Perù, nessuno sta a lamentarsi. Anzi.
Ora, nel mio quartiere silenzioso a Milano, è chiaro quanto l’America Latina festaiola è lontana. Mentre finisco questo pezzo sento assai presenti i bei ricordi di casa mia, nell’altro continente, e -allo stesso tempo- la meravigliosa sensazione del mio rientro in Italia, quella che solo si trova nel tornare a casa.
di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli
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