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La città alle porte di Milano affronta la sfida della convivenza tra vecchi e nuovi cittadini

La nuova Sesto
Immagine del reportage La nuova Sesto

Da Stalingrado d’Italia a città multietnica. In poco più di vent’anni Sesto San Giovanni è cambiata molto

Sono sparite le fabbriche, sono nati centri commerciali e grattacieli, ma soprattutto sono cambiati i sestesi. Se prima la lingua più facile da sentire qui era l’italiano o il milanese ora, semplicemente camminando per strada e chiudendo gli occhi, si potrebbe pensare di essere al Cairo o a Bucarest, magari passando per Kiev.


A tutto il 2009, secondo i dati forniti dall’Ufficio statistico del Comune, i residenti di origine straniera sono quasi 10mila su 81mila abitanti con una percentuale che supera il 10% della popolazione totale. Un numero che in provincia di Milano è secondo solo a quello del capoluogo. Cifre che non tengono conto ovviamente degli immigrati irregolari.


Egiziani, rumeni, peruviani, ucraini. Gente da tutto il mondo che ha deciso di trasferirsi ai limiti della metropoli. I più numerosi sono gli egiziani, quasi 2500, presenti e radicati nel territorio dall’inizio dell’ondata migratoria. Al secondo posto per numero i rumeni, la cui presenza è aumentata in maniera esponenziale dal 2001 al 2009, un incremento di dieci volte, da 144 a 1178. Terza comunità quella peruviana, cresciuta costantemente nel tempo, fino a raggiungere le 959 unità del 2009. Presenti, anche se in maniera minore, i filippini, gli ecuadoriani e i cinesi, il cui numero si mantenuto più o meno stabile negli ultimi cinque anni.


Una popolazione varia, ma soprattutto giovane, con un'età media di quasi 30 anni, che vive per lo più negli stessi quartieri, quelli della Sesto nuova, già meta, tra gli anni Cinquanta e Settanta, di un’altra immigrazione, quella dei lavoratori dell’Italia meridionale alla ricerca di fortuna nelle grandi fabbriche della Stalingrado d’Italia.


Macellerie islamiche, phone center, ristoranti etnici, bar gestiti da stranieri sono ormai parte del paesaggio urbano. Ma sicuramente il posto in cui la multietnicità è più evidente è la scuola. In tutta Sesto, tra asili d’infanzia e scuole dell’obbligo, gli alunni stranieri iscritti nel 2010-2011 sono 1357 su un totale di 6406, il 21% dell’intera popolazione scolastica. Una situazione che ha imposto all’amministrazione e alle scuole stesse molte sfide, anche alla luce dei tagli previsti dalla legge Gelmini che hanno colpito prima di tutto gli interventi a favore di disabili e stranieri. “Sono una facilitatrice a metà” ci spiega Paola Tassone, che lavora alle scuole elementari XXV Aprile e Oriani “faccio dodici ore con la mia classe di terza e dieci con i ragazzi stranieri, una vera miseria”. “Faccio attività di consolidamento e di rafforzamento linguistico” prosegue Paola “lavorando su un gruppo di bambini dalla seconda alla quinta elementare e seguendo il principio dell’apprendimento cooperativo”. Imparare con l’aiuto di tutti.


Nelle scuole di Sesto lavora anche la cooperativa Icaro 2000 che si occupa dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri. “Nel 2009-2010 abbiamo attivato 17 laboratori per un totale di 130 ragazzi interessati” dice Maria Angela Gervasoni, referente stranieri dell’associazione. “Laboratori di seconda alfabetizzazione per alunni appena arrivati fino a corsi per dare ai ragazzi un approccio al metodo di studio”, conclude la Gervasoni.


Oltre che nella scuola anche la cosiddetta società civile si è mossa negli ultimi anni nel campo dell’immigrazione. Il Centro Studi Problemi Internazionali (Cespi) propone dal 2006 laboratori interculturali nelle scuole e corsi d’italiano di diversi livelli, corsi a cui partecipano intorno alle 120 persone. Oltre all’attività didattica il centro conduce da 3 anni un’indagine sulle lingue parlate dai bambini delle scuole di Sesto e ha sul suo sito una rubrica chiamata “Nuovi Sestesi” che si occupa degli immigrati.


Un altro importante aiuto, sia culturale che sociale, è dato dalla Caritas
. L’affluenza degli stranieri è alta, basta osservare le file nei giorni di apertura degli sportelli, ma anche importante è l’afflusso degli immigrati ai corsi d’italiano organizzati dall’associazione cattolica. “Abbiamo più di 200 alunni” spiega Giancarla una delle organizzatrici “proponiamo corsi soprattutto pomeridiani rivolti a tutti anche agli irregolari”. “Li organizziamo da una decina di anni e siamo tutti volontari”, conclude Giancarla.

