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reportage
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La vita delle città-satellite di Johannesburg, le loro contraddizioni, i loro colori, i loro abitanti. Un milione di persone, molti immigrati, vivono in condizioni difficili, a caccia del riscatto

Bella Jo'burg!

La mia parola chiave per interpretare il Sudafrica è Township. Il termine è stato sdoganato tra il grande pubblico grazie ai Mondiali di Calcio 2010 in Sudafrica, appena finiti

 

Per convincermi della reale diffusione, mi sono cimentata in un modesto test di verifica: alla domanda “Cos’è una Township?”, persino chi come mio fratello, appassionato di calcio ma non particolarmente ferrato rispetto alle dinamiche sociali sudafricane, ha avuto la risposta pronta!
Sebbene il “campione” sia insufficiente per dimostrare la scientificità dell’affermazione, entusiasta non esito a inserire questo dettaglio nella mia lista di effetti positivi legati ai recenti campionati di calcio. Ma con la stessa facilità con la quale i Mondiali danno, i Mondiali tolgono. Al termine è difatti rimasta appiccicata una connotazione essenzialmente mortificante: luoghi rischiosi, affollati di gente pronta a depredare a qualsiasi ora del giorno. Township sì, ma Township da evitare.


Per tentare di dimostrare la parzialità di questa reputazione, mi sono cimentata in un esercizio empirico che nella sua banalità s’è dimostrato efficace: con l’obiettivo di conoscere storie e persone, per una settimana mi sono aggirata tra quelle più famose nei dintorni di Johannesburg, detta in slang Jo’burg, accompagnata da Simon, autista-interprete e fondamentale compagno di viaggio.


Martedì, giornata ideale da dedicare a Diepsloot (Guarda le foto). “Gola profonda”, mi traduce Simon. Guardandola dall’alto mi chiedo se il significato non sia legato alla sua posizione. Stiamo andando alla discarica (dump), la vista è un classico: un’immensa semi-baraccopoli tagliata a pezzi da poche arterie principali. Basterebbe lasciare una di queste strade per perdersi all’interno dell’intricato crocicchio di vicoli sterrati. Essendo il primo giorno decido di non abboccare. Chiedo a Simon, che leggendomi nel pensiero aveva rallentato, di tirare dritto. Arriviamo alla discarica, che risulta essere esattamente questo: un immenso deposito a cielo aperto di rifiuti di qualsiasi genere. Diversamente però da quello che credevo, la materia prima non sono scarti riciclabili, bensì mattoni o ciò che ne rimane. Ci arrampichiamo e gironzoliamo tra detriti edilizi, spazzatura, polvere e sassi. C’è movimento: incrociamo diverse persone e tutte inesorabilmente ci salutano. Un gruppo di uomini raccolti intorno a un fuoco improvvisato si sbraccia da poco lontano per attirare la mia attenzione: vogliono conoscermi, sapere che cosa ci faccio lì. Giustamente. Mi avvicino e mi presento: l’Italia, la prima volta in Sudafrica, i Mondiali di calcio. Mi raccontano di loro: vengono dello Zimbabwe, c’è una grande comunità a Diepsloot, ce ne sono anche altre dai Paesi limitrofi, ma ognuno sta per sé. Hanno voglia di chiacchierare; peccato per la lingua, Simon non interviene per facilitare la conversazione perché non parlano lingue locali e l’inglese è la nostra unica chance. La vita a Diepsloot costa: le cure mediche sono care e private e gli affitti non sono bassi. "Ora cosa fate?", domando. Sono in pausa, a breve riprenderanno a lavorare: il loro business è nel mattone, e non è una metafora. Vengono alla discarica, li cercano, ne verificano l’integrità, li allineano e infine li vendono. Introito medio: 700 rand (moneta Sudafricana, pari a circa 70 euro), ogni mille mattoni sani. La pausa finisce, il lavoro riprende, la scuola dei figli costa cara. Ci salutiamo.


