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"Una roadmap che porti alla ricostruzione di Haiti e un conseguente impegno di lungo termine per i Paesi donatori". Queste le intenzioni del summit internazionale che si terrà questo mese - la data non è ancora stata decisa - a New York nel Palazzo di Vetro, la sede delle Nazioni Unite. La Conferenza mette insieme una decina di Ministri degli Esteri, tra cui la statunitense Hillary Clinton, il francese Bernard Kouchner e l'italiano Franco Frattini, con otto organismi internazionali: tra loro le sei più importanti organizzazioni non governative che operano ad Haiti. Secondo quanto emerso dal primo vertice a Montreal lo scorso 25 gennaio serviranno dieci anni di duro lavoro per ricostruire l'isola. Alla riunione canadese il primo ministro di Haiti, Jean-Max Bellerive, ha sostenuto come debbano essere gli stessi haitiani i protagonisti della rinascita. A loro spetta il ruolo leader. Bellerive ha detto che per fare questo "è necessario che venga riconosciuto da tutti che ad Haiti c'è un governo in carica che ha l'appoggio della popolazione. È falso che non stiamo lavorando. La ricostruzione è avviata: è vero, in modo lento, ma è partita".


Ma sono proprio i tempi dilatati che potrebbero essere fatali. Trecentomila le persone che secondo il presidente René Preval hanno perso la vita nel sisma dello scorso gennaio. Ma le vittime non sono ancora finite: le violente piogge che si stanno abbattendo su Haiti hanno già ucciso una decina di haitiani. il vero pericolo ora sono le epidemie che potrebbero scatenarsi. La situazione è tornata vicino al collasso. Un milione di persone non ha ancora un tetto sotto cui dormire dal giorno del terremoto. Le inondazioni sono avvenute diverse settimana prima della tradizionale stagione delle piogge. Già evacuati un ospedale e un carcere. La paura principale è però per la capitale, Port au Prince. Squadre delle Nazioni Unite lavorano senza sosta alla pulizia dei canali e alla rimozione delle tonnellate di detriti che potrebbero diventare una trappola mortale. Le forze in campo però sono insufficienti e il governo non sembra essere capace di reagire. La corsa contro il tempo riguarda anche i cumuli di spazzatura, che mischiati al fango potrebbero diventare spaventoso veicolo di pandemie, oltre che un tappo che impedisce il defluire delle acque. Molto è stato fatto dalle ong, ma manca una vera strategia. E in questo momento serve come l'ossigeno. Per coordinare gli sforzi l'Onu ha organizzato un vertice con le oltre 300 organizzazioni che lavorano nel Paese. Le necessità della popolazione restano infinite: servono 200 mila tende per ospitare le persone che ancora non hanno un posto dove stare. Più di 400 mila famiglie hanno bisogno urgentemente di assistenza sanitaria.


Tra i principali Paesi donatori gioca un ruolo importante Cuba
. Le sue squadre di medici sono state le prime a costruire strutture per visitare e operare la popolazione o a rendere di nuovo funzionanti gli ambulatori dell'isola. Nonostante questo, il loro lavoro non ha avuto alcun peso sui media. Cuba è stata la prima ad arrivare, ma la notizia non è apparsa sui più importanti giornali del mondo. Il personale medico e gli infermieri inviati da Raul Castro lavorano 18 ore al giorno. Tutti gli organismi internazionali che operano sul luogo, tra cui la Croce Rossa Internazionale, riconoscono come il loro contributo sia eccezionale. I dottori cubani gestiscono otto ospedali di campo, cinque centri diagnostici e 22 postazioni di pronto soccorso finanziate dal Venezuela. Lavorano anche in nove centri di riabilitazione con 70 fisioterapisti cubani. L'Avana ha inviato 400 mila vaccini contro il tetano per soccorrere i feriti. Novecentotrenta i professionisti presenti.


Ma il contributo in campo medico non finisce qui. Cuba permette da anni a giovani dell'America Latina e dell'Africa di laurearsi nelle sue università. E molti di questi si trovano proprio ad Haiti. Per fare un raffronto, Medici Senza Frontiere, la più importante organizzazione del settore, ha meno di 300 professionisti sull'isola. Nonostante questo nessuna traccia di medici cubani su giornali e televisioni. In realtà l'embargo mediatico riguarda anche altri Paesi, come il Venezuela di Chavez che ha cancellato il debito a Port au Prince e ha garantito petrolio gratis fino a quando l'isola non si sarà ripresa. Il problema sembra stare nel fatto che le ong internazionali, interessate a far conoscere al mondo quello che fanno, stipulano accordi con i media di reciproco aiuto.


