Sei miliardi e 752 milioni di euro. È ancora altissima la cifra che nell’ultimo anno gli stranieri hanno spedito dall'Italia nel loro Paese d’origine (quasi mezzo punto percentuale di Pil italiano: lo 0,44%), ma la curva della crescita è in netto calo. La crisi ha iniziato a erodere questo tesoro. In valore assoluto nel 2009 le rimesse sono aumentate del 5,8% rispetto al 2008, pochissimo rispetto ai rialzi vertiginosi – fino al 1.000% in totale - registrati dal 2000 al 2008. A sottolinearlo è uno studio realizzato dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre su dati della Banca d’Italia.
L’impatto è ancora più visibile negli importi pro-capite delle rimesse (quanto ogni singolo straniero manda alla sua famiglia d’origine). Il numero di immigrati che vivono in Italia (circa quattro milioni, dati Istat al primo gennaio 2009), infatti, è aumentato molto più velocemente delle rimesse. Risultato: nel 2009 ogni persona ha mandato a casa in media 1.735 euro, il 6,7% in meno dei 1.859 euro del 2008, già diminuiti dai 2.057 euro del 2007 (-9,6%). Fino a quell’anno le rimesse avevano registrato una crescita continua, con incrementi a due cifre (tra il 2003 e il 2004 addirittura dell’80%). Nel 2008, invece, c’è stata un’inversione di tendenza e i soldi mandati nei Paesi d’origine da parte degli stranieri in Italia hanno iniziato a diminuire.
Le cifre ufficiali però, fotografano solo una parte della realtà. I 6,752 miliardi registrati dalla Banca d’Italia, infatti, considerano soltanto i canali ufficiali - le banche, le agenzie di money transfer e le poste – non le vie informali: familiari, conoscenti e corrieri. "Se calcolassimo anche questi ultimi, il dato potrebbe essere il doppio: circa 13 miliardi di euro", dichiara Valeria Benvenuti, la curatrice del rapporto (vedi intervista a lato).
La Fondazione Moressa ha effettuato un’analisi più approfondita, tracciando le rotte delle rimesse: in quali Paesi sono dirette e da quali regioni italiane arrivano. La prima destinazione è l’Asia, dove viene inviata quasi la metà dei trasferimenti dall’Italia (49,5%): più di 3,3 miliardi di euro. Un quarto sono destinati ai Paesi europei (quasi 1,7 miliardi di euro). Della rimanente parte, circa il 12,4% defluisce in Africa e quasi il 13% nel continente americano.
Tra le regioni italiane il Lazio continua a costituire il nocciolo duro delle rimesse. Nell'ultimo anno sono stati inviati quasi due miliardi di euro, pari al 27,7% del totale nazionale. Seguono, a distanza, la Lombardia (1 miliardo e 330 milioni di euro) e la Toscana (934 milioni). In Campania e in Puglia l’aumento rispetto al 2008 è stato quasi del 20%, mentre Emilia Romagna e Umbria sono le uniche due aree che hanno visto una contrazione, rispettivamente, del 4,3% e del 2%.
Ma, guardando i dati dei singoli territori, ce n’è uno che balza all’occhio: la provincia di Prato. Nel 2009, in media, ogni immigrato residente nell’area ha mandato a casa 16.760 euro. Dieci volte la media nazionale. Per i cinesi che abitano nella zona la cifra è ancora più alta: "circa 42 mila euro a testa all’anno", spiega Silvia Pieraccini, giornalista de 'Il Sole 24 Ore' che vive a Prato e ha scritto un libro sulla presenza dei cinesi nell’economia della città (“L’assedio cinese”, appena pubblicato da Edizioni Gruppo 24 Ore).
Spesso però a Prato l’economia immigrata si tinge di illegalità: è di pochi giorni fa la notizia di un’inchiesta, coordinata dalla direzione distrettuale antimafia, su un’agenzia di trasferimento di denaro che avrebbe riciclato grandi somme di provenienza illecita. Circa 5 miliardi, secondo la guardia di finanza, i soldi spediti in Cina sotto forma di rimessa, anche passando per altre regioni italiane.
"A parte gli episodi di illegalità, a Prato si può vedere la propensione degli immigrati cinesi a non investire i propri risparmi in Italia, ma a mandare tutto in Cina", spiega Silvia Pieraccini. "Una parte delle somme inviate come rimesse sono invece destinate ad acquistare le stoffe usate per fabbricare gli abiti a Prato. Arrivano in nero, aggirando controlli doganali, a costi bassissimi e devono essere pagate fuori dai canali ufficiali. Le rimesse sono una modalità perfetta per farlo".
di Elisabetta Tramonto (15 luglio 2010)

“Gli stranieri che vivono in Italia inviano nel loro Paese d’origine cifre enormi. Se consideriamo sia i canali ufficiali che quelli informali si tratta di circa 13 miliardi guadagnati in Italia e spediti all’estero”. È questa la stima di Valeria Benvenuti, ricercatrice della Fondazione Leone Moressa di Mestre, che ha analizzato i dati della Banca d’Italia per fotografare la situazione delle rimesse che partono dal nostro Paese.
Le rimesse degli immigrati stanno diminuendo. Perché? È solo colpa della crisi?
“Certamente la crisi è la ragione principale. Abbassando i guadagni e tagliando posti di lavoro, ha costretto gli stranieri a ridurre quella parte di risparmio che negli anni precedenti inviavano nel loro Paese d’origine. Soldi che oggi servono per vivere in Italia. Ma non è tutto. La riduzione delle rimesse risponde anche a una scelta: perseguire una sorta di ‘progetto di integrazione’. Il tentativo di stabilizzarsi in modo permanente in Italia è dimostrato dal forte incremento dei permessi di soggiorno per motivi familiari. Aumentano così i casi in cui le famiglie hanno raggiunto i primi stranieri arrivati, facendo cadere la necessità di mandare soldi a casa. Questo spinge gli immigrati non solo a restare qui, ma anche a investire nel nostro Paese proprio quelle risorse che in situazioni diverse sarebbero andate all'estero”.
Ma per cosa vengono usate le somme inviate nei Paesi d’origine?
"Il primo scopo è aiutare i familiari che lo necessitano. Non solo per la sopravvivenza, anche per realizzare dei progetti. Così diventano anche delle forme di investimento, in particolare per chi ha intenzione di tornare un giorno a casa. Le rimesse sono il migliore strumento di supporto nelle situazioni di difficoltà, molto più degli aiuti internazionali. Perché sono mirate: raggiungono le persone che ne hanno bisogno. Gli aiuti internazionali, invece, arrivano a delle strutture societarie, non ai singoli”.
Oltre sei miliardi è una cifra notevole, mezzo punto di Pil prodotto nel nostro Paese che però viene speso o investito all’estero. Dal punto di vista dell’Italia è una grande perdita. Come si potrebbe fare per trattenere questi capitali?
“Servono politiche pubbliche che spingano gli stranieri a investire quel denaro nel nostro Paese e serve, soprattutto, un processo complessivo di integrazione: sociale, economica e lavorativa. È necessario favorire il ricongiungimento familiare degli stranieri con i loro cari rimasti nel Paese d’origine. Per investire in Italia, un immigrato deve sentirsi italiano e deve aver voglia di restare e di costruire un progetto qui. Anche in ambito lavorativo devono esserci delle condizioni che non lo discriminino. Per esempio non possono esistere, come invece esistono, differenze enormi tra il titolo di studio di uno straniero e la sua mansione in Italia”.