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medio oriente
Venerdì 1 aprile, Al Umayyad Roundabout, Damasco. Anche i siriani hanno infine intrapreso la loro sfida contro il potere costituito.
I primi focolai di protesta scoppiati a Deraa, dopo l’arresto di alcuni ragazzi che avevano dipinto sui muri scritte antigovernative, risalgono a circa venti giorni fa. Il Presidente Bashr Al Assad sembrava aver recepito il messaggio garantendo l’attuazione delle invocate riforme, finora promesse ma mai attuate. A differenza degli altri Paesi arabi in cui le sollevazioni hanno avuto come esito finale la caduta dei rispettivi “dittatori”, il Presidente Al Assad non era così malvisto dai suoi connazionali. Succeduto nel 2000 al padre Hafez (in carica dal 1971), i siriani hanno sempre mostrato stima nei suoi confronti perché lo ritenevano una persona colta, impegnata nella questione palestinese e soprattutto aperta alla modernizzazione del Paese (era stato lui per esempio a promuovere nel 2006 la diffusione della rete internet).
Dopo il suo discorso alla nazione, tenuto in Parlamento il 30 marzo scorso, la rabbia dei siriani però s’è dimostrata proporzionale alla loro delusione di fronte all’umile proposta di sostituire alcuni uomini dell’entourage governativo. Proprio questa infatti era la soluzione da evitare dal momento che le richieste dei manifestanti erano chiare: abolizione delle leggi d’emergenza, rilascio dei detenuti politici, abolizione dell’articolo 8 della Costituzione (che prevede che il Ba‘th sia l’unico partito legittimo) e soprattutto eliminazione della corruzione ampiamente diffusa a livello degli alti ranghi.
Un esempio di questa malsana situazione è incarnato da una delle persone più odiate dai siriani: Rami Makhlouf, cugino del presidente e “proprietario” di SyriaTel, compagnia che detiene il monopolio nazionale dei servizi telefonici. È un uomo che ha costruito la sua ricchezza sulle spalle degli altri, sfruttando la propria posizione privilegiata. A raccontarcelo è un ragazzo che ha lasciato la Siria da ormai dieci anni e che ha provato a costruirsi una nuova vita negli Emirati Arabi. Ci prega di non fare il suo nome perché “se non trovano me troveranno la mia famiglia”. "In Siria – dice – non avevo nessuna speranza per il mio futuro, il lavoro è poco e quel poco che c’è lo si ottiene tramite la raccomandazione di qualcuno che conta". Lì c’è poca gente come Makhlouf e poi ci sono le tante persone umili che per campare si devono piegare alle logiche della corruzione. Questo ragazzo fino a qualche mese fa non aveva alcuna intenzione di far ritorno a Damasco. Oggi, dopo aver perso il lavoro ad Abu Dhabi, dopo aver messo in affitto due stanze su tre della sua casa in cui vive con la moglie e due figlie, ma soprattutto dopo aver intravisto una speranza di cambiamento nella sua terra, ha iniziato a controllare i biglietti aerei.
Due anni fa mi ricordo che lungo le vie del souk della città vecchia, la politica era argomento tabù, si aveva timore a trattare certi argomenti in pubblico perché giravano voci che anche per strada si era sotto controllo. Noi studenti “occidentali” usavamo come accorgimento per parlare del presidente Al Assad il nome in codice “Fabio Fazio”, vista la somiglianza. Era da parte nostra uno scrupolo magari estremo, perché per noi europei non è previsto che venga attuata così strettamente quello che per i siriani è diventato l’incubo di ormai mezzo secolo: “le leggi d’emergenza” in vigore dal marzo del 1963, subito dopo la presa di potere da parte del partito Ba‘th. Questa prevede restrizioni alla libertà di riunione e di spostamento oltre a consentire l’arresto di “sospetti o di persone che minacciano la sicurezza”. Rende inoltre legittimo interrogare, sorvegliare le comunicazioni e controllare preliminarmente il contenuto dei giornali e di ogni altro mezzo di informazione.
Oggi la gente ha ancora paura a raccontare cosa sta succedendo tra le vie delle diverse città dell’ennesima nazione araba che si è stancata di essere sottomessa da una spessa coltre di corruzione che soffoca ogni speranza di sviluppo e rinascita, e da un potere univoco che annulla qualsiasi forma di libertà d’espressione. Ha ancora il timore di raccontarlo ma per fortuna un po’ meno di farlo.
di Laura Filios (4 aprile 2011)
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In Siria convivono milioni di persone di etnie differenti (arabi, curdi, turchi, armeni) e di diverse religioni o minoranze religiose (il 70% circa è musulmano sunnita, il 13% appartiene alle correnti sciite dei drusi e degli alawiti, il 10% è cristiano). La forza del Presidente Bashr Al Assad era stata finora quella di riuscire a mantenere coeso, sotto l’egida del panarabismo, un tessuto sociale così variegato. Questo nonostante l’ex presidente, nonché padre dell’attuale, Hafez Al Assad, abbia operato, fin dalla sua ascesa al potere tramite colpo di stato nel 1971, per assicurare la preminenza politica alla setta alawita cui egli stesso apparteneva, riservando ai suoi membri le funzioni decisive nell'amministrazione civile e militare della Siria. La presenza di tale frammentarietà non sta implicando tuttavia la coralità delle rivolte le quali non sembrano indirizzate contro un gruppo specifico, ma promuovono “semplici” richieste di maggiore libertà e lotta alla corruzione diffusa a livello di alti ranghi. L’altro monopolio contro cui si sta combattendo è quello del Ba‘th (“Resurrezione”), partito di stampo socialista che detiene il controllo della vita politica del Paese: l'attuale Costituzione, adottata il 13 marzo 1973, affida infatti ad esso un ruolo di guida esclusiva nella società e nello Stato, soffocando in questo modo ogni forma di pluralismo.
