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Più di Cuba, che nel giro di pochi anni fece la sua rivoluzione e la consegnò alla storia, il Nicaragua fu a lungo il simbolo della lotta antimperialista, perché incarnava la vittima perfetta dell'interventismo statunitense in America latina, oltre ad essere uno dei terreni di scontro strategici della guerra fredda.


La Corte internazionale dell’Aja, con una sentenza destinata a diventare storica, accusò gli Stati Uniti di “terrorismo di Stato”, riconoscendo le responsabilità di Washington nella guerra civile che tra il 1973 e il 1990 mise in ginocchio il Paese.


Dopo vent’anni di occupazione militare statunitense, il Nicaragua fu guidato con il pugno di ferro dalla famiglia Somoza per più di quarant’anni, sempre secondo i dettami della Casa Bianca. Fino al 1979, quando i rivoluzionari, nel nome del nazionalista Augusto César Sandino, presero il potere (poi legittimato dalle elezioni del 1984).


Durò poco il sogno della giustizia sociale e dell’autodeterminazione
: dopo i primi successi del governo sandinista (introduzione dell’istruzione pubblica e dei sindacati, istituzione delle cooperative agricole), l’interventismo a stelle e strisce fece piombare il Paese nella guerra civile. L’amministrazione Reagan non poteva tollerare una nazione a guida marxista-leninista all’interno del proprio emisfero d’influenza, per lo più appoggiata da Cuba e dall’Unione Sovietica, e così cominciò a finanziare gruppi armati (Contras) con l’obiettivo di rovesciare il governo sandinista.


In quegli anni, molti brigatisti rossi trovarono asilo proprio in Nicaragua, che ancora oggi non ha un trattato di estradizione con l’Italia. Tra loro anche Alessio Casimirri, unico ancora latitante tra i membri del commando che sequestrò Aldo Moro.


Nelle elezioni del 1990, in seguito agli accordi di pace, la leader antisandinista Violeta Chamorro fu eletta presidente della Repubblica. Avviò una riforma monetaria, la privatizzazione delle imprese statali e l’apertura all’economia di mercato, ridusse le forze armate e stipulò accordi di cooperazione internazionale.


Tuttavia la politica neoliberale, continuata anche dai suoi successori (Alemán e Bolaños), non ha risolto i problemi endemici del Nicaragua
(6.767.00 abitanti nel 2009), che risulta ancora fortemente dipendente dalle importazioni e, come molti Paesi del subcontinente, dalle rimesse dei lavoratori espatriati (15% del Pil).


Nel novembre del 2006, l’elezione dell’ex guerrigliero sandinista Daniel Ortega alla Casa presidencial, infiammò gli entusiasmi delle forze progressiste di tutto il mondo, soprattutto di quelle che guardano con fiducia alla nuova sinistra latinoamericana.


Ma la politica di Ortega, nonostante il pragmatismo e qualche risultato nei primi anni, ha tradito le aspettative
, anche tra alcuni celebri alleati come Victor Tirado Lopez, che fu uno dei comandanti della rivoluzione sandinista al fianco di Ortega, ed oggi è uno dei più agguerriti critici del governo.


Il primo atto del suo governo fu l’istituzione dei consejos nacionales, strutture ministeriali che hanno aumentato il potere decisionale dell’esecutivo. Per assicurarsi l’appoggio della Chiesa in un momento difficile, nel 2007 Ortega ha cancellato la legge sull’aborto, e nel 2008 ha pianificato con Hugo Chávez il Plan de hermandad revolucionaria (piano di fratellanza rivoluzionaria, ndr) che, se realizzato, potrebbe mettere seriamente a rischio la democrazia rappresentativa. Il piano prevede una modifica alla Costituzione per portare a tre i possibili mandati consecutivi del Presidente, oltre a una legislazione graduale per permettere il controllo dell’esecutivo sulla magistratura, sulle forze armate e sulla stampa.


