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Secoli di propaganda per la "purezza del sangue" hanno formato una società ostile allo straniero, mentre nel Paese aumenta l'immigrazione. Amnesty denuncia una crescita di reati a sfondo xenofobo e anche gli occidentali non sono ben visti
Da una parte un crescente odio razziale verso gli immigrati asiatici, radicato nella storica ideologia della “purezza della razza”. Dall’altra, un’invidia che sfuma nel disprezzo per gli occidentali, alimentata dallo spasmodico desiderio di progresso. Sono le due facce dell’immigrazione in Corea del Sud. Un Paese che, dopo otto anni di massiccia affluenza dall’estero, inizia solo ora ad affrontare seriamente il problema dell’integrazione.
Per la maggior parte dei sudcoreani, la globalizzazione si era tradotta principalmente nel boom delle esportazioni e nei soggiorni studio all’estero. Dal 2000 ad oggi, però, il numero degli immigrati è raddoppiato fino a toccare 1,2 milioni su una popolazione di 50 milioni di abitanti. Con un forte calo della natalità. E con forti pregiudizi.
L’idea di “purezza del sangue”, propagandata da secoli nel Paese (vedi box), percepisce come inferiori indiani, cinesi e tutte le popolazioni del sud-est asiatico. Queste sono oggetto di frequenti insulti in pubblico o sul lavoro. Come è successo, a luglio, all’indiano Bonogit Hussain. Il ragazzo, studente universitario a Seoul, ha raccontato al New York Times che mentre viaggiava su un autobus un uomo ha iniziato a urlargli pesanti offese. La vicenda ha avuto una giusta fine: l’uomo ha dovuto pagare oltre 500 dollari di multa per “commenti razzisti”. Ma si tratta solo della prima condanna del genere nel Paese.
Accortasi, infatti, della bomba ad orologeria, la politica sta correndo ai ripari. È in fase di stesura un disegno di legge che fornisca, per la prima volta, una definizione di “discriminazione razziale ed etnica”, stabilendo delle pene adeguate.
Non è di aiuto l’escalation di reati commessi dagli immigrati. Secondo dati della Polizia, nel 2009 la criminalità straniera è aumentata del 18% rispetto all’anno precedente e ha assunto forme più violente, come lo stupro e l’omicidio.
Un risentimento destinato ad esplodere è anche quello degli asiatici verso i datori di lavoro coreani. Succede la stessa cosa che in Italia: si creano sacche di povertà, trattamenti ingiusti e illegali sul lavoro, salari troppo bassi e pochi diritti. Nel suo report 2009, Amnesty International, denunciava, ad esempio, l’obbligo per gli immigrati del sudest asiatico di dimostrare di non essere infetti da HIV.
Per molti coreani il primo incontro con non asiatici è avvenuto durante la guerra di Corea, quando gli americani combattevano a fianco del Sud. Il sospetto nutrito verso gli occidentali trova una spiegazione nella storia, ma anche in alcuni comportamenti scorretti di europei e americani. Essendo di fatto immuni alla legge civile coreana, i soldati delle basi americane nel Paese vivono con la certezza dell’impunità: spesso si ubriacano, provocano risse e importunano le donne. Quando un sudcoreano si riferisce, in una conversazione privata, a un americano spesso attacca il suffisso “nom” (“bastardi”).
Il disprezzo per l’Occidente è mitigato da una forma di invidia verso una cultura ritenuta superiore. Da raggiungere. La ricerca scientifica e lo studio dell’inglese sono alcune delle armi adottate per vincere la corsa al progresso. Così negli ultimi anni in Corea del Sud si sono riversati migliaia di insegnanti madrelingua inglese. L’English fever, unita al rispetto che il confucianesimo inculca verso la figura dell’insegnante, hanno portato molti stranieri ad approfittarsene. Non sono pochi i professori che si sono poi rivelati solo “improvvisati”.
di Marta Allevato
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La storia coreana spiega, in parte, la naturale diffidenza di questo popolo verso lo straniero. Won Bok Rhie, autore del libro 'Koreans unmasked: in search of the Country, the Society and the People', sostiene che secoli passati a difendersi dalla pressione politica e dall’invasione militare di colossi come Cina e Giappone abbiano insegnato ai coreani la conservazione dell’omogeneità etnica” come strumento per preservare la propria identità. Mentalità che non li ha mai abbandonati: in un sondaggio del 2008, il 42% degli intervistati dichiarava di non aver mai parlato con uno straniero in vita sua. Secondo Maurizio Riotto - professore di Lingua e letteratura della Corea all'Orientale di Napoli - "i coreani non sono mai diventati davvero nazionalisti fino all’invasione giapponese (1910-1945), che li ha segnati profondamente per la spietatezza degli occupanti. Dopo la Guerra di Corea (1950-’53), saranno gli Stati Uniti a influenzare, fino ai giorni nostri, la politica sudcoreana. L’attaccamento all’idea di “purezza di sangue” nei coreani è ben sintetizzata nelle parole di Lee Sung-bok, un muratore di Incheon: “Per noi coreani l’omogeneità etnica è una benedizione contro le minaccia dell’immigrazione”.
