banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press

news
asia e pacifico

 

Share |

 

Foto di

Non fosse stato per l’11 settembre, dell’Afghanistan sarebbe importato a pochi, in Occidente. Quando i Taliban (VEDI BOX) distrussero le statue del Buddha a Bamyan, ci fu un distaccato disgusto per la devastazione di una parte preziosa del patrimonio mondiale dell’umanità, ma tale disgusto occupò qualche prima pagina di giornale per poi essere dimenticato. 

 

Improvvisamente, grazie alla guerra contro il terrorismo, la sensibilità per i destini degli afgani è aumentata. Un popolo sottomesso alla dittatura islamica talebana, le cui donne erano ridotte a fantasmi dal burka e dall’oppressione degli studenti islamici al potere, sconvolsero la sensibilità di tanti occidentali.  

 

All’idea di una guerra giusta, benedetta dall’Onu, per trovare lo sceicco del terrore Osama Bin Laden e smantellare le basi operative di Al Qaida, si aggiungeva l’idea della liberazione di un popolo ferocemente oppresso. Per portare democrazia, libertà e laica tolleranza.  

 

Oggi - come è successo per le statue del Buddha - le donne in burka che girano come fantasmi per le strade afgane non suscitano più sdegno. Dopo la vittoria dell’alleanza occidentale nella ‘guerra classica’, il pantano afgano ha inziato ad espandersi. 

 

La guerra afgana è lontana, non provoca più empatia. Quanti sono gli editoriali sdegnati che abbiamo letto in questi giorni a proposito delle bambine rimaste gravemente intossicate da un gas sprigionato nella loro scuola di Kunduz, nel nord del Paese? L’attentato sarebbe opera dei talebani. 

 

L’Afghanistan si riaffaccia nelle nostre case grazie all’ozioso dibattito Tv sulle ragioni dell’assurda incarcerazione degli operatori di Emergency. Contemporaneamente, va in scena - ma a favore del solo pubblico locale - l’ennesimo errore dei militari della Nato. Sparano contro un autobus a Kandahar e uccidono quattro civili, tra cui una donna e il suo bambino. 

 

Due situazioni ugualmente assurde e diversamente drammatiche, che danno la misura del caos e dell’ingovernabilità di un Paese così poco e male raccontato

 

“E' un Paese molto complesso – ci racconta Qorbanali Esmaeli, afgano, presidente dell'associazione ONG Afgana Ghadir Future Foundation (vedi www.gffitalia.org) – tra nord e sud, tra est e ovest, ci sono molte differenze. Molte culture, molte religioni, molte etnie”.

 

Come si vive nelle diverse regioni?

Nel nord - ovest, ad Herat per esempio, si sta bene. Si respira un’aria di tranquillità e di prosperità. Nel sud, nella provincia di Kandahar, invece no. Tra pochi giorni inizierà lì la seconda fase dell’attacco americano per mandare via i talebani. Al centro, nella provincia di Bamyan, la situazione è un po’ più tranquilla, è una zona verde dal punto di vista militare. Non ci sono talebani né forze internazionali. Ci vive un’etnia molto pacifica e integrata, chiamata Hazara. E’ addirittura una provincia governata da una donna Habiba Sorbi, prima e unica governatrice della storia afgana, già ministro delle donne nel primo governo Karzai.  La provincia è molto povera. 

 

Come viene vissuta la presenza delle forze internazionali dalla popolazione?

Anche in questo caso dipende dalla diverse zone del Paese. A sud, la popolazione di etnia pashtun, tradizionalista, nazionalista  e abbastanza fondamentalista, non vive bene la presenza di americani e inglesi. Anche perché si rapportano alla popolazione in modo diverso dalle altre forze internazionali. 

 

Diverso in che senso?

Hanno regole di ingaggio diverse. Americani e inglesi sono lì per combattere. Non è un caso che abbiano mandato proprio loro, nella zona calda del Paese. Così come non è un caso che gli italiani siano ad ovest, al confine con l’Iran. Così come al centro e al nord ci sono tedeschi, belgi e olandesi.

 

Quindi le forze straniere non sono ugualmente sopportate, odiate o tollerate?

Non lo sono, infatti. Gli italiani sono ben visti dalla popolazione di Herat,  in primo luogo perché non sono lì per combattere e poi  perché non hanno gli stessi atteggiamenti degli americani. Non sono prepotenti, sono rispettosi. Non portano solo armi, portano anche libri, quaderni, distribuiscono generi alimentari. Non entrano nelle moschee con gli scarponi o nelle case sfondando la porta. Nella provincia di Bamyan la presenza delle truppe straniere è indifferente alla popolazione locale, tal volta sono visti anche come supporto alle forze armate afgane. Gli Hazara hanno sicuramente un approccio allo straniero diverso da quello dei pashtun, dei tagiki. Il contingente turco è ben visto dagli uzbeki nel nord del Paese. Hanno la stessa cultura, parlano la stessa lingua. 

