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Le proteste degli ultimi mesi in Iran, se non ancora una vera e propria rivoluzione, sono segnali di un certo sgretolamento del regime della Repubblica islamica. Le manifestazioni di protesta si accendono in occasione di ogni ricorrenza religiosa o patriottica del regime, lasciando sulle strade un numero imprecisato di morti e feriti, soprattutto dopo il contestato voto presidenziale del giugno scorso, che ha visto riconfermare alla guida del paese il presidente conservatore e antioccidentale Amadinejad. Ma il carattere della protesta non è così chiaro come pretenderebbe un’ottica occidentale.

 

Kalim, nome di fantasia, vive a Ghazvin, città di quasi 350 mila abitanti, capitale della regione omonima, distante circa 160 chilometri da Teheran. Kalim è un professionista, fa parte del ceto colto, accetta di raccontarci come si vive nel suo Paese e quali siano i sentimenti dei suoi connazionali rispetto al clima politico attuale.


"La situazione qui è veramente pessima. Una gran parte della popolazione non può vivere in pace perché il governo fa pesanti pressioni sulla gente. Siamo in molti ad essere spaventati; la tristezza è il sentimento che accompagna la maggior parte delle persone".

 

Chi corre veramente pericolo, chi non è al sicuro in Iran?

La situazione è molto pericolosa specialmente per le persone che hanno studiato, per i ceti che hanno un po’ di cultura e quindi consapevolezza.

 

E la gran parte della popolazione che non ha studiato?
Sfortunatamente molti di loro accettano il regime del presidente Ahmadinejad e della Guida suprema Khamenei.

 

Chi, secondo te, dovrebbe guidare il Paese?
Siamo in molti ad amare Mousavi, lui rappresenta una speranza perché può relazionarsi agli eurpoei, agli americani, al resto del mondo. Sarebbe un bene per noi.

 

Da quanto mi racconti il divario tra chi ha studiato e chi non lo ha fatto, è enorme e importantissimo per gli equilibri del Paese.
Per me è importante che voi capiate questo: Ahmadinejad è molto pericoloso per gli iraniani. Per tutti. Chi non ha ricevuto un’educazione non è in grado di capire cosa stia succedendo a livello internazionale; chi ha studiato invece capisce, per questo è temuto. Questo governo fa pressioni precise su chi ha studiato: ingegneri, dottori, musicisti e altri ancora. Spesso le persone che appartengono a queste categorie sociali vorrebbero emigrare perché la loro situazione è orribile, grazie all’ayatollah Khamenei e al presidente Ahmadinejad.

 

Com’è la situazione dei mezzi di comunicazione? Attreverso internet, per esempio, si possono avere relazioni con l’esterno, come stiamo facendo ora.
La polizia controlla continuamente internet. La rete è completamente filtrata, non è sicura. Inoltre la stragrande maggioranza della popolazione non può usare internet.

 

Qual è la situazione dei giornali, della stampa?
La lettura dei giornali in Iran è molto limitata e il governo esercita comunque una pressione fortissima sui giornalisti.


Com’è la vita a Ghazvin? C’è meno fermento che a Teheran?

La mia città è lontana da Teheran 160 chilometri, qui è un po’ meglio, la pressione governativa non è così forte come a Teheran. Però anche noi soffriamo per le pessime relazioni che Teheran ha con le altre nazioni. Soffriamo di non avere scambi culturali, relazioni con l’esterno. Le relazioni sono importantissime per progredire, per il Paese, per tutti.

 

Kalim da  Ghazvin ci conferma le notizie che in parte anche i media ci riportano dai disordini di Teheran: quasi tutti i cittadini scesi in piazza, la cosiddetta ‘Onda verde’ (nome in realtà più familiare in Occidente che in Iran) appartiene alla borghesia dei ceti medio alti della capitale. Siamo di fronte ad una classe media che si ribella all’arroganza di un proletariato asceso al vertice del potere con la complicità e la benevolenza del clero. Il volto più noto della protesta è Mir Hossein Mousavi (vedi box) sconfitto – tra accuse di brogli e disordini nel Paese - alle elezioni presidenziali del giugno 2009 da Mahmud Ahmadinejad, ora al suo secondo mandato.

