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La Rivoluzione di Cesare

“Chiamiamoli nuovi italiani”. Con la semplicità che gli è propria, Cesare Prandelli, neo ct della Nazionale, irrompe nelle agenzie di stampa il 14 luglio scorso con questa frase, estrapolata da un’intervista di Beppe Severgnini pubblicata su “Sette”. La data, anniversario della rivoluzione francese, forse, non è un caso, perché di una piccola rivoluzione si tratta: aprire le porte della Nazionale agli oriundi, in particolare a quei ragazzi, figli di immigrati, che sono nati e cresciuti calcisticamente (e non solo) nei nostri vivai.

 

Se diamo un’occhiata alle formazioni titolari delle squadre che si sono imposte negli ultimi campionati del mondo, la notizia non desterebbe particolare scalpore in Germania o in Olanda. Nel nostro Paese non è così. Digerita la cocente delusione dei vecchi campioni del mondo la parola d’ordine, se si vuole tornare a vincere, è rifondazione. Certo, se l’Italia avesse fatto una migliore figura in Sudafrica, forse adesso non si parlerebbe di apertura verso i nuovi italiani. Ma dopo la norma varata i primi di luglio dalla Figc, che riduce da due a uno il numero dei giocatori extracomunitari tesserabili per club, la direzione presa dal governo del calcio mira ora a dare più spazio ai giocatori provenienti dai settori giovanili locali.

 

D’altronde il verdetto emesso dall’ultima rassegna iridata è chiaro: al di là dell’unità del gruppo, vincente ai tempi di Lippi, il presente e il futuro di questo sport è in mano ai ragazzi e all’integrazione dei nuovi europei nelle rappresentative nazionali. A destare maggiore ammirazione fra le squadre che partecipavano al torneo, la Spagna e la Germania hanno entusiasmato con modalità (e risultati) diversi, ma con il comune denominatore della valorizzazione delle nuove leve provenienti dai vivai dei club. La Germania, squadra rivelazione della Coppa del Mondo, ha emozionato grazie proprio all’integrazione  dei “nuovi tedeschi”, di nascita e nazionalità teutonica ma con origini straniere. Una nazionale multietnica, come alcuni l’hanno definita, che comprende giocatori come Özil, passaporto turco e nazionalità tedesca, o di origini polacca come la punta Podolski e il naturalizzato Klose, come Khedira, figlio dell’amore fra un tunisino e una tedesca o Boateng, ghanese di Berlino. Tedeschi a tutti gli effetti e lo hanno dimostrato in campo. Il merito di Löw è di aver osato, certo, ma soprattutto compreso che il futuro del pallone partiva proprio dai ragazzi di quella generazione, carichi di sogni e di voglia di riscatto, un sentimento che un’intera nazione ha condiviso assieme a loro nell’euforia dell’estate sudafricana.

 

E in Italia? Gli oriundi più famosi del calcio nostrano sono senza dubbio l’uruguaiano Schiaffino, l’argentino Sivori, il brasiliano Altafini e più recentemente Camoranesi. Oggi il cambiamento parte dal settore giovanile dove i talenti sono ormai decine. Il calcio diventa cassa di risonanza di quello che già avviene nella nostra società, come del resto è sempre stato in un Paese che vive il suo sport preferito come un melodramma. Il calcio è lo scenario perfetto, dove si mischiano passione, aggressività e appartenenza. I futuri protagonisti della Nazionale, oltre al neo italiano Amauri, saranno ragazzi provenienti da ogni angolo del pianeta, ma cresciuti calcisticamente in Italia. Nell’under 21 di Casiraghi brillano giocatori come Stefano Okaka, mamma e papà nigeriani, nato a Castiglione del Lago e italiano a tutti gli effetti dal 2008, o come Angelo Ogbonna, di origini nigeriane, da un anno in maglia azzurra. Senza trascurare il più famoso Mario Balotelli, fresco di diploma in ragioneria e di bravate, sono parecchi i “nuovi italiani” che potrebbero far parte un giorno della Nazionale maggiore. Come il centrocampista Ezequiel Schelotto, argentino naturalizzato, o Fernando Martin Forestieri, argentino di genitori italiani, capocannoniere nella nostra under 20. A questi nomi si potrebbero aggiungere anche altri calciatori nati all’estero, con almeno un genitore italiano e cresciuti calcisticamente nel nostro Paese, come Dellafiore o Santacroce, nati rispettivamente in Argentina e Brasile.

di Debora Cheli (22 luglio 2010)

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Francia, l'altra faccia della medaglia

 

 

C’era una volta la Francia dai mille colori, che 12 anni fa si laureava campione del mondo e che oggi cade a pezzi. Accanto al successo della Germania multietnica, il clamoroso flop dei Bleus ha sollevato molti dubbi. Troppi giocatori di origine straniera, nessuna unità nel gruppo e pochissimo orgoglio nazionale. Già, perché a disturbare i francesi non è tanto la prematura uscita di scena dalla Coppa del Mondo, quanto lo scarso attaccamento che i giocatori hanno dimostrato nei confronti della loro squadra. Una mancanza di rispetto che ha scatenato il putiferio. Il ct Domenech e il presidente della FFF Escalettes hanno fatto le valigie, Henry invece è stato convocato d’urgenza dal presidente Sarkozy. Anche Anelka, dopo la furiosa lite in campo con l’allenatore e gli insulti pubblicati sulla prima pagina dell’Equipe, rischia l’esclusione a tempo indeterminato. E non è finita, perché anche Ribery e Benzema se la stanno vedendo brutta con la buon costume parigina, rei di aver ceduto due anni fa al fascino acerbo di una squillo minorenne. Il calcio si conferma lo specchio di una nazione e le polemiche sul rendimento (e comportamento) dei propri giocatori, va di pari passo con  alcune questioni al centro del dibattito nell’opinione pubblica transalpina. Negli ultimi mesi infatti, si è discusso molto di identità nazionale e della proposta di legge sul divieto di portare il burka in tutto il territorio nazionale. Come se non bastasse, qualche giorno fa si sono risvegliate anche le banlieu di Parigi. Il modello d’integrazione francese, forse, ha bisogno di essere rivisto.