La prima giornata si conclude con il gradevole risultato Vita di Township 1 – Reputazione di Township 0. 


Mercoledì, perfetto per cercare gli insediamenti informali nei dintorni di Lanseria (Guarda le foto)
. Ci allontaniamo dall’idea di Township classica e ci avviciniamo al concetto di baraccopoli. Nota: le township comprendono insediamenti formali, riconosciuti e strutturalmente dignitosi; e informali, pertanto privi di qualunque servizio primario (fognature, acqua corrente etc). L’area di Lanseria è costellata da molti insediamenti solo informali. Si trova a Nord Ovest di Jo’burg, ai margini della Krugersdorp Highway; è nota anche perché ospita uno dei 4 aeroporti della città. Mi guardo intorno, distese a perdita d’occhio, accaldate dal sole invernale, sulle quali sono sorti con gli anni nuovi insediamenti. Sono “giovani”, nati dal progressivo aumento d’immigrati provenienti prevalentemente da altre province sudafricane trasferitisi nella zona per lavoro. Che cerco? La domanda è geniale, tant’è che chiedo a Simon di avvicinarsi ai margini di uno degli insediamenti per girarla a chi fosse disponibile a rispondere: “A chi vi rivolgete nella zona per un qualsiasi supporto… salute, servizi vari… qualsiasi necessità?”. Ci dà retta una coppia in procinto di prendere il taxi collettivo, che strombazza dall’altro lato della strada in attesa dei due. Ci danno un nome e spiegano come arrivarci: Refilwe (www.refilwe.org). "In un contesto come quello di Lanseria un’associazione come Refilwe diviene un punto di riferimento per le comunità nei dintorni", ci dice Clarie Said la Responsabile dei Programmi. Con lei torniamo all’insediamento di Malachi, prima solo sfiorato; ci addentriamo tra le baracche. Non passa un minuto che veniamo circondati: bambini. Sono tanti, tutto sotto i dieci anni certamente: ci guardano con curiosità, i più temerari mi prendono per mano. E non la lasciano più. Insieme alla “scorta” proseguiamo, chiacchierando: il problema principale di un insediamento informale è la non-proprietà del terreno: spesso sorge su terre private e pertanto la comunità non ha alcun diritto di edificazione o miglioramento permanente. A Malachi manca l’acqua corrente, vedo la cisterna, Claire mi conferma che vengono a rifornirla una volta a settimana. Manca l’elettricità, anche se alcuni allacciamenti instabili sono stati fatti (“Per vedere le partite”), ci sono dei bagni chimici. Nulla di definitivo, tutto precario. La gente ci saluta curiosa, una mamma stende i panni puliti, alcuni uomini seduti ci guardano sottecchi e al mio cenno di saluto rispondono prontamente. Malachi, a Lanseria, nei miei ricordi si distingue non tanto per il fatto di essere un insediamento informale disperso quasi nel nulla e privo di tutto, bensì per la cordiale disponibilità e accoglienza della comunità che vi abita.


Secondo giorno, risultato progressivo: Vita di Township 2 – Reputazione di Township 0. 


