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Fonte inesauribile per l'eccellenza di manodopera migrante al costo più basso del mondo, la Cina si sta trasformando ora nella meta preferita per i Paesi del sudest asiatico che vi riversano i loro diseredati disposti a farsi sfruttare da fabbriche assetate di forza lavoro sempre più a basso costo. La crescita di questa categoria di stranieri che sbarcano nell’ex Celeste Impero preoccupa politici e cittadini cinesi, non abituati alla concorrenza a ribasso su salari già al limite della miseria. Da un anno Pechino è alle prese con lo studio di una più definita legislazione in materia di immigrazione che dovrebbe portare alla divisione dei potenziali immigrati in differenti categorie basate sulle competenze professionali, a quanto riferisce l’agenzia ufficiale Xinhua. Nel 2007 quasi 2,9 milioni di stranieri erano registrati presso il ministero della sicurezza pubblica come lavoratori regolari in Cina. Il numero è aumentato rapidamente: l’anno scorso, solo a Shanghai, c’erano 152mila lavoratori stranieri residenti, un aumento del 14% rispetto al 2008.
La Repubblica popolare cinese non ha mai limitato l’immigrazione secondo categorie e parametri specifici, si trattava solo di autorizzare o meno l’ingresso e l’uscita a discrezione delle autorità competenti. L’unico requisito molto ferreo è stato fino a poco tempo fa quello di “buono stato di salute”, che comprendeva il bando all’ingresso di immigrati affetti da HIV. Divieto ora rimosso.
Dopo l’esplosione della crisi finanziaria globale, il Dragone con il suo Pil sempre in crescita e la sua economia aggressiva è diventato un orizzonte allettante per gli immigrati. Di conseguenza c'è stato il rapido aumento del numero di clandestini dai Paesi vicini. Negli ultimi mesi migliaia di lavoratori, emigrati dalle campagne, hanno denunciato l’invasione di stranieri attraverso i confini meridionali. Migliaia di irregolari del sudest asiatico sono ormai la linfa delle fabbriche cinesi che avvelenano il delta del fiume delle Perle. Vivono e lavorano in condizioni disumane e senza nessuna garanzia.
I vietnamiti sono ricercati specialmente dai proprietari di fabbriche del sud per la loro grande disponibilità a lavorare per stipendi intorno ai 50 dollari al mese, meno della metà di quanto costa un operaio locale. Migranti clandestini dalla Corea del nord lavorano nelle fattorie e nei cantieri edilizi del nord-est e c’è una crescente domanda dal nuovo ceto medio urbano di bambinaie filippine.
La popolazione locale si sente minacciata dal nuovo flusso di lavoratori a basso costo. Aumentano i sentimenti xenofobi, mentre lo Stato teme che la potenziale battaglia del lavoro tra cinesi e immigrati si trasformi in una lotta per il sindacato. Per evitare tensioni sociali la polizia rastrella con regolarità i clandestini nelle fabbriche e pattuglia i confini meridionali per contenere i trafficanti di esseri umani.
Ma per mantenere il suo sviluppo Pechino sa bene di non potersi più chiudere al “diverso”. Zhang Jijiao, ricercatore presso l’Istituto di Etnologia e antropologia all’Accademia cinese delle Scienze sociali (CASS), ritiene che nell’era della globalizzazione la Cina ha bisogno di attrarre una varietà di talenti, investitori, lavoratori abili e in particolare i cosiddetti “gabbiani” (un termine cinese che indica gli stranieri che lavorano con le multinazionali e viaggiano per tutto il mondo) – per mantenere la sua crescita.
Autorità e studiosi in Cina sono ora all’opera “per regolamentare le migrazioni transnazionali sulla base di considerazioni economiche”, spiega Zhang. Verranno divisi i futuri immigrati in base alle loro capacità lavorative (“abili”, “investitori”, “nessuna professionalità”…) e adottate misure diverse per ciascuna categoria.
Anche se al momento non esiste una tabella di marcia verso l’introduzione della nuova legge, di sicuro c’è che nel prossimo censimento nazionale - a novembre - verranno inclusi per la prima volta anche i residenti stranieri, nel tentativo di monitorare il loro numero effettivo.
di Marta Allevato (3 giugno 2010)
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