 

In realtà, però, nella maggioranza dei rivoltosi, sono assenti riferimenti a esponenti politici. L’Onda verde non inneggia alla fine della Repubblica islamica in favore di un’altra forma di governo, ma chiede riforme e la condanna della repressione; non chiede  la fine della rivoluzione che, anzi, considera tradita nelle sue linee fondamentali. Il problema dei rapporti con l’esterno, con L’Occidente, è, come ci ha confermato la nostra fonte Kalim, uno dei nodi fondamentali della protesta. La questione nucleare è servita al regime per dipingere l’Occidente come nemico mortale della Repubblica islamica, cercando così di compattare un fronte nazionalista.

 

Ma non è sempre stato così. Dopo la tragedia dell’11 Settembre l’allora presidente iraniano, Khatami, è stato tra i primi ad esprimere solidarietà al presidente George W. Bush. Quando gli Stati Uniti  decisero di attaccare l’Iraq, l’Iran non si oppose.
Il gelo tra Washington e Teheran si è riproposto quando Bush, nel 2002, ha inserito la Repubblica islamica nell’asse del male, insieme a Corea del Nord e Iraq. Tali decisioni di Washington hanno indirettamente favorito l’ascesa degli ultraconservatori iraniani, sfociata, nel 2005, nll’elezione a Presidente della repubblica di un semisconosciuto Mahmud Ahmadinejad, già sindaco di Teheran ed ex paramilitare del corpo dei pasdaran.

 

Con l’avvento alla casa Bianca di Barack Obama si è preannunciata una nuova fase di dialogo: in fondo la maggior potenza mondiale e l’aspirante maggior potenza mediorientale, avrebbero diverse ragioni per essere buoni alleati. Un buon rapporto con Teheran consentirebbe a Washington di gestire l’ingestibile questione afghana, di sancire definitivamente gli interessi americani nel Golfo Persico. Soprattutto  assicurarebbe la fine dell’appoggio iraniano a movimenti antiamericani in tutta la regione,  come Hamas a Gaza e Hezbollah, in Libano. D’altro canto Teheran avrebbe un riconoscimento occidentale della sua potenza a livello regionale, farebbe parte degli organismi internazionali che gestiscono l’economia e la finanza e soprattutto riaprirebbe il dialogo sul nucleare.
L’invito al dialogo di Obama è arrivato a Teheran in un momento di forti fibrillazioni interne che hanno paradossalmente inasprito i rapporti tra i due Paesi.

di Angiola Bellu

{ 1 Commenti }

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Patricia ha scritto:
2010-03-06 00:00:45
Mamma che storia da brividi anche quella del governo di Mousavi! Ma se pure lui è un mostro su chi può contare l'opposizione?
Mir Mousavi

Durante la campagna elettorale per le presidenziali di giugno 2009, gli studenti dell’università di Zanjan, nell’Iran settentrionale, accolsero lo sfidante di Ahmadinejad, Mirohossein Mousavi, al grido di “88! 88!”.

Cosa evocavano gli studenti? Nel 1988 Mousavi, allora Primo ministro sotto la presidenza di Ali Al Khamenei, si rese responsabile dello sterminio sistematico di 30 mila militanti della resistenza dei Mujaheddin del Popolo, rinchiusi nelle carceri iraniane.

Durante il governo Mousavi, durato dal 1981 al 1989, l’Iran fu ritenuto responsabile di 144 azioni terroristiche all’estero, della fucilazione di 90 mila dissidenti e dell’epurazione del corpo insegnanti nelle università. La candidatura alle presidenziali del 2009 è stata vista con favore da chi ricorda la sua gestione del Paese durante  la guerra contro l’Iraq. Mousavi, pittore e architetto, appartenente quindi allo stesso  ceto colto,  in rivolta contro il regime di Ahmadinejad, si definisce un riformista che si rifà agli ideali della rivoluzione Khomeninista. Secondo i suoi sostenitori, se avesse vinto sarebbe dovuto essere l’espressione di un Iran meno brutale, meno ignorante ma comunque dentro i dettami della rivoluzione islamica. Aldilà dei presunti brogli elettorali, Mousavi ha perso il confronto con Ahmadinejad perché non è riuscito ad arrivare all’elettorato poco scolarizzato delle campagne.