Una grande eccezione in realtà c'è stata. La Cnn ha dedicato all'opera dei medici cubani ad Haiti un lungo reportage. Qualcosa si muove e proprio la situazione del dopo sisma potrebbe aprire una breccia nel muro contro muro tra Washington e L'Avana che dura da quasi 50 anni. Cuba, con una decisione storica, ha permesso ai velivoli statunitensi che evacuavano gli haitiani per ricoverarli negli ospedali della Florida, di sorvolare il suo spazio aereo. Ma c'è stato di più. Il governo di Castro si è detto pronto a collaborare con tutti i Paesi, Stati Uniti compresi, per il bene di Haiti. Washington, per bocca del Segretario di Stato Hillary Clinton non solo ha ringraziato L'Avana per quello che sta facendo ma si è detta pronta a una ulteriore cooperazione. Ora il passo decisivo spetta ad Haiti: chiedere che alla prossima riunione dei Paesi donatori alle Nazioni Unite ci sia anche Cuba.

di Francesco Bianco

{ 3 Commenti }

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gigi ha scritto:
2010-03-09 00:19:57
Cosa??? Ma voglio andare anch'io a studiare all'Elam. Tutto ciò è meraviglioso! Grazie Cuba di esistere...ancora.
Anacleto ha scritto:
2010-03-11 10:25:33
L'ipocrisia e il cinismo dei paesi "avanzati" non ci danno tregua. E' incredibile che l'occidente bulimico ed egoista continui a giudicare paesi come Cuba, diove la solidarietà è tra i princìpi costituenti. Negli ultimi 20 anni Cuba è stata sempre in prima fila nel portare aiuti ai paesi colpiti dalle catastrofi climatiche (compresi gli USA, quando furono colpiti dall'uragazo Katrina). Nessuno ne parla mai. Forse non è solo una censura legata all'ostilità verso il regime castrista; è solo che dare voce a queste notizie rende più impietosa l'immagine dei nostri paesi...dove nelle tragedie molti scodinzolano e sghignazzano, pensando a come lucrarci sopra...e l'Italiano si sente a posto mandando 2€ con un sms. Cuba non è solo questo, naturalmente, ma per capirla bisogna parlare anche di questo: grazie Mixa!
Marisa ha scritto:
2010-03-11 16:06:27
Io c'ero, ero a Cuba confermo tutto quanto detto e vorrei aggiungere che Cuba offre anche importanti opportunità per chi vuole fare delle ricerche ad esempio per tesi di laurea. Le offre a studenti provenienti da tutto il mondo. L'ho verificato di persona mentre presenziavo ad un Convegno Internazionale di Antropologia organizzato dall'Università di Antropologia dell'Avana e Casa Africa che si occupa dello studio della storia e cultura africana di provenienza. Studenti dell'Università di Antropologia di Torino erano presenti e con il sostegno di docenti dell'Avana facevano e fanno ricerca sul campo. Cuba è questo e molto altro ancora....
La Elam e gli aiuti umanitari di Cuba

 

La sanità a Cuba gioca sul fattore umano. Sono i suoi medici, i suoi esperti in situazioni di disastri, a fare dell'isola una delle nazioni più importanti nella cura della salute e negli aiuti umanitari. Anche più importanti di Paesi molto più ricchi. Oltre all'azione che stanno svolgendo ad Haiti, sono molte le situazioni dove il personale medico cubano è stato fondamentale.

Dopo lo tsunami nell'Oceano Pacifico alla fine del 2004, Cuba dispiegò il più ampio contingente di dottori. E furono quelli che restarano più a lungo, tanto da essere i primi a intervenire quando il terremoto nel 2006 colpì l'Indonesia. Cuba inviò 135 operatori sanitari e due ospedali da campo.

Lo stesso accadde con il sisma in Pakistan nel novembre del 2005. Stati Uniti e Unione Europea inviarono medici in campi base, che lavorarono a rotazione per un mese. I cubani per sei mesi si occuparono di sette campi base e operarano in 32 ospedali di campo.
 

Cuba si mette anche a disposizione per l'istruzione di studenti di altri Paesi poveri offrendo di laurearsi in medicina sull'isola dei Caraibi. L'Università è la celebre Elam, Escuela latinoamericana de medicina. Dal 1999 rende possibile il sogno di diventare medico a migliaia di giovani provenienti dai Paesi più poveri del mondo, che una volta laureati potranno servire proprio la loro terra. Sono ormai più di 8 mila i giovani che sono diventati dottori. Venivano da 50 Paesi diversi. Molti quelli che arrivano da Honduras, Guatemala e proprio Haiti. Tra loro anche un centinaio di statunitensi che non possono permettersi le rate delle Università americane. Ai giovani che studiano a Cuba, non solo viene garantito gratuitamente il vitto e l'alloggio, ma viene dato loro un piccolo stipendio in pesos cubani.