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Si avvicinano le elezioni presidenziali egiziane. Il mandato del presidente Hosni Mubarak, ininterrottamente al potere dal 1981, scade a settembre. Nel 2011 si svolgeranno le nuove elezioni presidenziali che si configurano come un avvenimento tra i più importanti per tutta l’area mediorientale. Le seconde elezioni che – dopo quelle del 2005 – prevedono la candidatura multipla, potrebbero avere tra i protagonisti niente meno che Muhammad El Baradei, ex direttore dell’Aiea (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) e premio Nobel per la Pace. Partiamo da questa novità per la nostra chiacchierata con Eric Salerno, scrittore, inviato ed esperto di questioni mediorientali, che proprio in questi giorni presenta il suo ultimo libro “Mossad base italiana” (Ed. Il Saggiatore).

E’ vero che El Baradei non esclude di candidarsi alle prossime presidenziali?

Non è improbabile il suo ingresso in politica. Non so quanto successo possa avere: dipende da che cosa voglia fare lo stesso Mubarak ed eventualmente se qualcuno dei suoi figli decida di candidarsi.


E’ arrivato il momento per Mubarak di delegare un po’ di potere?
Non credo. Ha il controllo del Paese grazie alla gestione delle forze armate e credo che le cose andranno avanti. Le tensioni interne sono notevoli, Mubarak è anziano è stato operato di recente, e ogni tanto si dice che non sia in grado di muoversi da una parte all’altra, però l’abbiamo visto recentemente a Roma. Sono anni che in molti sostengono che abbia i giorni contati, ma sono tre decadi che sta lì. 


Cosa succederebbe se dovesse andarsene Mubarak? I Fratelli musulmani potrebbero portare il Paese verso una deriva islamista?

I Fratelli Musulmani formalmente non possono partecipare alla politica, ma ce ne sono diverse decine in Parlamento perché si presentano come indipendenti. Le forze armate e il governo sanno benissimo chi siano queste persone.  Sono tante le forze in campo in Egitto che potrebbero frenare – l’esercito in primis – una deriva islamista. Tutto dipende della transizione: è diverso se questa dovesse avvenire per l’improvvisa morte di Mubarak o attraverso un processo elettorale.


Diritti civili, libertà di stampa in particolare. A che punto siamo?

La stampa non è in una situazione particolarmente brillante e libera. Ci sono giornali dell’opposizione che riescono a dire delle cose. Se però dicono troppo, arriva la scure del regime che taglia tutto e mette in galera della gente. Le critiche al regime devono essere limitate ad alcune persone, non devono toccare troppo Mubarak e soprattutto non devono chiedere spazi non concessi attraverso il gioco parlamentare.


Internet si sta rivelando un baluardo di libertà nei Paesi a democrazia limitata o nulla. Com’è la situazione egiziana?

Anche in Egitto molto avviene attraverso i Blog anche se ogni tanto sentiamo di blogger arrestati perché si sono permessi di criticare il regime.


A che punto sono le ambizioni nucleari del Paese?

Il nucleare per scopi militari per ora non viene tirato fuori, soprattutto se l’Iran non avrà armi nucleari. La questione iraniana riguarda tutto il Medio Oriente. Sappiamo che Israele possiede un arsenale nucleare, unico Paese della regione. Non nego che gli arabi abbiano problemi con questo fatto, ma sanno che Israele non userà di punto in bianco armi nucleari contro di loro. La preoccupazione egiziana è che un altro stato della regione possa diventare una potenza nucleare. Se questo stato è l’Iran, che mira a d avere un ruolo chiave nella regione, è charo che l’Egitto, ma anche l’Arabia Saudita, reclamerebbero il loro “diritto” ad avere armi nucleari. Al momento Mubarak vuole evitare che si arrivi a questo, impedendo ad altri di avere armi atomiche.


A cavallo tra Oriente e Occidente, potenza confinante con il luogo più caldo dello scacchiere mediorientale che potere reale di mediazione e influenza ha l’Egitto? 

Al momento è il Paese arabo più importante della regione anche se gli equilibri si possono spostare: ha difficoltà interne, importanti problemi economici e importanti problemi di successione a Mubarak. Il mondo sta cambiando: Stati Uniti e Unione europea con le loro politiche non sono riusciti a portare la pace in Medio Oriente, per cui Paesi come la Turchia - storicamente vicino a Israele ma che si sta staccando dallo Stato ebraico - la Siria, l’Iran e la Russia stanno formando un altro blocco importante, sia economico che militare.


