news
africa
"Sono molto pessimista. Credo che con i bombardamenti purtroppo non cambierà niente. Gheddafi rimarrà al suo posto. Il mio Paese sarà solo più distrutto". Amina vive a Milano da quando, a 12 anni, è stata adottata da una famiglia italiana. Prima viveva in un istituto di Benghasi. "Sono però rimasta legata alla Libia. Lì ci vivono alcuni zii e cugini. Li sento spesso. Abbiamo bisogno di democrazia, ma speravo in una situazione simile a quella egiziana. Io lavoro per un'importante azienda italiana che ha interessi lì. Ora tutto è bloccato". Nel bar alla periferia di Milano, sede improvvisata del nostro incontro, ci raggiunge Munira, anche lei 30 anni, anche lei libica. "Sono arrivata in Italia per studiare all'università. Sono laureata in economia aziendale. Pensavo di tornarci a Tripoli, ma poi i miei genitori mi hanno convinta a rimanere a Milano. Questa guerra non fa che peggiorare la situazione del nostro Paese". Munira è contro i bombardamenti. "Ha ragione Amina. Le bombe non servono a niente. Paradossalmente servirebbe un attacco di terra per essere davvero utili. Ma sarebbe un bagno di sangue intollerabile". "Anche perché molta gente è ancora con lui. Specialmente la parte più povera del Paese – interviene Amina.
Ci raggiunge anche Ahmed, il cugino di Munira. Anche lui libico, anche lui sui 30 anni. E' arrivato a Milano solo qualche settimana fa. Lavora con una cooperativa che si occupa di pulire una clinica privata alle porte del capoluogo lombardo, gestita dal fidanzato di Munira. “Volevo rimanere nel mio Paese. Come si fa a lasciare la propria patria, mentre si vivono questi momenti?”. Il suo italiano è ancora incerto, ogni tanto intervengono le due ragazze per aiutarlo nella discussione. “Tutto il mondo arabo è in subbuglio. Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrain ma anche Giordania e Siria. Stiamo vivendo un'epoca durissima, ma anche esaltante. Finalmente anche noi possiamo assaporare la libertà. Sono stati internet e al Jazeera a cambiare tutto. Prima era difficilissimo organizzarsi. Ma soprattutto era praticamente impossibile sapere quello che succedeva”.
“Perché sei partito allora?”, gli chiedo. “E' stata la mia famiglia a costringermi. Sono il più piccolo tra i miei fratelli e avevano paura che mi mettessi nei guai. Io però sono per le manifestazioni pacifiche, anche se è difficile mantenere la calma, quando la polizia spara contro le persone che sono scese in piazza. Io volevo già andare in Egitto ad aiutare i ragazzi, quando poi la situazione è diventata complicata anche in Libia, i miei genitori mi hanno spedito da Munira”. “Ti dico la verità: io sono contrario a questa azione degli Occidentali. Ci accusate di essere ancora “selvaggi”, ma siete capaci solo di sganciare bombe e lanciare missili. Gheddafi è sempre stato così e invece sembra che lo abbiate scoperto solo adesso. E non parlo degli italiani, ma di tutti. Francesi, americani, tutti. Se veramente aveste voluto, Gheddafi vi avrebbe dato retta. A lui interessa solo fare affari”.
“Perché non lo sapevate cosa succedeva agli africani che Gheddafi non faceva partire per le vostre coste? - continua Ahmed - Non sono dei civili anche loro? Fino a quando serviva per fermare le persone che volevano avere una nuova vita in Europa, il colonnello andava bene. Dov'era la Francia di Sarkozy, quando migliaia di africani venivano trattati come schiavi nel deserto libico? Gente che veniva venduta. Cos'è che vi ha fatto cambiare idea? Se volete davvero la pace in Africa, dovete smettere di umiliarci: dite che volete far decidere a noi, ma possiamo cambiare in due settimane. Io sono musulmano, ma non voglio uno Stato islamico. Però, esattamente come capita a casa vostra, vorrei essere io insieme ai miei connazionali a sceglierlo. Nessun altro”.
di Francesco Bianco (23 marzo 2011)
{ 0 Commenti }
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
Sono una novantina i libici residenti a Milano, una delle comunità minori, nonostante i notevoli interessi economici. Pochissimi anche nelle altre città italiane. Non è un popolo di emigranti. E' più un Paese in cui fare affari. E l'Italia rischia non solo di perdere petrolio e gas. La Libia, prima della guerra, era in una fase di grande espansione, con cantieri che crescevano come funghi un po' dappertutto. Il Paese nordafricano ci vendeva quasi il 40% delle sue esportazioni e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali. La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. L'Eni estraeva il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono arrivati in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sarebbero validi ancora per 30-40 anni. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro Paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora.


