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Nel Paese latinoamericano si vota ad aprile e l'attuale capo dello stato si gioca il tutto per tutto per risalire nei sondaggi
Nel continente considerato fino a pochi anni fa il “cortile di casa” degli Stati Uniti, nessuno si era spinto a tanto: chiedere apertamente l’apertura nel proprio Paese di basi militari Usa. La trovata è del presidente peruviano Alan García, che in un’intervista alla CNN, ha dichiarato: “gli statunitensi hanno già qui da noi elicotteri e punti di osservazione satellitari, sarebbe ottimo se stabilissero delle vere e proprie basi militari”. Rieletto nel 2006 per un secondo mandato, García gioca così una nuova carta che potrebbe tornargli utile per poi chiedere a Washington un aumento degli aiuti economici in vista anche delle elezioni presidenziali che si terranno nell'aprile del 2011.
La dichiarazione conferma un’ipotesi che molti esperti di studi internazionali in America Latina segnalano da tempo, e cioè che potrebbe essere il Perù la nuova sede della grande base ecuadoriana di Manta, chiusa da Rafael Correa per ripristinare la sovranità del suo Paese. L’impressione di molti è che nelle stanze del Pentagono si stia pensando di rimilitarizzare il territorio sudamericano, con il pretesto della lotta al narcotraffico ma con la necessità di ripristinare il controllo sul subcontinente e frenare la crescita anche militare del Brasile.
Già presidente dal 1985 al 1990, García lasciò il Perù in una situazione disastrosa. Il Paese era al collasso, con solo 8 milioni di dollari nelle casse dello Stato. Dilagava la corruzione, con lo stesso capo di Stato accusato addirittura di tangenti e riciclaggio di denaro sporco. Concluso il mandato, García fuggì in esilio nella confinante Colombia e poi in Francia, e non tornò fino al 2001. Sia pure con un leggero scarto sull’avversario Ollanta Humala, nel 2006 García riconquista la presidenza della Repubblica. Quattro anni dopo, non sembra essersi riscattato dal suo primo fallimento, anzi, guida un Paese in crisi permanente. Da un lato l’esplosione dello scontro sociale dovuto all’insostenibilità delle condizioni di vita da parte della popolazione (il 36% dei peruviani vive sotto la soglia di povertà, che arriva al 50% nelle aree rurali), dall’altra la mancanza di efficaci politiche sociali e la corruzione, ingrediente fisso della storia peruviana recente e che continua a compromettere la credibilità delle istituzioni. García si sta dimostrando incapace anche di gestire le tensioni sociali, spesso dovute alle proteste delle comunità indigene contro i decreti che continuano a distribuire terre alle imprese per lo sfruttamento minerario. In questi giorni centinaia di manifestanti si oppongono alla realizzazione del nuovo giacimento di Tía María, nella regione di Arequipa, che costa allo Stato 949 milioni di dollari e produrrà 120mila tonnellate di rame all’anno. Gli esperti del “Frente de defensa del valle del Tambo” hanno dimostrato alle istituzioni che le attività della miniera comporteranno il taglio del 60% dell’acqua utile alle coltivazioni (e alla sopravvivenza) delle comunità locali. Gli scontri con la polizia sono all’ordine del giorno, e lo spettro dei metodi repressivi del presidente García torna a fare paura. A giugno del 2009 furono soffocate nel sangue proteste simili scoppiate nella regione di Bagua, per un decreto che avviava i lavori per due giacimenti di carbone e gas: 34 morti e 155 feriti tra poliziotti e manifestanti.
In pochi Paesi come il Perù è evidente lo scollamento tra la crescita economica e la mancata ridistribuzione delle ricchezze alla popolazione. è la prima nazione del Sudamerica per numero di miniere e imprese di estrazione, ed è la terza destinazione al mondo per lo sfruttamento dei giacimenti. Il sottosuolo è pieno di oro, argento, rame e zinco. Ricchezze che in mancanza di politiche adeguate, di lotta alla corruzione, di stabilità governativa, non bastano a fare il bene del Paese. Il liberismo sfrenato di García non porta benefici, e stando ai sondaggi di popolarità (a settembre il 21%) il popolo peruviano guarda già al futuro. Il 10 aprile 2011 si apriranno le urne per le elezioni presidenziali.
di Marco Todarello (2 dicembre 2010)
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“Il mio Paese è il più bello del mondo, solo che spesso è stato governato da persone che avevano in mente solo i loro amici. Più che corrotti, sono pavidi, poco coraggiosi. Per la storia di tutto il continente sudamericano si ha sempre paura che ci possa essere un colpo di Stato, quindi troppo spesso chi governa si piega agli interessi delle multinazionali”. Pablo ha le idee chiare sul “suo” Perù ed è pieno di orgoglio nazionale. Fa l'infermiere in una casa di riposo alle porte di Milano, dove vive con la sua compagna italiana da 5 anni. “Quale altro Paese può vantare bellezze artistiche come il Machu Picchu, le Linee di Nazca, le città di Cuzco e di Arequipa o bellezze naturali come il lago Titicaca e le sue isole, le Ande e la foresta amazzonica? Forse solo l'Italia. è vero ci sono problemi, c'è molta povertà e violenza. Ma perché ogni volta che si parla del Perù non si sottolinea che posto meraviglioso sia? Dovete venire in Perù. Chi l'ha fatto, non l'ha mai più dimenticato”.