Giovedì è dedicato a Tembisa (Guarda le foto), ovvero “Tell Everybody Mandela Born In South Africa” come ridendo suggerisce Simon. In Zulu in realtà vuol dire “C’è speranza”, la speranza della popolazione nera proveniente dai dintorni di Jo’burg sfrattati dalle loro abitazioni nel 1957 e insediati prontamente in questa nascente Township. Tembisa è la seconda per dimensione a Gauteng e l’unica con nome non di origine inglese o afrikaans, la lingua dei boeri. Simon è nato a Polokwane ma ci vive da anni, mi vuole far conoscere Marvin, il suo vicino di casa. Incamminandoci per le vie di Tembisa, confermo l’impressione avuta già nel corso dei precedenti giorni: i business principali nelle periferie urbane visitate sono negozi di parrucchieri e agenzie funebri. Insegne pubblicitarie di hair dresser e funeral service dai nomi paradossalmente attraenti si alternano anche qui. Arriviamo presso il quartier generale di Marvin: Isekelo Primary School, nel bel mezzo della Township. Su una delle facciate della scuola un murales, dalle fattezze tipicamente africane, mette all’erta dal pericolo dell’AIDS e ammonisce i giovani: “Evitate il sesso pre matrimoniale”. Sul messaggio ci sarebbe da discutere, ma non faccio in tempo a pronunciarmi che vengo accolta da Marvin. Meglio così. Marvin vive a Tembisa ma è originario di Limpopo, è giovane e nelle vene gli scorre il sangue del manager: in pochi anni ha infatti messo insieme il più grande e talentuoso coro di base comunitaria della provincia di Gauteng, il “Tembisa youth choir”. Gestisce con un ritmo serrato di tre prove a settimana circa 48 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 25 anni provenienti non solo da Tembisa, ammette, ma anche da Alexandra e da Jo’burg. Mi chiede di ascoltarli, non vedevo l’ora. Hanno un repertorio vasto, mi spiega, molta opera, musica gospel e anche “musica tradizionale”, dice “ma non vorremmo scadere nello stereotipo”. Nocivo effetto della globalizzazione? Mah. Lascio sia lui a scegliere. La performance mi lascia senza fiato, non sono abile abbastanza per tentare di trascriverla. L’unico commento che mi consento è l’aggiornamento del risultato al terzo giorno:


Vita di Township 3 – Reputazione di Township 0.


Concludo venerdì con Alexandra (Guarda le foto). Alex, nella giurisdizione di Jo’burg, si estende per oltre 8 km², si stima che la sua popolazione si aggiri intorno a 470.000 abitanti. E’ certamente tra le più affollate e povere aree urbane del Paese, ma ciò che la rende ancora più speciale sono i vicini di casa, i grattacieli di Sandton, il più ricco sobborgo del Sudafrica. Camminare per le vie di Alex e intravedere gli alti palazzi che circondano Mandela Square è quanto meno interessante. A differenza delle altre, ad Alexandra si respira frenetica vita di città, lavoro, business. La gente è indaffarata e il traffico caotico. Risaliamo lentamente le strade, pronti a fermarci in caso di avvistamenti. 9th avenue, 11th avenue, all’altezza della 12th scoviamo uno stadio e insieme ad esso i Great Alexandra Soccer Legends. Racconta Mr William Doctor Makeketa, tesoriere che ci accoglie con la coppola in testa e lo sguardo un po’ diffidente, i Legends sono ex giocatori in pensione convinti degli effetti positivi del calcio sui giovani. Nel 2003 hanno fondato l’associazione per “togliere i giovani di Alex dalla strada e dare loro un luogo dove poter farsi del bene”, aggiunge un po’ austero Mr Aubrey, Presidente. A distanza di oltre 7 anni, oggi attorno ai Legends e all’associazione si raccolgono circa un migliaio di bambine e bambini che passano i pomeriggi dopo la scuola ad allenarsi sul campo polveroso dei Legends. Lo sguardo diffidente di Mr Doctor rimane quando ci salutiamo, ma capisco che fa parte del personaggio. Al suo fianco Mr Jazzman mi racconta della passione e degli sforzi per proseguire un’attività che mettono a disposizione della comunità gratuitamente. Jazzman e Doctor, due soprannomi guadagnati sul campo (da calcio, s’intende), hanno fatto della mia visita ad Alexandra un impegno che mi sono portata in Italia.


Concludo così, semplicemente e grandiosamente, con i Legends di Alex e con una vittoria schiacciante: Vita di Township 4 – Reputazione di Township 0.


