L'articolo 6 della Costituzione fissa un principio democratico d'integrazione molto importante. La Repubblica non si limita a riconoscere o addirittura a tollerare che sul suo territorio ci siano gruppi di persone che usino un linguaggio diverso dalla lingua ufficiale, ma s'impegna a promulgare leggi che tutelino le minoranze linguistiche. L'Assemblea Costituente ha deciso per una loro forte salvaguardia come risposta alle pesanti limitazioni che queste popolazioni hanno vissuto durante il Ventennio fascista. Il termine alloglotta veniva utilizzato per riferirsi con un certo disprezzo agli abitanti dei territori conquistati con la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale, quindi altoatesini e giuliani. In questo modo il governo centrale negava sul piano di principio le differenze etniche, dando un senso di maggiore unità nazionale. In quegli anni furono molte le leggi repressive approvate. Al momento questa tutela ha trovato viva applicazione negli Statuti di alcune Regioni, dove risiedono i cosiddetti alloglotti, ovvero comunità che si esprimono in una lingua diversa rispetto a quella ufficiale del Paese in cui vivono. Ci si riferisce al Trentino Alto Adige per la garanzia delle minoranze ladine e tedesche, al Friuli Venezia Giulia per gli sloveni e alla Valle d'Aosta per i francofoni. Affianco alle minoranze linguistiche riconosciute dalla legge ve ne sono altre che ancora non godono di alcuna forma di tutela. È sufficiente pensare alle popolazioni di origine albanese presenti in diverse regioni meridionali, l'occitana (in Piemonte e Calabria), la greca (in Calabria e in Puglia), la catalana in Sardegna e la serbo croata in Molise. Il paradosso è che in questo modo su circa 2 milioni e mezzo di alloglotti, adesso ne sono tutelati poco più di 400 mila. Solo ultimamente in alcuni Statuti regionali è prevista la salvaguardia del patrimonio linguistico delle popolazioni locali.
La strage di Portella della Ginestra è una delle prime gravi ferite che hanno sfregiato l'Italia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e pochi mesi prima dell'approvazione della nuova Carta Costituzionale. Siamo in Sicilia, in provincia di Palermo, tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello. Finalmente i lavoratori tornano a celebrare la loro festa il Primo Maggio e non il 21 aprile come aveva deciso il regime fascista. Si protesta contro il latifondismo ancora diffusissimo nel Meridione, si chiede la possibilità di avere le terre incolte e si festeggia la recente vittoria elettorale del blocco di sinistra. La manifestazione, alla quale partecipano migliaia di persone, viene bruscamente interrotta da una sparatoria, che lascia a terra 11 persone, tra loro due bambini e altri giovanissimi, e ne ferisce diverse decine. Il Paese è scosso. Il ministro dell'Interno Mario Scelba toglie subito dal tavolo l'ipotesi della rappresaglia politica e parla di caso isolato, assegnando la responsabilità della strage al bandito Salvatore Giuliano. Molti la pensano diversamente. La tesi più credibile è che Giuliano sia stato solo la mano armata di un gruppo d'interesse formata da politici, proprietari terrieri e mafiosi che volevano dare un preciso segnale a pochi giorni dalla vittoria della sinistra alle elezioni regionali.

Il suo ultimo successo solo pochi mesi fa quando alla vigilia dei suoi 101 anni, compiuti lo scorso 22 aprile, ha annunciato nuove importanti scoperte in campo neurologico, lo stesso settore che la portò al premio Nobel per la medicina nel 1986 e alla nomina a senatrice a vita nel 2001. È la donna delle scienze italiane. Una famiglia di grande talento la sua. Ha una sorella gemella Paola, morta dieci anni fa, brava pittrice, alla quale era legatissima, tanto da spingerla a dire "con lei sono morta anch'io". Figlia di un ingegnere elettrotecnico e di una pittrice notevole, sorella di Gino, grande scultore e architetto. Contravvenendo ai desideri paterni, che la volevano indirizzare verso studi più artistici, consoni a una donna, Rita sceglie medicina e si occupa da subito del sistema nervoso, studi che non abbandonerà mai. All'Università di Torino ha due compagni che diventeranno altrettanti premi Nobel: Renato Dulbecco e Salvador Luria. La sua già straordinaria vita accademica viene femata dalla promulgazione dal Manifesto della Razza voluto da Benito Mussolini, che imponeva il blocco della carriera ai cittadini italiani non ariani. La sua famiglia è ebrea. È costretta a partire per il Belgio, dove lavora all'Università di Bruxelles, fino all'invasione tedesca del 1940. Torna quindi nella sua città, Torino, dove allestisce un laboratorio scientifico nella sua camera da letto. Ma i tedeschi assediano la città e lei è costretta a rifugiarsi nelle campagne dell'astigiano. Poi la fuga per l'Italia per scappare alla deportazione nei campi di concentramento. La famiglia Levi si stabilisce a Firenze, protetta da amici. È nella città toscana che entra in contatto con i partigiani del Partito d'Azione - lo stesso in cui milita il futuro presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi - e nel 1944 diventa medico delle forze alleate. Tre anni dopo Rita parte per gli Stati Uniti dove rimane per 30 anni e dove scopre il fattore di crescita nervoso (Ngf), che le farà ottenere il premio Nobel. La sua scoperta è decisiva per la conoscenza del cervello e per la cura di diverse malattie: dal morbo di Alzheimer al Parkinson, fino alla lebbra e al diabete. L'Ngf è una proteina segnale, fondamentale per la crescita, il mantenimento e la sopravvivenza di molte cellule nervose. Esempio luminosissimo per tutte le donne italiane, si è spesso impegnata in battaglie sociali, ricoprendo innumerevoli ruoli di prestigio. Bellissima la sua frase: "Il cervello non ha rughe".