 

Che tipo di Paese è l’Afghanistan, che futuro si intravede?

E’ un Paese che ha sofferto sin dai tempi de re Mohammad Zahir Shah, da prima che ci attaccassero i sovietici. E’ un Paese senza rete fognaria, con pochissime strade asfaltate, la linea telefonica esiste solo nella capitale. Difficile intravedere un futuro. E’ stato armato fino ai denti dagli occidentali per sconfiggere il blocco sovietico, poi è stato abbandonato a sé stesso con tutte quelle armi arrivate dall’Occidente. Chiunque poteva usarle contro chiunque in qualunque momento e così è stato. 

 

E’ così che sono arrivati i terribili talebani al potere?

Sì. Nati all’estremo sud del Paese in pochi mesi hanno conquistato il potere perché la gente non ne poteva più. Chiunque fosse arrivato al loro posto promettendo sicurezza  e giustizia sociale ci sarebbe riuscito. Non si poteva uscire da casa. Ogni capetto pieno di armi governava un quartiere. 

 

Come vede la ritirata entro il 2011 delle truppe straniere? 

Credo che se andassero via le forze internazionali entro due o tre o dieci anni, commeterebbero lo stesso errore che si commise dopo la disfatta sovietica. Sarebbe un Paese nella mani di tutti e di nessuno

 

Ma ora l’Occidente è stanco di stare in Afghanistan, non riesce a gestire la insorgenza talebana e le opinioni pubbliche dei vari stati coinvolti vogliono le truppe a casa. 

L’Occidente è stanco ma forse per qualche motivo non vuole gestire la politca del Paese. I talebani non sono una superpotenza, non hanno mezzi, neanche un minimo di quelli che hanno a disposizione le forze occidentali. Ma secondo lei perché non vengono sconfitti?

 

Me lo dica lei. Chi sta dietro i talebani?

Ma secondo lei i talebani escono da sotto terra? Uno dei motivi per cui è stato attaccato l’Afghanistan è  la coltivazione dell’oppio che continua ad esserci, anzi ad aumentare. Perché i talebani stanno al sud, cioè al confine con il Pakistan, e non al nord? Tutto questo a qualcuno fa comodo. Sicuramente non a noi afgani.  

di Angiola Bellu

{ 0 Commenti }

Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.



Taliban

 

I taliban, o studenti di religione, sono nati nel 1993 come combattenti pashtun, in un momento in cui i mujaheddin, sconfitti i sovietici nel 1989, trascinavano il Paese in una lunga guerra civile. Il riferimento agli studi religiosi dei taliban deriva dal fatto che sono stati allevati nelle scuole coraniche (madrase) del  Pakistan, col sostegno dei suoi servizi segreti (Isi). Ideologicamente i taliban si rifanno alle teorie Deobandi (una scuola di pensiero islamista del subcontinente indiano rivista in modo rigido e semplicistico alla luce del codice tribale pasthun). Secondo i taliban ogni tentativo di modernizzazione è da combattere in modo repressivo e violento. Condotti da mullah Omar, un contadino del Sud del clan Ghilzai divenuto la loro guida spirituale, politica e militare, i taliban, allevati a kalashnikov e versetti coranici, vanno alla conquista del Paese, anche se la resistenza nei loro confronti non sarà mai completamente piegata. La loro ideologia di purezza trova un popolo stremato dalla guerra civile e permette loro di essere accolti come liberatori, onesti e incorruttibili. Nel 1996 i Taliban prendono Kabul e impongono la loro rigida visione dell’Islam. Le donne non possono più lavorare o andare a scuola. Vengono introdotte pene come la lapidazione e le amputazioni. L’abbraccio mortale a Osama Bin Laden, accusato di aver bombardato le ambasciate americane in Africa, porta le Nazioni Unite a imporre al Paese sanzioni finanziarie e l’embargo dello spazio aereo. Nel 2001  i talebani ordinano la distruzione delle due statue del Buddha scolpite sulle pareti di roccia nella valle di Bamyan L'azione fu condannata dall'UNESCO e da molte nazioni di tutto il mondo, Iran compreso. Dopo il fallimento della trattativa tra Kabul e Washington - che chiede senza esito ai taliban la consegna di Osama Bin Laden a seguito degli attentati dell’11 settembre -  inzia la guerra che gli Stati Uniti chiamano Operazione Enduring Freedom.

 

Logo Voci GLobali