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Inchiesta del Naga, l'associazione di medici del capoluogo lombardo. I rom non hanno alcuna assistenza medica pubblica. Colpa di una disposizione della Ue e di una circolare della Regione Lombardia

La vita indecente dei rom a Milano

"Dobbiamo smetterla di pensare ai rom come ad un'emergenza. Sono qui da anni, alcuni dal 1998, dobbiamo affrontare con razionalità il problema delle loro condizioni di vita e di salute. Questo è garantire sicurezza, non contrapporre rom e cittadini italiani"

 

 

1.142 persone visitate in 13 baraccopoli e nel campo comunale di via Triboniano (chiuso nell'aprile dell'anno scorso) dal gennaio del 2010 fino al dicembre del 2011. Il Naga, associazione milanese di medici volontari, con il suo camper ha fatto il giro dei luoghi dove vivono i rom per descrivere la loro situazione. 

 

Il quadro che ne è uscito è impietoso, tanto da far dire a Piero Massarotto, che del Naga è il presidente, che "le loro condizioni di vita sono sotto il livello della decenza". 

 

I dati mettono i brividi: una persona su quattro non è mai andata a scuola, solo il 16% ha un lavoro in regola e solo in tre insediamenti c'era l'acqua potabile. Ovvie le conseguenze sulla salute: uno su cinque soffre di malattie respiratorie (bronchiti, faringiti e influenze), il 12% ha dolori alla schiena e agli arti e il 10,5% malattie gastroenteriche. Il 95% dei rom romeni non è iscritto al servizio sanitario né è coperto da altre forme di assicurazione medica. E questo a causa delle norme comunitarie e della circolare numero 4 del 2008 della Regione Lombardia. Per l'Unione europea un cittadino romeno o bulgaro può iscriversi al servizio sanitario nazionale solo se ha un lavoro oppure è disoccupato ma iscritto alle liste di collocamento. Altrimenti può richiedere la Tessera europea di assicurazione malattia (Team) che viene rilasciata a chi ha pagato cinque anni di contributi nel Paese d'origine. Nessun rom di Milano a quanto pare ha questi requisiti. 

 

Così hanno diritto solo alle visite d'urgenza nei pronto soccorso. Nessuna assistenza per influenza, visite ginecologiche o specialistiche in genere. A differenza del Piemonte, del Lazio e della Puglia, che hanno esteso anche a tutti i cittadini neocomunitari il diritto alle cure essenziali (e quindi ad avere un medico di base), la Lombardia (che si vanta di essere l'eccellenza medica del Paese) ha escluso questa ipotesi.

 

Le donne fanno molti figli, ma subiscono anche tanti aborti. Nei campi rom abusivi di Milano il numero medio di figli per donna è di 2,8. Almeno un terzo delle donne visitate, sopra i 14 anni, ha avuto un'interruzione di gravidanza (volontaria o spontanea) con una media di 3,8 aborti per donna. Solo l'8% ha detto di usare contraccettivi.

 

E ogni volta che le ruspe distruggono le loro case, le condizioni di vita peggiorano. Le loro abitazioni diventano sempre più precarie. In alcuni casi si è passati dalla baracca alla tenda, smontata di giorno e rimontata di notte, e in luoghi sempre più impervi e meno visibili. Durante la giunta Moratti sono stati fatti 500 sgomberi. Anzi erano uno dei fiori all'occhiello della sua amministrazione. Fumo negli occhi: si spendevano soldi pubblici, senza risolvere il problema, ma spostandolo. Un vero fallimento. Anche la nuova giunta è andata avanti con gli sgomberi, anche se bisogna riconoscere che sta tentando una strada diversa. Da dicembre infatti c'è una moratoria.

 

di Francesco Bianco



A occuparsi di loro solo associazioni e volontari

 

 

L'assistenza medica dei rom a Milano è organizzata da associazioni e volontari. Operano il Naga, la fondazione Fratelli di San Francesco, l'Opera San Francesco dei poveri e l'Ambulatorio popolare di via dei Transiti. Ci sono poi gli ospedali San Paolo e San Carlo che hanno ambulatori per immigrati senza permesso di soggiorno e che visitano anche i rom romeni. Altre strutture sanitarie pubbliche invece li rifiutano, come accade nei consultori. Secondo il Naga, infatti, è sempre più frequente incontrare donne rom in gravidanza che riferiscono di non essere state visitate.