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Tutto rimandato al 20 giugno. Il delfino del presidentissimo Alvaro Uribe, Juan Manuel Santos, suo ex ministro della Difesa, ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali con il 46% dei voti, ma non gli è riuscito di evitare il ballottaggio. Il suo rivale sarà l'ex sindaco di Bogotà, Antanas Mockus, che ha raccolto il 21% delle preferenze. Ora i due si sfideranno il prossimo 20 giugno.



La questione da affrontare è l'eredità di Alvaro Uribe, in carica fino ad agosto, che ha guidato il Paese con piglio deciso e pugno duro per due mandati consecutivi, dal 2002, e che resta molto amato dai suoi connazionali. Circa il 60% dei colombiani sostiene la sua politica, che ha consentito una vita più tranquilla perlomeno nelle grandi città. Quando è salito al potere c'era un rapimento ogni tre ore, più di un milione di persone avevano lasciato il Paese tra il 1994 e il 2002 e le Farc, il Fronte armato rivoluzionario, controllava il 40% del territorio. Si arrivava da 40 anni di guerra civile e dal potere incontrastato dei signori della droga.



L'azione muscolare di Uribe ha avuto risultati innegabili: i ribelli sono stati costretti a rintanarsi nella giungla e il numero dei militanti è sceso dell'80%. Sono stati fisicamente eliminati molti comandanti del gruppo rivoluzionario e liberati ostaggi, tra cui la franco-colombiana Ingrid Betancourt, nel 2 luglio del 2008, dopo sei anni di prigionia. Le Farc l'avevano rapita proprio mentre era candidata alla presidenza.

Niente sembra essere in grado di intaccare la figura del loro presidente agli occhi dei colombiani. Nessun rapporto di Amnesty International, nessun politico dell'opposizione. Uribe si è inserito con forza nel vuoto di potere che regnava in Colombia. Ha usato una nuova e più efficace comunicazione politica. Anche gli scandali che lo hanno colpito negli 8 anni della sua presidenza non hanno avuto molti effetti. Dalle minacce di alcuni suoi uomini ai giornalisti più critici, fino agli omicidi di civili poi mascherati da miliziani delle Farc. Neanche il tentativo di forzare il Senato a votare una legge che gli permettesse di concorrere per la terza volta consecutiva alla guida del Paese sembra essere servito. L'aver riportato la sicurezza per le strade e garantito in molte zone una vita 'normale' sembra un successo imbattibile.

Anche l'economia ha fatto da volano alla popolarità di Uribe. Durante il suo mandato il Paese ha fatto fare un balzo al Pil di quasi 30 punti percentuali ed è riuscito a contenere gli effetti nefasti della crisi mondiale attraverso una prudente riforma fiscale. Nel 2009, l'annus horribilis, si è registrata una crescita dello 0,4%. Aumentate le esportazioni verso la Cina, il Cile, gli Stati Uniti e il Brasile. In realtà la Colombia resta un Paese ad altissima disparità sociale. Il 45% dei 45 milioni di abitanti vive ancora in povertà, secondo i dati della Banca Mondiale. Molti contadini hanno dovuto abbandonare le loro terre per sfuggire alla guerra del governo contro i signori della droga e i paramilitari. Nel 2008, 380 mila persone hanno lasciato le loro abitazioni. Un quarto in più rispetto all'anno precedente. Negli ultimi 25 anni sono stati 4 milioni e mezzo, il 10% della popolazione.


Anche la stretta alleanza con gli Stati Uniti ha creato malumori, soprattutto con il confinante Venezuela di Chavez e con la Bolivia di Morales. La Colombia è terzo nella graduatoria dei Paesi che ricevono il maggior aiuto militare da Washington, dopo Israele e Iraq. Ci sono più di 2 mila soldati americani e diverse basi militari.



La Colombia sembra quindi aver paura del cambiamento. Prima del voto dello scorso 30 maggio, tutti i sondaggi davano in grande spolvero il leader dei Verdi, Antanas Mockus, ma alla fine Manuel Santos l'ha più che doppiato. Grazie soprattutto al voto delle zone rurali, le cui popolazioni sono poco attratte dai discorsi sul rispetto dei diritti umani, ma molto da quelli sulla migliorata sicurezza. Il loro unico obiettivo è non disperdere quello che ha creato Uribe e quindi hanno votato in massa il suo delfino. E Santos ha partecipato attivamente alla campagna contro le Farc. Ha avuto un ruolo centrale nella liberazione della Betancourt, che è stato il momento internazionale più importante per la Colombia. L'esercito, sotto la sua guida, ha ottenuto importanti successi contro le milizie ribelli. È stato insomma il braccio armato dell'amato Uribe. I militari sono praticamente raddoppiati con Santos al ministero della Difesa: da 220 mila a 425 mila e la spesa è cresciuta dal 3% al 4,1.


Da parte sua l'ex sindaco di Bogotà e leader dei Verdi, Antanas Mockus, ha promesso che continuerà la lotta senza sosta contro le Farc, ma ha puntato molto sull'economia e sul lavoro: la Colombia ha uno dei più alti tassi di disoccupazione del Continente. Si è giocato la carta della sicurezza unita alla trasparenza dell'azione di governo. I suoi sostenitori hanno immediatamente sostenuto che le elezioni siano state falsate da brogli, ma lo stesso Mockus ha negato questa possibilità, definendo il voto "assolutamente pulito".

di Francesco Bianco (10 giugno 2010)

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La guerra infinita


"La guerra alle Farc è tutt'altro che vinta". Ne è convinto Daniel Garcia-Pena, analista politico colombiano e alto commissario per la pace negli anni 90. "L'azione di Uribe è stata efficace, ha inferto colpi severi alle Farc, ma siamo lontani dalla resa dei miliziani. "Il problema è che Uribe ha ricomposto il conflitto. Il Fronte Rivoluzionario si è tornato ad alleare con altri gruppi ribelli". Gli attacci del resto sono ancora quotidiani e i signori della droga continuano ad operare con una certa tranquillità. Sono cambiate alcune rotte. Ora si preferisce passare dal Costa Rica, isola felice del Continente, che ora sta cominciando a intervenire per bloccare la strada agli spacciatori internazionali, che hanno legami strettissimi con la 'ndrangheta calabrese. "Molti paramilitari hanno abbandonato le armi, ma le loro elite continuano a mantenere saldamente il potere in diverse regioni della Colombia". Altro problema, non aver dato seguito alle promesse economiche fatte ai paramilitari per convincerli a lasciare le strutture di cui facevano parte. Così l'ONG Human Rights Watch ha stimato che tra i 4 e i 10 mila paramilitari hanno rotto l'accordo di pace.

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