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La gigantesca opera nel paradiso fiscale del Centroamerica attrae molti investitori, tra i quali l'italiana Impregilo

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Con meno abitanti di Roma e Milano messe insieme (3.300.000) e un territorio pari a un quarto dell’Italia, Panama deve alla sua posizione strategica l’importanza che da sempre ricopre sullo scacchiere internazionale. Situato esattamente al centro del continente americano, il suo nome evoca subito il famoso Canale, principale fonte di reddito del Paese, attorno al quale ruota tutta la sua storia.



La stessa nascita della Repubblica di Panama è legata alla costruzione della via artificiale di collegamento tra Oceano Atlantico e Pacifico, agognata per secoli da re e navigatori e realizzata nel 1914 grazie a un altissimo tributo di vite umane. Nel primo tentativo di costruzione, avviato nel 1881 da Ferdinand De Lesseps (l’imprenditore francese artefice del Canale di Suez), morirono quasi 20 mila operai, decimati dalla malaria e dalle inesistenti condizioni di sicurezza. Nel secondo tentativo, poi riuscito, trovarono la morte in 5 mila.


Gli Stati Uniti chiesero e ottennero da Panama l’autorizzazione per costruire il Canale nel 1903, e quando il governo colombiano, che allora amministrava anche il territorio panamense, si rifiutò di concedere la gestione dell’istmo, Washington annunciò l’intervento militare.


Da allora gli Stati Uniti ebbero in mano la gestione politica e finanziaria del Canale, fino al 1999, quando - come previsto agli accordi Torrijos-Carter - l’amministrazione tornò nelle mani dei panamensi. Oggi 10 mila operai sono impiegati nel suo funzionamento, e altre 500 mila persone lavorano nell’indotto. Vi transitano nei due sensi 35-40 navi al giorno, il pedaggio costa 72 dollari a container (50 mila dollari per una nave carica di medie dimensioni).


Tutto il sistema legato alle attività del Canale, insieme al commercio e al turismo, ha reso l’economia del Paese strettamente legata al settore terziario, rendendolo un caso unico nel contesto dell’America centrale. Panama è anche uno dei più noti paradisi fiscali, dove, grazie ai segreti custoditi dalle oltre 200 banche, avviene probabilmente gran parte del riciclaggio di denaro del mondo. Rispetto ad altri Paesi off-shore, a Panama non esiste nemmeno l’obbligo di tenere un pubblico registro delle società (legando così le mani agli investigatori stranieri in cerca di illeciti) e l’unico dato pubblico disponibile riguarda la semplice esistenza della società.


Un sistema che ha prodotto una corruzione diffusa, contro la quale il presidente Ricardo Martinelli ha promesso “misure efficaci” durante la faraonica campagna elettorale che lo ha portato al trionfo esattamente un anno fa.


Subito dopo la sua elezione, Martinelli annunciò anche la riforma dell’istruzione pubblica e del sistema sanitario, oltre al pugno di ferro contro la criminalità urbana.


Ma nell’agenda del presidente, in cima alla lista, c’era ben altro: difendere l’economia di mercato e trasformare Panama "nel miglior posto in cui fare affari dell’America latina", come ha ricordato lui stesso.


Pur non essendo tra i Paesi più poveri del continente, a Panama il 27% dei suoi abitanti vive sotto la soglia di povertà, e si tratta per lo più della popolazione rurale, che resta fuori dal giro economico del Canale e vive ancora di agricoltura, sempre più compromessa (-12,4% nel 2009 su base annua) dagli effetti del TLC (Tratado de Libre Comercio), un accordo bilaterale con gli Stati Uniti ratificato nel 2007. Il TLC, riducendo o annullando i dazi doganali per certi prodotti, favorisce il fenomeno chiamato dumping, asfissiando le agricolture dei Paesi in via di sviluppo. Com’è avvenuto ad esempio in Messico, primo grande produttore di mais della storia, ora costretto a importarne in grande quantità dagli Usa perché più conveniente.


In America Latina, Panama resta distante sia dal fronte della sinistra guidata da Hugo Chavez che dal liberalismo dell’asse Calderón-Uribe. E la sua storia, così com’è partita, torna sempre al Canale.


Entro fine mese partiranno i lavori di ammodernamento (conclusione attesa nel 2014), che prevedono una terza corsia di chiuse per aumentare il traffico di navi. C’è anche l’Italia, in prima fila, a spartirsi la torta: la Impregilo è in testa al gruppo di imprese vincitrici dell’appalto (insieme alla belga Jan de Nul, alla panamense Constructora Urbana e alla spagnola Sacyr Vallehermos), e l’italiano Antonio Zaffaroni è il direttore del consorzio. Il costo dei lavori ammonta a 3,118 miliardi di dollari, mentre il sindacato unitario dei lavoratori dell’edilizia panamense ha concordato con le imprese la paga minima per gli operai: 2,90 dollari l’ora.

 

In occasione dell’imminente inizio dei lavori, il ministro degli Esteri Frattini è stato recentemente a Panama City, in visita ufficiale. "Sono orgoglioso di essere il primo ministro degli Esteri italiano a visitare il Paese dopo 106 anni", ha detto il capo della Farnesina. 

di Marco Todarello (17 giugno 2010)

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Ricardo Martinelli

 

La parabola politica di Ricardo Martinelli, nipote di due italiani di Lucca emigrati un secolo fa, ricorda quella del nostro premier Berlusconi, al quale è stato più volte paragonato. Il presidente panamense è proprietario della più grande catena di supermercati del Paese, oltre che di uno zuccherificio e di una fabbrica di prodotti plastici.

Approdato alla politica solo nel 1999, dal 5% ottenuto nella precedente tornata elettorale (2004), è passato al 66% che un anno fa gli è valso la presidenza della Repubblica.

Da vero mago della comunicazione, Martinelli ha confezionato decine di spot televisivi nei quali si presentava come “uomo del cambiamento”, comparendo in strada con i muratori, davanti ai forni con i panettieri, nei campi a tagliare canna da zucchero con i contadini, e via dicendo.


"Martinelli creò una fondazione per concedere sovvenzioni alle famiglie più povere  – spiega in un’intervista a El País Mario Rognoni, ex ministro socialdemocratico – e ogni sussidio concesso è stato pubblicizzato fino alla nausea. Avendo già dalla sua parte le classi ricche, sapeva che doveva conquistare la fiducia degli indigenti. E ci è riuscito".



In queste settimane Martinelli è sottoposto a pressioni da parte di un’ampia parte della popolazione, che gli chiede di porre il veto su un contestato pacchetto di leggi in discussione in Parlamento. Tra le norme, una che limita il diritto di sciopero e un’altra che autorizza il governo, nel caso di opere considerate di interesse nazionale, ad autorizzare appalti senza tenere conto dell’impatto ambientale.

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