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Ci avevano creduto in pochi che sarebbe stato proprio El Salvador l’ultimo Paese protagonista dell’allargamento della nuova sinistra latinoamericana. Tradizionalmente legato a doppio filo con gli Stati Uniti, lanciato da oltre vent’anni verso un neoliberismo che ha aumentato le disparità sociali esistenti (anche se ha fatto crescere l’economia), il Salvador sembrava il luogo meno adatto in cui dare seguito alla scia già tracciata dagli altri sette capi di governo di sinistra, dall’intransigente Hugo Chávez fino al moderato Lugo in Paraguay. E invece nel marzo 2009 Mauricio Funes, ex giornalista in forza al Fmln (Frente Martí de Liberación Nacional), è stato eletto presidente della Repubblica.


Un evento di portata storica, con la prima volta al potere delle forze di sinistra riunite nel Fmln, il partito simbolo della lotta popolare durante gli anni feroci della guerra civile. Tra il 1980 e il 1992 circa 75.000 persone, di cui oltre la metà civili, morirono nel conflitto tra le formazioni di opposizione e le forze armate governative guidate dal maggiore Roberto D’Aubuisson (poi divenuto presidente della Repubblica a capo del partito Arena).

 

Una dittatura che si macchiò di crimini senza precedenti, come l’assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero, che denunciava i soprusi dell’esercito sui civili, e della presidente della Commissione per la difesa dei diritti umani Marianella García Villas.

 

Il contesto della guerra civile è raccontato molto bene da Oliver Stone in uno dei suoi primi film, intitolato proprio Salvador, del 1986.

 

La guerriglia delle forze di sinistra riunite nell’Fmln nacque dall’indignazione legata alle enormi disparità sociali presenti nel Paese. Il latifondo (in parte presente ancora oggi) e le privatizzazioni hanno permesso, fin dall’Indipendenza dalla Spagna nel 1821, che le sorti del Salvador fossero concentrate nelle mani di poche famiglie, con l’80% della popolazione costretta all’indigenza nelle campagne o nelle poche fabbriche. Poi venne la guerra civile, i cui effetti si fanno sentire ancora oggi, e Mauricio Funes, che nel discorso d’insediamento disse di voler perseguire «l’inclusione della cittadinanza, la crescita dello stato sociale e la modernizzazione della nazione», si è trovato nelle mani una patata bollente.

 

La politica del suo predecessore Antonio Saca (in forza al partito liberista di destra Arena) ha creato malcontento a causa di nuove privatizzazioni, dell’aumento dei prezzi e della escalation della violenza: il tasso di omicidi di El Salvador è tra i più alti del mondo (60 per 100.000 abitanti), il primo in assoluto dell'America Latina, a cui si aggiunge la massiccia presenza delle maras (vedi box), le bande armate composte da giovani gangster dediti al narcotraffico e alla compravendita di armi. Il reporter franco-spagnolo Christian Poveda, assassinato a San Salvador lo scorso settembre, stava lavorando proprio ad un documentario sulle maras.


Le riforme in senso liberale hanno portato al parziale abbandono della moneta locale (che si può usare ma è intesa come un souvenir) per passare al dollaro statunitense. Senza rinunciare al sostegno all’agricoltura (caffè, cotone, mais e fagioli), alla pesca e all’industria manifatturiera (in America Centrale El Salvador vanta le più importanti fabbriche del settore, dove si producono scarpe, tessili, artigianato e prodotti farmaceutici), Funes ha promesso di affrontare presto la questione della ridistribuzione della ricchezza nel Paese, dove più della metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Una parte consistente del Pil viene ancora oggi dalle rimesse (18,2% su un totale di 22,1 miliardi di dollari) inviate ai familiari dai salvadoregni residenti negli Stati Uniti, e il Fondo Monetario internazionale calcola che l'85% di queste sono utilizzate solo per il consumo.


Funes ha avviato la creazione di fondi per l’impiego, ma per quanto riguarda lo stato sociale e l’innalzamento del livello di vita della popolazione più povera non si è visto ancora nulla. Il decreto che autorizza la presenza dell’esercito nelle strade durante la notte, recentemente prorogato, dimostra che anche sul piano del contenimento della criminalità urbana non ci sono stati progressi.

 

Tuttavia a Funes va riconosciuto il merito politico di aver concretamente contribuito alla distensione sociale: a novembre un suo decreto ha dato il via al risarcimento della Chiesa cattolica e della famiglia dell’arcivescovo Romero, riconoscendo per la prima volta le responsabilità dello Stato nel brutale omicidio. A gennaio, Funes è stato il primo presidente dalla fine della guerra civile a riconoscere le responsabilità del governo anche nelle violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei civili.
L’equidistanza di Funes tanto dagli Stati Uniti quanto dal socialismo di Chàvez potrebbe essere la chiave per il nuovo El Salvador,  per lasciarsi alle spalle definitivamente la tragedia della guerra civile e proiettarsi verso un futuro di sviluppo e giustizia sociale.

di Marco Todarello

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Le Maras

 

Le maras nacquero negli anni successivi al 1990, dalla convergenza di ex paramilitari, criminali comuni e soprattutto giovani rientrati nei Paesi d’origine (soprattutto El Salvador e Honduras) in seguito all’espulsione dagli Stati Uniti per i delitti commessi. Si tratta di ragazzi imbrigliati nelle maglie della miseria, nella maggior parte dei casi senza alcuna opportunità di educazione, sviluppo e lavoro.
Il marero ha spesso l’appoggio degli strati più poveri della società, dai quali è considerato una sorta di “Robin Hood”. Oggi le maras – dette anche pandillas – hanno una struttura organizzata e forme di finanziamento che vanno dall’estorsione alla rapina, fino ai sequestri di persona. Agiscono come uno Stato nello Stato. Il quartiere è lo spazio vitale delle maras. Un limite territoriale in cui si costruiscono i rapporti di forza e si fortifica il sentimento di appartenenza, che è sancito anche dai tatuaggi, simboli fondamentali nella mitologia delle bande. Per essere ammessi a una mara bisogna superare prove che sono veri rituali di iniziazione: uccidere un membro di una banda rivale o un poliziotto; subire un pestaggio con cui i veterani valutano la resistenza del nuovo adepto; se si tratta di una donna, per essere accettata sarà costretta ad avere rapporti sessuali con il capo. Nell’ottobre del 2003, l’incontro tra i presidenti di Messico, Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua e Stati Uniti ha dato vita a una legge denominata “mano dura”, condivisa e adottata in tutti questi Paesi. La norma autorizza la polizia ad arrestare tutti i sospetti, indipendentemente dalle prove di un reato o dall’eventuale appartenenza a una mara. La pena prevede da due a sei anni di carcere. Il provvedimento non solo non ha risolto il problema, ma ha inasprito il confronto tra le istituzioni e quei capi delle bande che si erano detti disponibili a collaborare con le autorità. Secondo il defunto reporter Christian Poveda, oggi in Salvador (tra liberi e detenuti) vivono circa 14.000 mareros, poco meno del 2,5% della popolazione del Paese, che conta poco meno di 6 milioni di abitanti.

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