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"Si ha democrazia quando il popolo può controllare l’operato del governo: accetterò il controllo del popolo, ho bisogno dell’energia del popolo, voglio ascoltare la voce del popolo". Queste le parole pronunciate da Aung San Suu Kyi, il 14 novembre, durante il suo primo discorso pubblico davanti a 40mila sostenitori. Il giorno dopo la sua liberazione, la "Signora" - come viene chiamata dai suoi connazionali - ha parlato di speranza e ha annunciato che è pronta a "lavorare con tutte le forze democratiche" per un futuro migliore. 
“Dobbiamo impegnarci tutti insieme" – ha continuato Aung. "Noi birmani tendiamo a credere nel fato, ma se vogliamo il cambiamento, dobbiamo impegnarci personalmente”.
Per la premio Nobel per la Pace la base della democrazia è la libertà di parola e "anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Insieme, decideremo quello che vogliamo, e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. Non c'è motivo di scoraggiarsi". La donna, che ha passato 15 degli ultimi 21 anni agli arresti, ha spiegato di non provare rancore verso la Giunta militare che domina il suo Paese dal 1968. E ha espresso il desiderio di incontrare rappresentanti dei vari Paesi della comunità internazionale per vedere come allentare le sanzioni contro il Myanmar che “colpiscono il popolo birmano”.
Aung San Suu Kye ha detto subito di non volere che la Giunta cada, ma che vuole vedere i militari riconquistare la loro dignità. E' necessaria però una rivoluzione pacifica, che chiuda questa era senza democrazia per la Birmania.


Le reazioni della comunità internazionale in Asia sono state differenti
. Le democrazie hanno immediatamente appoggiato la 65enne Aung, sperando che la Birmania raggiunga presto l'ambizioso progetto di diventare una Nazione democratica dopo 42 anni di dittatura. Il ministro degli Esteri indonesiano, Marty Natalegawa, ha detto che "la prossima sfida adesso è assicurare che Aung San Suu Kyi e i suoi sostenitori possano diventare parte della soluzione alla situazione che c'è ora in Myanmar, possano essere parte di chi promuove il processo di democratizzazione". Anche il Giappone ha espresso entusiasmo per la sua liberazione, attraverso le parole del portavoce del Ministero degli Esteri, Satoru Sato, che ha chiarito come il suo Paese si aspetta che ora il governo birmano prenda altre misure positive per migliorare il rispetto dei diritti umani e che entrambi le parti lavorino a una riconciliazione nazionale.


Più fredda la risposta della Tailandia
, inseme a Cina, Singapore e India, uno dei Paesi che ha mantenuto i più stretti rapporti diplomatici ed economici con la Giunta militare. Secondo il primo ministro Abhisit Vejjajiva non si può pensare che un singolo evento possa essere sufficiente per avere cambiamenti radicali. "La vera questione - ha fatto sapere il capo del governo tailandese - è capire come cambierà lo scenario dopo le elezioni" vinte dai militari. Bangkok è particolarmente interessata alla stabilità del Myanmar, essendo un Paese confinante. Teme l'arrivo di ondate di rifugiati politici nelle prossime settimane. Già subito dopo l'annuncio del trionfo della Giunta militare alle elezioni del 7 novembre, ci sono stati pesanti scontri a fuoco tra l'esercito di Rangoon e migliaia di birmani che vivono in Tailandia sul confine tra i due Paesi. 


Preoccupatissimo per possibili arrivi di nuovi profughi in caso di instabilità politica è il vicino Bangladesh
, una delle nazioni più povere del mondo, che già ospita migliaia di rifugiati birmani ridotti alla fame. L'ong Human Rights sostiene che il governo bengalese operi arresti indiscriminati, espulsioni illegali e internamenti forzati. I campi profughi, dove sono stipate 200mila persone, vengono descritti come carceri a cielo aperto. Il Bangladesh però rimanda le accuse al mittente: "Siamo un piccolo Paese molto povero - fanno sapere - eppure ci prendiamo cura di loro. Dove sono i bravi occidentali?"

 
La Cina, che si era complimentata per la netta vittoria della Giunta militare alle recenti elezioni, ha fatto passare la liberazione di Aung San Suu Kyi in secondo piano
. Nessuna presa di posizione ufficiale, anche perché Pechino deve gestire la patata bollente di Liu Xiaobo, il "dissidente" cinese messo agli arresti dal regime dopo la proclamazione dell'assegnazione del premio Nobel per la Pace dello scorso ottobre. E poi c'è la preoccupazione economica. In questo momento la Cina è il principale partner commerciale del Myanmar. Se la comunità internazionale dovesse togliere o allentare le sanzioni, così come richiesto da Aung San Suu Kyi, il suo ruolo ne uscirebbe pesantemente ridimensionato.

di Francesco Bianco (15 novembre 2010)

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Una vita a tappe

 

 


1945 - Nasce Aung San Suu Kyi. E' la figlia del generale Aung San, assassinato nel 1947, considerato l'eroe dell'indipendenza della Birmania


1960 - Lascia il suo Paese per andare a studiare a Oxford in Inghilterra, dove prenderà una laurea


1988 - Torna in Birmania per occuparsi della madre malata e viene arrestata durante una manifestazione contro l'allora dittatore Ne Win


1989 - Viene condannata agli arresti domiciliari dalla Giunta militare


1990 - Il suo partito, l'NDL, vince le elezioni, che sono perà annullate dall'esercito


1991 - L'Accademia di Svezia le assegna il premio Nobel per la Pace


1995 - Scadono gli arresti domiciliari, ma le è impedito di muoversi liberamente


2000 - Viene nuovamente condannata agli arresti domiciliari


2007 - Prima apparizione pubblica dal 2003. Aung San Suu Kyi appoggia la protesta dei monaci buddisti

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