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Il microcredito diventa legge

Il microcredito non è certo una novità. Questo strumento finanziario, che permette di ottenere piccoli prestiti anche a chi non avrebbe garanzie da fornire alle banche, esiste in forme diverse in Europa, Africa e America Latina almeno dall’800 ed è diventato famoso nel 2006, quando Muhammad Yunus ha ricevuto il premio Nobel per la Pace proprio per il suo progetto di microcredito, avviato vent’anni prima in Bangladesh.

 

Nonostante una lunga storia però e nonostante i 133 milioni di persone nel mondo, che, grazie al microcredito, sono riusciti ad avviare una (piccolissima) impresa, in Italia non esisteva una legge che lo regolamentasse (e lo riconoscesse). Almeno fino a oggi. Da lunedì 20 settembre, infatti, è in vigore il Decreto legislativo 141 del 13 agosto 2010: la riforma del Testo unico bancario (la maxi legge che disciplina l’intermediazione finanziaria), che, per la prima volta, contiene un articolo (il 111) intitolato appunto: ‘Microcredito’. La richiesta di una norma su questo tema era arrivata direttamente dall’Europa. Il 23 aprile 2008 una direttiva europea (2008/48/CE) aveva chiesto un riconoscimento di legge a questo importante strumento finanziario. A oltre due anni di distanza la legge finalmente è arrivata.

 

La norma definisce i confini di questo strumento: sia del microcredito d’impresa (non oltre 25 mila euro per “finanziamenti finalizzati all’avvio o allo sviluppo di iniziative imprenditoriali o all’inserimento nel mercato del lavoro”), sia di quello sociale (al massimo 10 mila euro a “persone fisiche in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale”), che viene concesso per spese d’emergenza come una riparazione imprevista, un viaggio per tornare al proprio Paese d’origine (gli immigrati, tra i principali beneficiari dei microcrediti), un matrimonio. Ma l’articolo 111 stabilisce anche altre regole: impone a chi concede un microprestito di “accompagnare” i propri clienti, “assisterli”, “monitorare” le loro azioni perché siano in grado di restituire i prestiti. Questo è un principio chiave del microcredito, che la legge ha messo nero su bianco.

 

In Italia il microcredito sta crescendo a ritmi esponenziali, molto più velocemente rispetto al resto d’Europa, dove il settore è in stallo. Lo rivela un’indagine condotta dall’European Microfinance Network e, per l’Italia, dalla Rete Italiana di Microfinanza (Ritmi) in collaborazione con la Fondazione Giordano Dell’Amore (Fgda). Nel nostro Paese, nell’ultimo anno, sono stati erogati quasi 2 mila crediti da 32 istituzioni (quelle censite, 80 quelle stimate), per un valore complessivo vicino agli 11 milioni di euro. 

 

Se paragonati ai dati europei (84.500 crediti concessi nel corso del 2010 per un fatturato complessivo di 828 milioni) quelli italiani restano tuttora piuttosto bassi, ma stanno crescendo a una velocità impressionante. In due anni sono addirittura quintuplicati. Un andamento in controtendenza rispetto al resto d’Europa, dove il valore dei microcrediti si è ridotto del 6% negli ultimi due anni e il numero dei clienti addirittura del 20%. 

 

La crisi sembra aver fatto bene, almeno in Italia. In questi due anni di difficoltà economica, infatti, la domanda di credito è aumentata e la disponibilità delle banche a concederlo è diminuita. “La maggior parte delle istituzioni di microfinanza europee ha avuto difficoltà nel reperimento dei fondi e, quindi, ha ridotto i prestiti erogati”, spiegano dalla Fondazione Giordano dell’Amore. “Le realtà italiane sono ancora piccole, concedono in media 60 prestiti l’anno ciascuna e, lavorando a stretto contatto con le banche, non hanno problemi nella raccolta dei fondi anche se affrontano maggiori difficoltà nella gestione dei costi dei servizi non finanziari”. Sono quindi state in grado di soddisfare la domanda crescente di prestiti di chi è rimasto escluso dalle banche tradizionali. In particolare sono due le categorie che hanno beneficiato dei microcrediti: le donne (53% dei clienti) e gli immigrati (47%). Questi i clienti tipo delle istituzioni di microfinanza. 



di Elisabetta Tramonto (23 settembre 2010)


di Andrea Limone
A.d. Permicro

 

Se un 47% di beneficiari stranieri di microcrediti sembra una percentuale alta, PerMicro la supera nettamente. “Per i prestiti d’impresa abbiamo solo il 15% di clienti italiani, l’85% sono immigrati e stanno aumentando. Per i microcrediti sociali i clienti stranieri sono il 77%, gli italiani il 23%, percentuale eguagliata dai filippini da soli”, spiega Andrea Limone, amministratore delegato di PerMicro, la piccola società finanziaria nata quasi 3 anni fa a Torino con sedi in altre 10 città, dedicata esclusivamente al microcredito. Un prestito di 7.600 euro, restituiti in 36 mesi, con un tasso di interesse tra il 6 e il 12%. È questa la carta d’identità dell’offerta tipo di PerMicro, che ha visto i prestiti concessi più che raddoppiare di anno in anno. 150 il primo anno, 400 il secondo, quasi 1000 quest’anno. “E per il 2012 ci aspettiamo di arrivare a 4-6 mila prestiti”, dichiara Andrea Limone.



In un momento di crisi come questo, potrebbero aver bisogno di un piccolo prestito tanto gli italiani quanto gli stranieri. Perché invece il microcredito sembra essere uno strumento quasi solo per gli immigrati? 

Per diverse ragioni. Per quanto riguarda il microcredito d’impresa, gli immigrati hanno una maggiore propensione, rispetto agli italiani, all’attività d’impresa. Per indole e per necessità. Da un lato, infatti, gli stranieri in Italia sono più disposti a rischiare e sono capaci di “fare più cose” con meno soldi. Dall’altro, a parità di condizioni, se si libera un posto, è più facile che lo ottenga un italiano piuttosto che un immigrato, che quindi deve arrangiarsi a crearsi un lavoro.

Per il microcredito per fini sociali è anche peggio. È praticamente impossibile che un immigrato abbia i requisiti per ottenere un prestito personale da una società finanziaria.

 

Che giudizio ha sulla nuova legge sul microcredito? Si poteva fare di più?

È una norma eccezionale, in cui il legislatore italiano ha inserito degli spunti interessanti, in alcuni casi per prima in Europa: per esempio l’obbligo dell’accompagnamento ai clienti da parte di chi eroga il prestito. Ma il legislatore ha costruito una norma disegnata attorno a quanto esisteva già, senza inventare nulla di nuovo e senza considerare il microcredito come un vero e proprio strumento finanziario. Vale in particolare per il microcredito sociale, che è stato relegato a un ruolo marginale. In questo c’è una grossa differenza rispetto al microcredito di Mohammed Yunus (Nobel per la Pace nel 2006 proprio per il microcredito, ndr), secondo cui si tratta di uno strumento finanziario innovativo che permette di dare prestiti anche a chi non ha garanzie, con dei tassi di interesse alti, proporzionali al rischio e alla mole di lavoro che implica seguire tanti piccoli progetti. Da noi, invece, il microcredito è considerato ancora un modo per aiutare i poveri. Invece è molto di più. Capisco però le ragione del legislatore, che ha voluto tutelarsi ed evitare che il microcredito, soprattutto quello sociale, potesse essere usato da furbetti per concedere prestiti a tassi esorbitanti.