Proprio l’alleanza con Chávez è al contempo croce e delizia per l’ex guerrigliero Ortega
, perché se da un lato può contare sugli aiuti petroliferi e finanziari del colonnello (il Venezuela finanzia i programmi di sicurezza alimentare del Paese con 100 milioni di dollari all’anno); dall’altro ha il fiato sul collo degli investitori stranieri, che vedono sempre con più scetticismo la costruzione di un’economia centralizzata, e alcuni hanno già lasciato il Paese. Tuttavia va riconosciuto che Ortega, in linea con il suo programma, ha ripristinato un sistema educativo e sanitario gratuito e ha aumentato la spesa sociale: tra le novità il programma hambre cero (fame zero), che oltre ad aiuti alimentari prevede l’attivazione di un circuito economico, la creazione di cooperative agricole e l’assistenza alle categorie più deboli come donne e bambini.


Eppure, più che mai in queste ultime settimane, Ortega e il suo Frente sandinista de liberacion nacional sembrano sempre più isolati. Già a novembre 2009, in seguito alla vittoria dell’FSLN alle elezioni amministrative, l’Unione europea e gli Stati Uniti sospesero gli aiuti: ci furono accuse di brogli dopo che Managua aveva deciso di negare l’ingresso nel Paese agli ispettori internazionali. La crisi mondiale si fa sentire anche sulla debole economia del Nicaragua, che per quanto isolata dai meccanismi finanziari internazionali è prevalentemente incentrata su importazioni, poche esportazioni (tessile, frutta, caffè), diminuite dell'11% nel 2009, e le rimesse, drasticamente ridotte per gli effetti della recessione negli Stati Uniti (dal 13% del 2008 alla proiezione del 10% nel 2010). Il malcontento diffuso ha causato frequenti manifestazioni di piazza, represse con violenza dal governo. Sono state denunciate aggressioni ad alcuni deputati dell’opposizione oltre a strani silenzi dei magistrati su palesi violazioni delle leggi da parte di deputati e amministratori.


«I diritti umani in Nicaragua sono a rischio – ha dichiarato pochi giorni fa Eric Sottas, segretario generale dell’organizzazione mondiale contro la tortura – in particolare per le minacce alla libertà di espressione e ai rappresentanti delle associazioni per la difesa dei diritti umani, e per le continue aggressioni ai deputati dell’opposizione».

di Marco Todarello

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La Mosquitia

 

La regione della Mosquitia rappresenta il 50% del Nicaragua e si estende lungo la costa atlantica da nord a sud, e all’interno fino ai laghi Managua e Nicaragua, che delimitano la zona più densamente popolata, quella intorno alla capitale. La Mosquitia è la più grande foresta pluviale a nord dell’Amazzonia e custodisce specie di animali (rane, insetti e uccelli) e piante uniche al mondo. A parte Puerto Cabezas e Bluefields, unici due centri urbani di rilievo, è un’immensa distesa di vegetazione tropicale fitta, scandita da fiumi e piccoli laghi. Vari tour operator locali organizzano escursioni lunghe anche diversi giorni alla scoperta dell’ecosistema ambientale.    L’etnia dominante è quella dei miskitos, indios testimoni delle più antiche tradizioni del sud America in materia di pesca e piante medicinali. I miskitos hanno una storia singolare: per meglio difendersi dai conquistadores spagnoli, prima si allearono con i pirati inglesi, che insegnarono loro a usare le armi da fuoco (miskito deriva dall’inglese “musket”, moschetto in italiano) poi si misero sotto la protezione diretta della corona di Londra. Ancora oggi gli indigeni della costa atlantica del Nicaragua parlano l’inglese e sono di religione protestante. Solo nel 1894 il Nicaragua, con l’aiuto degli Stati Uniti, riuscì ad annettersi la Mosquitia, mandando in esilio l’ultimo re, Clarence. Quasi un secolo dopo, le parti si invertirono: i miskitos, in cambio di notevoli aiuti elargiti dalla Cia, presero le armi contro il governo sandinista, alleandosi con i contras. Gli indios approfittarono della situazione per ottenere l’indipendenza, aprendo così la pagina forse più nera del sandinismo: per anni si susseguirono arresti e deportazioni sommarie di indigeni. Nel 1987 fu emanata la legge che garantisce l’autonomia al territorio della Mosquitia, diviso in Dipartimento Atlantico del Nord e del Sud.

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