news
asia e pacifico
È stato l'uomo della speranza, ora incarna tutta la delusione di un popolo frustrato. Il popolo per il quale lui ha combattuto nella Rivoluzione dei Tulipani (vedi BOX), capace di rovesciare il corrotto regime di Askar Akaiev, portandolo a una trionfale vittoria elettorale nel 2005. Ora quello stesso Paese vuole processarlo per gli scontri degli scorsi giorni che hanno ucciso decine di civili. La nuova presidente ad interim, Roza Otunbayeva, ha detto senza mezzi termini che Bakiyev "ha le mani sporche di sangue", mentre l'ex leader si è detto pronto ad andare in Tribunale se la sua sicurezza personale sarà garantita. Ma non ha abbassato la guardia, preannunciando nuovi violenti scontri nel caso fosse arrestato. In un primo momento Bakiyev aveva proposto le sue dimissioni se il governo provvisorio, nominato un giorno dopo il colpo di stato dell'8 aprile, fosse stato in grado di fermare la rivolta nel Paese e di garantire l'incolumità della sua famiglia. Ma la Otunbayeva è stata lapidaria: "Lui ha ecceduto i limiti della sua immunità spargendo sangue ovunque e ora deve rispondere delle sue scelte davanti alla legge". I suoi parenti sono poi uno dei motivi delle proteste e la nuova leader kirghisa ha spiegato che anche loro devono essere processati perché si tratta di "gente che ha sparato contro cittadini".
Per l'ascesa politica di Bakiyev è stata fondamentale la Rivoluzione dei Tulipani, chiamata così sul modello di altre insurrezioni popolari nell'area ex sovietica, come quella 'arancione' in Ucraina e 'delle rose' in Georgia. Le speranze erano enormi, ma presto l'aria è cambiata. Le prime proteste contro Bakiyev, accusato di non mantenere le sue promesse, dopo aver modificato la costituzione per accrescere il suo potere, iniziarono già nel 2006. Per riportare la calma nel Paese, uno dei più poveri dell'ex blocco sovietico, Bakiyev accettò di diminuire la sua influenza, ma l'opinione pubblica gli aveva ormai voltato la faccia e sempre di più in modo rabbioso. Certo non gli ha giovato il suo nepotismo, assegnando ruoli chiave della vita pubblica a suoi parenti, mentre preparava la sua successione con il figlio Maksim. Le stesse accuse che poi furono fatali proprio ad Akayev, il presidente che lui in gran parte contribuì a deporre. Nel 2009 tornò a vincere comunque le elezioni, ma con pesanti dubbi degli organismi di controllo internazionali, che però a onor del vero non riuscirono a produrre prove inconfutabili di brogli. Molti problemi gli sono arrivati anche dal pessimo rapporto con la libertà di stampa. Decine i giornalisti che sono stati pesantemente minacciati, se non addirittura uccisi e moltissimi giornali critici verso il suo governo sono stati costretti a chiudere. E questo in un Paese che era considerato uno dei più progressisti dell'area e dove tradizionalmente i media godevano di un'ampia libertà di stampa, con più di 30 canali privati e diversi quotidiani.
Il Kirghizistan è un Paese difficile anche geograficamente. Praticamente isolato perché s'incontrano montagne alte anche 7 mila metri per superare i suoi confini con la Cina e con altri tre stati dell'ex impero sovietico (Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan). La popolazione è un vero mosaico etnico con la presenza di uzbechi, russi, ucraini, uiguri, cinesi e numerose tribù nomadi. Un Paese che ha una lingua ufficiale, il kirghiso appunto, ma dove si parla soprattutto il russo. Ci sono tensioni nel Sud - il bacino elettorale di Bakiyev - tra uzbechi e la popolazione locale per la spartizione delle terre. La religione più praticata è quella musulmana e c'è sempre un maggiore interesse verso l'Islam. Bakiyev ha visto con preoccupazione l'affermarsi di gruppi jihadisti, come Hizb-ut Tahrir, che spesso hanno provocato scontri con le forze dell'ordine.
