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La Cina sceglie la carta dell'economia per avvicinarsi a Taiwan. Dopo anni di tensione il governo comunista mette in atto la stessa strategia usata per conquistare Africa e Stati Uniti
"Con un poco di zucchero la pillola va giù", cantava Mary Poppins. E il governo cinese deve averlo capito. Ciò che non è riuscito a ottenere con minacce continue, neanche con i 1000 missili puntati sull'isola, probabilmente sarà possibile con l'antica arma della seduzione.
È di portata storica l'accordo commerciale firmato martedì 29 giugno da Cina e Taiwan. Il più importante passo verso la pace da quando 60 anni fa una guerra civile divise i due Paesi. Ovvio: anche per il suo valore commerciale, ma soprattutto per quello simbolico. L'Economic cooperation framework agreement (ECFA) abbasserà i dazi doganali per 539 prodotti di Taipei e 257 di Pechino. Si parla di un controvalore solo per Taiwan di 14 miliardi di dollari di merce. Farà sicuramente crescere gli scambi commerciali, che già oggi, nonostante la tensione tra i due governi, ammontano a 110 miliardi di dollari all'anno. Il 40% di tutte le esportazioni di Taiwan già vanno in Cina. Gli analisti sostengono che il patto favorisca l'isola rispetto alla Cina, che però è molto più interessata agli sviluppi politici, soprattutto per quanto riguarda la sua lunga campagna di riunificazione. E soprattutto Taipei diventerà sempre più dipendente economicamente da Pechino, e quindi politicamente vulnerabile.
Anche la scelta del luogo della firma è tutt'altro che casuale. Il documento è stato siglato a Chongqing, metropoli della Cina meridionale, dove oltre 70 anni fa il padre della patria Mao Zedong e il leader nazionalisa Chang Kai-shek tentarono invano un accordo per evitare la guerra civile. Questa volta però tutto è andato liscio, almeno per il momento. L'intesa raggiunta è vista come un successo personale del presidente taiwanese Ma Ying-jeou, eletto due anni fa grazie anche alla promessa di ridurre le tensioni con il pericoloso vicino.
La Cina ha voluto fare le cose in grande per convincere la sua opinione pubblica ma anche quella internazionale. Diretta televisiva della firma e dello scambio dei doni. Larghi sorrisi e strette di mano.
I problemi più grandi sembra che li stia vivendo Taiwan. Da giorni ci sono manifestazioni di piazza, ma i primi sondaggi dimostrano come la maggioranza dei suoi cittadini sia favorevole a questa apertura. Non mancano i punti critici per l'isola definita ribelle da Pechino. Innanzitutto c'è la possibilità tutt'altro che remota che i negozi di Taiwan siano invasi da prodotti cinesi a basso costo e di altrettanto bassa qualità. E poi la preoccupazione, segnalata da tutti gli organi di stampa, della nuova dipendenza commerciale dalla Cina. I nazionalisti sanno che Taiwan non sarà più in grado di diventare un vero Paese dopo questo accordo. E' troppo 'goloso' per gli investitori dell'isola rivolgersi al vicinissimo immenso mercato cinese. Troppi i vantaggi, oltre a quelli geografici. Si parla praticamente la stessa lingua, sono del tutto simili le abitudini e la cultura. La manodopera cinese costa infinitamente meno di quella taiwanese e il mercato è infinito. L'enorme montagna di soldi che Pechino presto investirà molto probabilmente sarà lo scacco matto. Il timore che scuote l'isola è che il patto commerciale trasformerà Taiwan in un altro territorio cinese, com'è già successo per Hong Kong. L'opposizione tuona contro l'intesa: "Abbiamo combattuto tanto per la nostra democrazia, ora ci vendiamo al miglior offerente".
Che farà Taiwan una volta che la Cina investirà miliardi di dollari comprandosi interi quartieri di Taipei? O quando molte aziende diventeranno cinesi? Che farà quando si accorgerà che la sua economia dipende esclusivamente da Pechino?
di Francesco Bianco (1 luglio 2010)
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L'operazione Taiwan è molto simile a quella che la Cina ha messo in atto con gli Stati Uniti e in Africa. Utilizzare gli enormi capitali per determinare una dipendenza economica, che di fatto diventa politica. Ogni tanto Washington prova a fare la voce grossa, ma è più una scaramuccia tra amanti. Secondo gli ultimi dati disponibili le esportazioni di Washington verso Pechino ammontano a quasi 6 miliardi di dollari, mentre sulla rotta inversa ci si avvicina moltissimo ai 30. Il mercato statunitense è la principale destinazione dell'export cinese e Pechino sostiene di fatto l'enorme debito pubblico statunitense, investendovi gran parte delle sue riserve accumulate grazie alla strabiliante crescita economica dovuta proprio alle esportazioni. Insomma se c'è qualcuno tra i due Paesi a poter affondare l'altro, certo non sono gli Stati Uniti. Se Pechino dovesse abbandonare Washington, la situazione economica americana precipiterebbe verso il baratro. Ancora più facile la conquista dell'Africa. La Cina stringe accordi molto più vantaggiosi di quelli che qualsiasi Paese occidentale potrebbe offrire. Con un particolare non di poco conto in un continente dilaniato da dittature e colpi di stato: il rispetto dei diritti umani non ha alcun appeal per il gigante cinese.