 

 

 

Sul piano sociale fondamentale è anche il contribuito dell’amministrazione che nonostante i tagli imposti agli enti locali è riuscito a mantenere alcuni servizi rivolti specificatamente ai nuovi cittadini. Come lo sportello stranieri che, come segnala l’assessore ai Servizi alla Persona del Comune di Sesto Alessandro Pozzi “li aiuta non solo nei servizi d’anagrafe, ma offre consulenze su vari temi a un’utenza di 800 migranti l’anno”. Inoltre il Comune, oltre ai servizi a cui gli stranieri possono usufruire come cittadini, offre uno sportello badanti, in cui sono raccolti 3200 profili di badanti, anche italiane, a cui le famiglie si possono rivolgere per trovare una persona che si occupi dei propri parenti anziani. Una questione molto sentita vista l’età media alta dei sestesi.

 

Nonostante i diversi interventi di istituzioni e società civile, la Sesto multietnica non è tutta rosa e fiori. Il tasto dolente riguarda la comunità rom. Una comunità non numericamente molto cospicua ma che ha creato qualche grattacapo all’amministrazione. Nel maggio 2010, infatti, dopo le ripetute proteste dei residenti e decine di sgomberi, il Comune ha avviato la costruzione di una recinzione in via Luini tra la stazione Fs e la grande area dismessa adiacente al Centro commerciale Vulcano. Obiettivo impedire il nuovo insediamento di rom sui terreni destinati a uso industriale. Una misura che sembra aver dato qualche risultato.

di Marco Brambilla

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La moschea

 

Ora la questione politica principale legata agli immigrati si chiama moschea. La comunità islamica, presente in città da vent’anni, si ritrova attualmente in via Tasso, a pochi passi dalla stazione di Sesto in alcuni locali affittati dalla comunità islamica 12 anni fa. Locali ristrutturati dal Centro Islamico e che in questi anni hanno ospitato le attività religiose ma anche sociali della comunità, come per esempio l’”oratorio” nel fine settimana.


Con la crescita nel corso degli anni della comunità, sono aumentate anche le necessità in termini di spazio. Per cercare di ospitare tutti i fedeli e le loro famiglie che vogliono partecipare alla vita comunitaria il Centro Culturale islamico ha comprato nel 2006 un’area di 1200 metri quadrati in via Vittorio Veneto, tra le fermate di Sesto Rondò e di Sesto Fs. Capannoni una volta occupati da piccole ditte e che, una volta ristrutturati, potrebbero accogliere tranquillamente tutti i musulmani di Sesto.


Potrebbero ma non possono. La situazione è ferma. In primo luogo per le proteste degli abitanti di via Vittorio Veneto che si oppongono ad avere un centro islamico nella loro via, perché troppo piccola per ospitare un gran numero di musulmani che accorrerebbero il venerdì o durante il Ramadan e perché come rispondono molti la zona si “degraderebbe”. Ma anche per le difficoltà dell’amministrazione a trovare una soluzione che accontenti tutti. La giunta di centro-sinistra, riconoscendo le difficoltà dell’ubicazione del centro in via Vittorio Veneto, si è impegnata nel Consiglio Comunale del 18 maggio a trovare una soluzione prima della scadenza elettorale della primavera 2012. Le voci su dove il Centro potrebbe essere già circolano, tra cui la zona di via Luini, proprio dove un anno fa veniva eretto il “muro” contro i rom.


Alla finestra rimangono Lega e centrodestra
. Che propongono di aspettare una legge-quadro nazionale che regoli i luoghi di culto dell’Islam e propongono un referendum tra i sestesi su un’eventuale “moschea”. E i musulmani? La comunità per bocca dei suoi rappresentanti continua la linea che ha portato avanti da quando esiste. Dialogo con le istituzioni e apertura a ogni soluzione. Ma che sia una soluzione vera e definitiva.



Work in progress

Dal 3 maggio Sesto San Giovanni, come altri comuni dell’hinterland milanese, sta ospitando una quota dei profughi, arrivati da Lampedusa e smistati in tutta Italia. Per quanto riguarda la Stalingrado d’Italia l'”emergenza profughi” invocata da Maroni ha il viso di nove uomini e quattro donne. Vengono dall’Africa occidentale, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria, dalla Guinea, dal Togo. Da quando sono arrivati i tredici profughi sono ospitati dalla casa-albergo don Sandro Mezzanotti, una struttura gestita dalla Fondazione san Carlo, una delle “anime” della Caritas Ambrosiana. Di loro si stanno occupando diverse istituzioni. L’Azienda sanitaria locale si occupa dell'assistenza sanitaria, la Caritas dei loro bisogni più “materiali” (per esempio i vestiti e il cibo), il Centro Studi Problemi Internazionali (Cespi) di costruire delle attività che coinvolgano i profughi e riescano a “riempire” le loro giornate. Come per esempio un corso d’italiano di base, iniziato il 23 maggio nella sede del Cespi di Sesto San Giovanni o la visita alla biblioteca comunale. Quello che sta succedendo a Sesto è il tentativo di costruire un modello di integrazione in concerto con le istituzioni cittadine. Nelle prossime settimane Caritas e Cespi incontreranno l’assessore ai Servizi alla Persona, Alessandro Pozzi, per discutere come operare sul lungo periodo con i profughi che ci sono ora e che rimarranno a Sesto almeno fino al 2 agosto quando dovranno presentarsi in Questura per verificare il loro status.