La sua posizione è cruciale e fa gola alle tre grandi potenze, Cina, Russia e Stati Uniti per il controllo dell'Asia Centrale e per l'accesso alle sue risorse energetiche. Washington e Mosca hanno ciascuna una base militare sul suo territorio. Quella statunitense a Manas ha un'importanza vitale dal punto di vista logistico per le operazioni nel vicino Afghanistan. Lo scorso ottobre Bakiyev ne minacciò la chiusura dopo un accordo con Mosca, minacce rientrate quando l'Amministrazione Americana decise di triplicare la cifra che ogni anno sborsa per l'affitto dell'area, affitto che però scade nel luglio di quest'anno. Bakiyev dimenticava che grazie all'appoggio dato all'intervento militare Usa nella terra dei Talebani, il Paese ha potuto beneficiare di un riscaglionamento del debito estero. I conseguenti aiuti occidentali avevano permesso miglioramenti nell'ambito degli accessi all'acqua e alla sanità. Nonostante questo il presidente ha sempre preferito i rapporti con Mosca a quelli con Washington.
L'economia ha pesantemente risentito degli ultimi scontri. Molto è stato distrutto. Nel periodo di Akaev le sue riforme hanno ridotto l'inflazione e aumentato i livelli di occupazione e produzione, ma i livelli di povertà sono rimasti invariati dal 1996 a oggi e sono diventati uno dei motivi scatenanti delle recenti proteste. Ha giacimenti di petrolio e uranio, ma non possiede gli stabilimenti per la loro raffinazione, con il paradosso (comune in realtà a molti Paesi in via di sviluppo) di dover importare energia dall'estero.
Ora il primo compito del nuovo governo ad interim è quello di rafforzare la propria legittimità (il nuovo assetto politico è già stato riconosciuto da gran parte del mondo) e di prendere il controllo del Paese. Le proteste hanno distrutto negozi e case, soprattutto nella capitale, e al momento i cittadini si sono autocostituiti in gruppi di vigilantes per proteggere le loro proprietà. Il governo ha già avviato un'inchiesta per fare luce sulle rivolte popolari, che però potrebbe portare a nuove insurrezioni. Ci si muove insomma su una lama di rasoio. In questo contesto la signora Otunbayeva, più volte ministro degli Esteri e ora a capo del Paese, ha promesso elezioni entro sei mesi, ma a molti osservatori internazionali, sembra più un'intenzione, che la realtà. L'ex presidente Bakiyev, dal suo rifugiato nella città di Osh, rifiuta di riconoscere il nuovo governo, dichiarando che il suo governo è l'unico legittimato da una elezione democratica.
di Francesco Bianco
{ 0 Commenti }
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
Il nome Rivoluzione dei Tulipani si deve proprio allo stesso deposto presidente Akayev, che così chiamò la rivolta popolare in un suo discorso. Il tulipano di Kauffman è una specie bianca e selvatica scoperta sulle montagne dell'Asia centrale. La rivolta fu scatenata dalle elezioni legislative a doppio turno del 27 febbraio e 13 marzo 2005. L'opposizione ritenne il voto viziato da gravi brogli del governo di Akayev, della sua famiglia e del suo clan, accusati di essere a capo di un regime corrotto. Nei giorni successivi le opposizioni occuparono le piazze e diversi edifici pubblici. Quando le forze di sicurezza intervennero, gli scontri più violenti si concentrarono a Jalalabad e Osh, poi anche nella capitale Bishkek. Le opposizioni si unirono e il 24 marzo si verificarono scontri nella capitale, con i manifestanti che occuparono diversi uffici e la tv di stato. Almeno tre persone morirono. Il 26 marzo il nuovo parlamento nominò Bakiev primo ministro ad interim di un governo di transizione, riconosciuto dall'Osce. Il 2 aprile Akayev fu costretto a firmare le sue dimissioni, che annunciò il giorno successivo da Mosca, dove rimase in esilio, e che il parlamento a Bishkek ratificò l'11 aprile. Il 10 luglio 2005 si tennero elezioni presidenziali che videro la vittoria, con l'88,9% dei consensi, di Bakiev. Gli osservatori dell'Osce rilevarono miglioramenti rispetto alle elezioni precedenti, ma anche irregolarità.