Come si pone l’Egitto rispetto alla politica palestinese odierna?

Svolge un importante ruolo di mediazione ma non intervene attivamente. Lo vediamo su Gaza dove mantiene salda la posizione anti Hamas di cui ha paura perché il movimento islamico è un pezzo dei fratelli Musulmani: se Hamas dovesse riuscire a dimostrare che, con la sua politica, riesce a governare sarebbe più difficile frenare lo stesso tipo di movimento in Egitto.


E’ possibile azzardare una previsione sul dopo Mubarak?

Credo che in Medio Oriente sia impossibile fare previsioni oltre i 15 giorni. Tutti siamo convinti di essere alla vigilia di un momento molto importante: si va verso la pace o verso un altro conflitto che sarebbe molto più violento di quelli visti fino ad ora nella regione, forse anche più violento di quello che ci fu nel 1973 tra il mondo arabo e Israele. Molto più violento e con molti più attori in campo. Soprattutto sono cambiate le armi. E’ evidente che Israele è più forte degli altri ma in questi giorni sta facendo grandi manovre sul fronte interno per vedere come fronteggiare un eventuale attacco con migliaia di missili. Certamente il pericolo non viene da Gaza che non ha un arsenale così importante. Stiamo parlando di Siria, Libano e Iran


Che significato ha la scelta dell’Egitto fatta dal neopresidente Obama per il suo discorso sulla mano tesa all’Islam?

E’ stato un gesto apprezzatissimo dagli arabi e in tutto il terzo mondo: Obama ha fatto capire di avere  la volontà di avvicinare persone che la politica americana sino ad ora aveva tenuto a distanza. Purtroppo sono passati diversi mesi e nella regione monta lo scetticismo perché non ne è venuto nulla di pratico.

di Angiola Bellu

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Hosni Mubarak

Hosni Mubarak è il presidente in carica dell’Egitto dal 1981. E’ il successore di Anwar Sadat, ucciso in un attentato. Mubarak è stato rieletto a grande maggioranza nelle tornate elettorali del 1987, 1993, 1999 e nel 2005. Elezioni criticate dalla comunità internazionale: nessuno, infatti, ha partecipato in concorrenza col Presidente. A partire dal 2005 le elezioni presidenziali prevedono la presenza di più candidati, e Mubarak ha conquistato la vittoria riportando l’88% circa delle preferenze. L’unica organizzazione di opposizione in Egitto capace di catalizzare un supporto popolare, i Fratelli Musulmani, è bandita dall’attività politica del Paese e non le è permesso presentare un candidato: l’articolo 5 della Costituzione vieta qualsiasi attività politica che si fondi su principi religiosi.  Oggi però i Fratelli Musulmani sono saldamente presentarsi sulla scena politica come indipendenti, e occupano 88 seggi sui 444 dell’Assemblea Popolare, il parlamento egiziano. Mubarak ha portato l’Egitto ad essere uno dei Paesi chiave della politica statunitense nell’intera regione, con la funzione di mantenimento della stabilità politica nell’area. Nella primavera del 2008 si è sfiorata la guerra civile con aspre rivolte popolari e scioperi generali contro gli elevati prezzi del grano che fecero aumentare vertiginosamente il prezzo del pane. Mubarak ha mandato l’esercito in numerose città, scosse da decine di migliaia di dimostranti. Nel 2005, a seguito delle crescenti pressioni interne e internazionali, il Presidente si è trovato costretto ad emendare l’articolo 76 della Costituzione, rendendo possibile a più candidati la corsa alla presidenza, stabilendo però in contemporanea nuove modalità di candidatura alle presidenziali egiziane, che sanciscono di fatto l’impossibilità di candidarsi per chiunque non faccia già parte del sistema politico: il candidato infatti deve essere già deputato ed essere inoltre un dirigente di un “partito legale”.  Ancora una volta, dunque, è stata esclusa la candidatura di molti indipendenti e soprattutto dei membri dei Fratelli Musulmani, poiché il partito è fuorilegge e i parlamentari sono eletti come indipendenti.

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