È l'articolo che codifica la bandiera italiana, simbolo per eccellenza del nostro Paese insieme all'inno di Mameli. Come molte altre, anche la nostra, s'ispira a quella francese, costituita da tre bande verticali blu, bianca e rossa, nata dalla Rivoluzione del 1789. A idearla nel 1794, due patrioti, studenti a Bologna: Luigi Zamboni, emiliano, e Giovanni Battista de Rolandis, astigiano. I due semplicemente unirono il bianco e il rosso delle loro rispettive città, con il colore della speranza, il verde. I primi ad adottarla l'8 ottobre 1796, sono i membri della guardia civile milanese, la Legione Lombarda, e subito dopo dalla Legione Italiana composta da soldati provenienti dall'Emilia-Romagna. I colori erano gli stessi, ma la loro derivazione era diversa. L'antico stemma comunale di Milano era bianco e rosso e il verde era il colore della città dai tempi dei Visconti. Il tricolore è esposto per la prima volta a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 come bandiera della Repubblica Cispadana. Diventerà anche l'emblema della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Con la nascita dello Stato italiano nel marzo del 1861, il tricolore diventa la bandiera ufficiale del regno. La Costituzione repubblicana del 1947 conferma questa scelta. Più romanticamente si dice che il colore bianco corrisponda a quello delle Alpi, il rosso al sangue versato per la liberazione del Paese, e il verde alla speranza. È prevista una apposita tutela per la bandiera italiana, contenuto nell'articolo 292 del codice penale. Così, chiunque vilipenda con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale è punito con la multa da 1000 a 5000 euro. Che può arrivare fino a 10.000 euro se il fatto sia commesso durante una ricorrenza o una cerimonia ufficiale. Rischia fino a due anni di carcere chi intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale.
Nasce ufficialmente il Regno d'Italia. E' il giorno in cui viene promulgata la legge che assegna a Vittorio Emanuele II il titolo di re. Il processo di unificazione era stato portato a termine per iniziativa dei democratici. Giuseppe Garibaldi con la spedizione dei Mille conquista il regno borbonico delle Due Sicilie col sostegno prima diplomatico e poi anche militare di Vittorio Emanuele II e di Cavour. Molti i problemi che andavano affrontati, riassunti perfettamente dalla frase di Massimo D'Azeglio "Fatta l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani". Moltissime le differenze di lingua, di storia e di cultura tra le persone che abitavano lo Stivale. L'unità fu poi completata con la liberazione del Veneto nel 1866 e con la presa di Roma nel 1870. La Repubblica nascerà il 2 giugno del 1946.

Di famiglia aristocratica e militare, Goffredo Mameli è nato il 5 settembre 1827 a Genova, città dove sono venuti alla luce molti patrioti, primo fra tutti Giuseppe Mazzini. La sua fama la si deve alla scrittura delle parole del Canto degli Italiani a soli 20 anni, diventato poi l'Inno nazionale italiano con la musica di Michele Novaro. Venne eseguito per la prima volta il 10 dicembre 1847 sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina a Genova in occasione del centenario della cacciata degli austriaci. Trentamila persone ascoltarono l'Inno e l'impararono. Dopo pochi giorni, tutti lo conoscevano: veniva cantato in ogni manifestazione. Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: il Canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento. Frequenta le Scuole Pie del capoluogo ligure e poi diventa docente nel collegio di Carcare in provincia di Savona. Ma il suo cuore batte soprattutto per la Patria e nonostante sia morto il 6 luglio 1849 ad appena 21 anni, il suo contributo alla causa fu notevole. Tra le gesta memorabili, l'esposizione del Tricolore italiano per festeggiare la cacciata degli austriaci nel 1846. Due anni dopo partecipò all'insurrezione di Milano: mette insieme una squadra di uomini e appoggia l'azione di Nino Bixio, altro genovese, figura fondamentale del Risorgimento. Il suo intervento è decisivo e diventa capitano nell'esercito di Giuseppe Garibaldi. Torna a Genova: continua a scrivere testi musicali e dirige il giornale patriottico "Diario del Popolo". Ma poco dopo torna a lavorare fattivamente per l'Unità d'Italia. Corre a Roma, prima in aiuto di Pellegrino Rossi, poi per la proclamazione del 9 febbraio 1849 della Repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi. Caduta la Repubblica romana si trasferisce a Firenze dove è protagonista della campagna per la fondazione di uno stato unitario tra Lazio e Toscana. Poi ancora a Genova di nuovo al fianco di Nino Bixio e del suo movimento irredentista fronteggiato dal generale Alberto La Marmora. Infine nella capitale combatte contro le truppe francesi venute in soccorso di papa Pio IX. La sua morte arriva prestissimo per un fatto del tutto accidentale: viene ferito a una gamba durante i combattimenti per la difesa della Repubblica romana da un commilitone. All'inizio non sembra nulla di grave, ma si spegnerà il 6 luglio 1849 per un'infezione. La sua tomba si trova al cimitero Verano di Roma. Nel 1941 le sue spoglie vennero spostate al Gianicolo, dove il Duce aveva costruito il "Monumento ai caduti per la causa di Roma Italiana".