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Mentre in Bahrain da giorni vige la legge marziale e in Libia è ormai in corso una guerra che vede coinvolte, oltre ai “ribelli”, anche le maggiori potenze occidentali per destituire un "sovrano" che da quarant’anni è seduto sul trono del potere, negli Emirati Arabi Uniti si parla di elezioni.  



La settimana scorsa la Commissione Nazionale per l’Organizzazione delle Elezioni ha annunciato il 24 settembre quale data per le prossime consultazioni politiche
, dopo che il mandato del Consiglio Federale Nazionale – un parlamento con sola funzione consultiva - è scaduto agli inizi di febbraio.

Nel frattempo però in alcuni defilati trafiletti dei quotidiani nazionali “The National” e “Gulf News” è comparsa la notizia di una petizione on-line avanzata da 133 tra intellettuali, professori universitari, ex membri dell’FNC e componenti della società civile per una concreta riforma del sistema parlamentare in direzione del suffragio universale. La petizione, si legge, è il frutto dell’analisi dell’attuale situazione nella regione del Golfo e più in generale nel mondo arabo.

La richiesta, indirizzata a Sua Altezza Sheikh Khalifa Bin Zayed Al Nahyan in persona, è arrivata in risposta alla decisione dell’attuale governo di raddoppiare il numero di potenziali elettori, arrivando così ad un minimo (diciamo minimo perché sarà libertà di ciascun emirato di decidere se scegliere un numero maggiore rispetto a quello previsto dalla legge) di 12 mila persone con diritto di voto su un totale di circa un milione di abitanti. Gli elettori verranno dunque selezionati dalla Commissione Elettorale Nazionale, inoltre dei 40 membri che formano l’FNC solo 20 saranno eletti mentre gli altri 20 saranno nominati dai governatori di ciascun emirato.

Chi invece ha firmato la petizione per il suffragio universale ritiene che, senza partecipazione, sarà difficile stimolare nella gente una maggiore consapevolezza sia civica che politica. L’ala “moderata” invece, ovvero le famiglie emirali che detengono l’effettivo potere decisionale, ritiene che questo modo di procedere rappresenti un approccio graduale ad una forma pienamente democratica di governo. La carenza tra gli emiratini di una coscienza politica e di una cultura abituata alle elezioni, sono le giustificazioni che avanzano per sostenere questo lento progetto di riforma parlamentare.

Tutte queste voci però provengono dall’alto, mentre camminando per strada, leggendo i giornali, stando in mezzo alle persone i sussurri dell’opinione pubblica rimangono deboli.

L’altra sera ad Abu Dhabi per esempio c’è stata una conferenza dal titolo “Letteratura e Rivoluzione”, durante la quale lo scrittore egiziano Mohamed Salmawy, presidente dell’Unione Generale degli Scrittori Arabi, ha presentato “Butterfly Wings il libro che ormai è diventato celebre per aver predetto la rivoluzione egiziana dello scorso gennaio. In sala il pubblico non superava le 50 persone, la maggior parte delle quali erano o diplomatici o addetti ai lavori. Stranamente, rispetto agli standard locali, il dibattito però verso la fine s’è animato vedendo opposti due schieramenti: chi sosteneva che la rivoluzione in Egitto avesse il suo fuoco tra le giovani generazioni che hanno saputo sfruttare i nuovi mezzi di comunicazione. E chi, invece, come il presidente del “The Cultural & Media Centre for H.H. Sheikh Sultan Bin Zayed Al Nahyan”, associazione governativa che ha organizzato l’incontro, sosteneva il patrocinio culturale e politico delle rivolte di piazza da parte dell’elite intellettuale. A questa affermazione un signore tunisino dopo aver accennato uno scatto di esplicita disapprovazione, è rimasto basito. L’impressione è che negli Emirati ci sia ancora una diffusa volontà a non voler riconoscere che in un governo realmente democratico “il potere risiede nel popolo”.

Le sottili contraddizioni di questo governo, che si dichiara liberale e progressista, emergono quando si constata che, ad esempio, mentre a livello interno si parla di elezioni in Bahrain sono arrivati circa un migliaio di militari provenienti dagli EAU per dare supporto al governo di re Hamid nel sopire l’escalation delle proteste di piazza. Fino a che punto vale allora la democrazia? Finchè rimane in un certo qual modo pilotata?

di Laura Filios (29 marzo 2011)

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La giostra delle contraddizioni

 

Più di un centinaio tra artisti e curatori, molti dei quali mediorientali, si sono attivati minacciando di boicottare l’apertura ad Abu Dhabi del Guggenheim Museum progettato da Frank O. Gehry, prevista per il 2013. Il motivo sono le condizioni in cui versano migliaia di lavoratori provenienti da 18 differenti nazioni e che con il loro duro lavoro stanno rendendo possibile la realizzazione del più importante polo museale del Medio Oriente che sorgerà a Saadiyat Island. Già nel 2009, Human Rights Watch aveva accusato la Tourism Development and Investment Company (TDCI), compagnia governativa responsabile del progetto, di non vigilare adeguatamente sulle pratiche di sfruttamento attuate nei confronti dei lavoratori. Uno dei punti critici riguardava e continua a riguardare le “agenzie di collocamento” che, specialmente nei Paesi del Subcontinente Indiano, reclutano manodopera in cambio di una salata quota che grava sulle spalle dei lavoratori finché non hanno ripagato il proprio debito. Capita spesso che i passaporti vengano confiscati, impedendo in questo modo alle persone di poter cambiare eventualmente datore di lavoro o anche solo di fare visita alle famiglie rimaste nel Paese di provenienza. La TDCI ha tempestivamente risposto tenendo a precisare che la petizione non tiene conto dei recenti impegni in materia assunti dalla compagnia, come ad esempio il progetto di realizzare un’agenzia indipendente che monitori che le condizioni lavorative siano conformi agli standard dei diritti umani. Gli artisti hanno dichiarato che non faranno alcun passo indietro finché non saranno attuate reali riforme in materia di diritto del lavoro, anche perché questa campagna di boicottaggio va avanti già da un anno, anche se solo ora ha raggiunto una certa visibilità.

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