Il vento della crisi economica soffia ormai da più di due anni (la crisi finanziaria è esplosa nell’agosto del 2007). Sta travolgendo tutti (o quasi) i settori industriali e tutte (o quasi) le categorie di lavoratori. Ma chi sta pagando il prezzo più alto? C’è chi sostiene che siano le fasce più deboli, in particolare gli immigrati. Ma non è così, almeno non per i posti di lavoro persi. Secondo i dati Istat fra l’estate del 2007 e quella del 2009, l’occupazione totale in Italia è diminuita di 407 mila unità. Una cifra che deriva dal saldo tra un vero e proprio crollo dei posti di lavoro degli italiani (quasi 800 mila in meno) e un sensibile aumento per gli stranieri regolari (quasi 400 mila posti di lavoro in più). Significa che gli immigrati, anche se con la crisi hanno perso il posto, sono poi riusciti a trovarne un altro.
Poniamo ora l’attenzione sulla regione dove vive la percentuale più alta di immigrati: la Lombardia. Secondo l’ultimo rapporto dell'Orim (l’Osservatorio regionale per l'integrazione e la multietnicità, che a dicembre ha compiuto dieci anni) sono 1.170.000 gli stranieri (tra regolari e non) che abitano in questa regione, un immigrato su quattro sul totale riferito all’Italia. Il triplo rispetto ai 420 mila immigrati del 2001. Di questi si dichiara occupato (senza considerare la regolarità o meno del contratto di lavoro) il 71,5%: circa 836.500 stranieri.
Per questi lavoratori nel 2009 la crisi si è fatta sentire e 14.800 immigrati non sono stati assorbiti nel mondo del lavoro dalla richiesta delle imprese, la metà dei quali (7.000) a Milano. È la stima dell’Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Excelsior, Istat, Infocamere, Registro Imprese, Federalimentare e Ref, secondo cui un immigrato (dipendente) ha un “tasso di rischio” di disoccupazione superiore del 20% in più rispetto a un italiano. Queste cifre devono però essere inserite in un contesto difficile per tutti i lavoratori lombardi. Secondo un’indagine di Unioncamere Lombardia, infatti, ci sono 101.000 occupati in meno nella regione (tra il terzo trimestre 2009 e lo stesso periodo del 2008).
Diversa la situazione per gli immigrati titolari di un’impresa, che sembrano resistere meglio alla crisi o, se colpiti, dimostrano di riuscire a rialzarsi. Secondo l’Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza nel 2009 in Lombardia hanno chiuso la propria attività 5.334 piccoli imprenditori extracomunitari. Circa il 20% (1.100 lavoratori) non ha riaperto un’altra attività. Guardando il rovescio della medaglia significa che circa l’80% è ripartito, avviando un’altra impresa. Un dato da non trascurare.
Da anni le imprese di stranieri in Lombardia stanno crescendo a gran velocità, con un dinamismo di molto superiore rispetto a quelle italiane. Dal 2005 al 2008 le aziende di migranti della regione sono aumentate del 45,8% contro il +2,5% di crescita totale delle imprese lombarde. È quanto rivela una ricerca realizzata da Formaper, azienda speciale della Camera di Commercio di Milano (HYPERLINK "http://www.formaper.it" www.formaper.it) e Asiim, Associazione per lo sviluppo dell’imprenditoria immigrata a Milano ( HYPERLINK "http://www.asiim.it" www.asiim.it). In provincia di Milano (dove ha sede il 42,9% delle imprese immigrate lombarde) a fine 2008 le imprese controllate da migranti erano 20.144, il 7,6% di tutte le imprese attive sul territorio, il 33,5% in più del 2005. Un dato importante se confrontato con la staticità numerica delle imprese milanesi, cresciute in tre anni solo dell’1,6%. Gli immigrati si rivelano quindi l’elemento più dinamico dell’imprenditoria della capitale dell’industria italiana, Milano. A livello italiano la crescita ha toccato il 19,3% raggiungendo quota 201.225 di imprese con titolari extracomunitari.
Tra gli imprenditori immigrati in Lombardia, quelli che stanno dimostrando un tasso di crescita superiore sono i migranti est europei, aumentati del 65,7% dal 2005. E in percentuale sono cresciute più le imprenditrici (+37,3%) degli imprenditori (+32,1%). Un’imprenditoria, quella immigrata, giovane rispetto agli italiani in provincia di Milano: 39 anni contro 49.
di Elisabetta Tramonto

Imprenditore siriano che vive a Milano
La crisi sta colpendo tutti, italiani e immigrati. Molti lavoratori dipendenti hanno perso il loro posto e numerose imprese hanno chiuso i battenti. Ma c’è anche chi ha visto aumentare le sue entrate. Nuri Assi è un siriano di 39 anni, da 10 in Italia. Dopo anni di lavoro come dipendente, nel 2007 ha avviato la sua impresa di pulizie. Oggi il suo lavoro è quasi triplicato e la crisi non lo ha toccato, anzi. È partito con un dipendente part-time. Oggi ne ha sei: cinque egiziani e un italiano.
La crisi ha avuto un effetto sulla sua attività imprenditoriale?
Conosco moltissimi colleghi imprenditori, immigrati e non, che hanno dovuto chiudere la loro attività. Io no, anzi, nell’ultimo anno ho ottenuto il lavoro di pulizie da 11 nuovi condomini. Non è facile, soprattutto a causa del peso delle imposte. Il mio profitto è bassissimo, guadagno poco più dei miei lavoratori che pago tra i 1.200 e i 1.500 euro al mese. Ma la crisi non ha ridotto i miei guadagni. Ho continuato a crescere.
Qual è stato quindi l’antidoto per resistere alla crisi?
Prima di tutto la qualità del lavoro. Credo che garantire un’alta professionalità ai clienti sia l’unico modo per resistere alla crisi. È importante anche la comunicazione, integrarsi nella società italiana e sapersi relazionare con i clienti, parlando il loro linguaggio. Non parlo solo della lingua, ma di capire quello di cui hanno bisogno. Ed è importante avere voglia di lavorare, molto, in primo luogo da parte dell’imprenditore. Non basta far lavorare i propri dipendenti. E credo che sia fondamentale trattare i lavoratori al meglio, mettendosi alla pari con loro. Io lavoro con i miei ragazzi. Quando siamo in divisa non si capisce chi è il datore di lavoro e chi il lavoratore.
L’accusa di molti italiani ai lavoratori immigrati è di guadagnare in Italia per poi mandare soldi nel loro Paese. Che cosa ne pensa?
Non è il mio caso. Io non ho mai mandato niente alla mia famiglia, perché non ne ha bisogno e perché io ho sempre voluto costruire il mio futuro in Italia. Se però la maggior parte degli stranieri manda i propri guadagni a casa, non vedo che cosa ci sia di male. Qui pagano le tasse, l’affitto, la spesa. Perché non dovrebbero usare quanto gli resta come preferiscono?