San Paolo è stata fondata da italiani; la cultura di San Paolo è prevalentemente italiana
Antonio Araujo è un brasiliano milanese di cui forse sentiremo parlare in autunno, quando uscirà nel mercato italiano e in quello brasiliano la sua prima canzone. Non ha sempre cantato, anzi: dal Brasile a Milano la sua vita è cambiata tante volte…
Stai dando l’ennesima svolta alla tua vita. Come ti è capitato di incidere un brano?
Tutto è iniziato tornando in auto da Villa d’Este a Milano in compagnia di un mio amico tenore che aveva appena tenuto lì un concerto. Per gioco in macchina mi ha fatto cantare ed è rimasto colpito da come cantassi nonostante lo facessi per la prima volta. Così è nata l’idea di incidere un singolo: Olha ogol, un pezzo dance con un’anima brasiliana che parla di una partita di calcio e - in parallelo - di un incontro tra un ragazzo e una ragazza.
Vieni dal centro del Brasile e oggi sei milanese. Come è successo?
La mia è stata una pazzia di gioventù. Avevo 20 anni e già lavoravo a San Paolo. Avevo una ragazza di cui ero innamorato che mi ha lasciato: nello sconforto ho sentito il bisogno di scappare - da lei e dal Brasile - per dimenticare.
Perché hai scelto proprio Milano?
Ho seguito il consiglio di alcuni amici che, conoscendo Milano, mi dicevano che qui sarei stato bene; che Milano era una ‘piccola San Paolo’.
In che senso?
Sono 2 città importantissime per i rispettivi Paesi. Culturalmente molto simili: San Paolo è stata fondata da italiani; la cultura di San Paolo è prevalentemente italiana. E’ stata scelta come la ‘Milano da sviluppare’. E’ una città fantastica. Uscendo da un Paese che non ha radici proprie ma ha fatto sue quelle di altri Paesi, io – come in genere i brasiliani – ho sentito il bisogno di andare a confrontarmi con una delle culture che ha generato la nostra.
Cosa hai fatto appena arrivato?
Era un luglio di 18 anni fa. E’ stato quasi un dramma. Milano era completamente vuota; molto più di adesso. Stranieri non se ne vedevano e questo credo abbia giocato a mio favore: sono stato molto ben accolto.
Ti sei sentito subito accettato?
Credo che il discorso dell’accettazione dipenda anche da come ci si comporta: io avevo una mentalità e una cultura simile e questo mi ha portato ad inserirmi spontaneamente. Non ci sono stati gap culturali drammatici che possono bloccare un percorso di integrazione.
Qual è il primo lavoro che hai fatto?
Mi sono improvvisato barman: ho comprato un libro di cokctail e ho fatto la spesa di bevande al supermercato. Ho imparato a fare i drink, li ho offerti ai condomini del residence in cui stavo vivendo… ho trovato un lavoro in un locale appena aperto che ha avuto un grande successo. Sono diventato bravo e stimato: un’emozione forte, farcela a Milano.
Cosa rappresentava Milano per te arrivato da San Paolo?
Rappresentava un quartiere di San Paolo: mi sono sentito proiettato in una piccola San Paolo, quasi un po’ retrò.
Poi hai trovato l’amore e ti sei sposato con un’italiana.
E’ stato quando – soddisfatto del mio percorso italiano e milanese – stavo per decidere di tornare serenamente in Brasile. E’ nata una grande amicizia che si è trasformata in un sentimento profondo. Da lì a poco, con nostra grande sorpresa, è nato uno dei nostri grandi amori: mia figlia Martina, la prima di due.
Avete avuto problemi in quanto ‘coppia mista’?
Sì. Abbiamo avuto difficoltà con la famiglia della mia futura moglie. Nonostante fossimo culturalmente simili, per i sui genitori ero comunque uno straniero. E’ stato difficile anche per lei.
Avevano paura di questo brasiliano che rubava la loro figlia?
Certo: loro avevano tirato su con sacrifici la loro figlia, diventata un bravo medico, e si aspettavano che sposasse un altro medico italiano. Non si fidavano di me: per loro avrei anche potuto avere un’altra famiglia in Brasile.
Con tua moglie, un bravissimo medico, hai avuto di nuovo un’altra svolta nella tua vita.
Sì, abbiamo cominciato a collaborare insieme e abbiamo aperto un centro medico estetico. Io mi sono dato alla gestione di questo centro con discreto successo: da 15 anni ci dà da vivere.
Nel frattempo la famiglia si è allargata.
Sì: dopo Martina è nata Charlotte. Sono gli amori della nostra vita.
Le tue figlie non hanno mai subito episodi di discriminazione?
Charlotte è più brasiliana di me; ha avuto un episodio di discriminazione perché l’hanno scambiata per araba. Oggigiorno se ci scambiano per arabi sì: possiamo sentirci discriminati.
di Angiola Bellu
"La comunità brasiliana di Milano è una delle più piccole comunità di stranieri: molti di quelli che sono venuti qui, a cercare una vita migliore, stanno tornando in Brasile perché è un Paese in crescita e ora offre molte opportunità. Col tempo ho avuto modo di vedere proliferare le comunità straniere a Milano e con loro l’insofferenza degli autoctoni. Nonostante i brasiliani qui siano tra gli stranieri più inseriti nel contesto sociale, oggi c’è un po’ di sofferenza nella popolazione brasiliana che vive qui, causata dall’intolleranza. E questo più di prima. Ho visto che con la formazione di quartieri etnici, i milanesi hanno visto deprezzare il valore degli immobili e anche per questo essere insofferenti nei confronti delle comunità straniere. C’è stato un impoverimento, una chiusura della città. A differenza d’altri stranieri in Italia, i brasiliani tendono a inserirsi subito nel tessuto locale e non c'è una zona carioca.