E a chi mi racconta solo della pericolosità e delle problematiche racchiuse nelle Township sudafricane, rispondono Marvin, Claire, la comunità di Malachi, Mr Jazzman, Mr Doctor, Mr Aubrey, Simon. Per citare solo alcuni di loro.

di Cristina Raho (22 luglio 2010)

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Il mio amico Simon




Simon. Ci siamo conosciuti in aeroporto, quando è venuto a prendermi: il cartello col mio nome in mano, m’aspettava paziente ai margini della folla, un po’ nascosto. Nel corso della permanenza sudafricana, da autista si è trasformato in fondamentale compagno d’avventura: discreto, affidabile e puntuale. La storia di Simon racchiude l’essenza della "buona pratica": a luglio ha compiuto 36 anni, è sposato e con due figli, un bimbo di 10 anni e una bimba, più piccola. “Mia moglie e i bambini sono a casa ora” mi dice, capisco solo più tardi che “casa” è Polokwane, la capitale della Provincia di Limpopo, dov’è nato. I Mondiali hanno prolungato le vacanze: le scuole sono rimaste chiuse per quasi 5 settimane e con l’occasione chi ha potuto è tornato a “casa”. E casa, come per Simon, non è Tembisa, dove si è trasferito da tempo per lavoro. Come molti, anche lui ha deciso di lasciare una delle province più povere del Sudafrica, Limpopo, per spostarsi più vicino ad aree più ricche, come la Provincia di Gauteng (per intenderci, quella di Johannesburg). A differenza di molti, però, ha avuto la lungimiranza (e anche un pizzico di fortuna), di riuscire a investire anche nella qualità della sua vita quotidiana. Simon è autista. Lavora per una ditta edile e viaggia costantemente in tutto il Paese. Senza sosta, senza sabato né domenica. Mi racconta orgoglioso dei progressi di questi anni: ha potuto non solo comprare un’abitazione nella Township di residenza, ma anche a Polokwane, a “casa”, dove ha lasciato le radici. Lavorando duro. Il suo orgoglio è condivisibile. A Tembisa non si vive male, dice Simon, ha anche dei buoni vicini; per non correre rischi evita situazioni potenzialmente pericolose, come uscire di notte e frequentare angoli poco raccomandabili della Township. Tembisa forse non sarà mai “casa” per Simon, ma è un buon posto per viverci e lavorare. Quando sarà vecchio però si ritirerà certamente dove sono le sue radici.



Cos'è una township

 

 

Con il termine Township in Sudafrica si fa riferimento ad agglomerati urbani dove, inizialmente in era di Apartheid, fu costretta a vivere segregata la popolazione “non bianca” (neri, “coloured” e classe lavoratrice indiana). Nascono a ridosso delle città, in particolare dei grandi centri quali Johannesburg, Durban e Cape Town. Durante l’Apartheid i “non bianchi” furono legalmente sfrattati dalle loro proprietà, designate in seguito per “soli bianchi”. Il “trasloco” forzato è proseguito nel post Apartheid perfino verso Township di nuova costituzione. Ma a differenza della prima Era, ora sono i nuovi poveri a subire lo sfratto lontano dai centri urbani e a volte ai margini delle vecchie Township. Dopo il 1994, diverse Township più antiche, come alcune zone di Soweto, hanno subito una positiva inversione di marcia, sviluppandosi e trasformandosi in zone residenziali medio-ricche. A causa anche del crescente fenomeno migratorio sia interno sia proveniente da Paesi vicini, attorno a numerose Township di vecchia e nuova costituzione sono nati insediamenti informali più o meno grandi. Queste aree, in quanto “informali”, rappresentano le zone più povere delle Township: sono privi di qualunque servizio primario e la gente ci vive in uno stato precario. Considerando le Township più grandi, indicativamente in Sudafrica se ne contano all’incirca 60. Un’ultima nota interessante: al contrario di quanto si potrebbe pensare, il termine Township così come il termine insediamento informale non dovrebbero avere oggi una connotazione necessariamente peggiorativa. In termini di popolazione, a Diepsloot vivono 150mila persone. A Tembisa 570mila. Infine ad Alex 470mila.