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La rivoluzione del popolo di piazza Tahrir vuole che il raìs lasci subito il Paese, ma il presidente avverte: "Morirò nella mia patria". L'opinione di Moataz, architetto egiziano che vive a Milano

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"Trent'anni di Mubarak non possono finire in un giorno". Va subito dritto al cuore della questione Moataz, architetto egiziano di 27 anni, rientrato solo lunedì scorso dalla sua città, Il Cairo. Dopo la laurea in Egitto, ha fatto un master al politecnico di Milano, dove lavora in uno studio. 

 

In effetti è difficile pensare a un cambiamento rapido come chiede il popolo di piazza Tahrir. Hosni Mubarak è capo assoluto del Paese dal 14 ottobre del 1981. Ha pervaso gli ultimi tre decenni della storia della terra delle Piramidi, tanto da essere chiamato "il Faraone". E poi il presidente ha detto a chiare lettere che non se ne vuole andare. "Morirò nella mia patria" ha detto nel suo messaggio televisivo. Al quale subito sono seguite manifestazioni di suoi sostenitori, con scontri violenti con l'altra parte della piazza che vuole cacciare subito Mubarak. "Non mi candiderò alle prossime elezioni" di settembre. E' questa la sua concessione. 

 

"Sarebbero 7 mesi importanti. Ci deve essere una transizione - spiega Moataz -. Sono mesi fondamentali anche per l'opposizione, che in questo modo avrebbe tempo per organizzarsi. Per cercare un leader credibile che sappia riunire tutti gli egiziani. In questo periodo potrebbero disegnare un progetto politico nuovo. Usiamo questi mesi per un cambiamento vero". 

 

"La protesta sembra molto organizzata. Non riesco a capire chi ci sia dietro, se ci sia una mano interna o una esterna, ma è chiaro a chiunque che ci sia alle spalle una forte organizzazione. Non so chi possa approfittare di questi eventi, ma mi sembra proprio che ci sia una regia". Sulle emittenti arabe sono andate in onda interviste a manifestanti che raccontavano di aver partecipato a un vero e proprio training per organizzare cortei e convincere le persone, ma non sono notizie che possono essere ancora verificate in modo corretto. 

 

 

Molti degli abitanti stanno in casa. "Non conosco nessuno che è sceso in piazza - ci confida Moataz - ma è sicuro che siano egiziani. Per difendere il nostro quartiere abbiamo organizzato un servizio di sicurezza dei cittadini. Siamo noi che stiamo attenti alle nostre strade". A preoccuparlo enormemente è la scarsità di cibo. "E' tutto bloccato - racconta - tutti i negozi sono chiusi. Le banche sono chiuse, come tutti gli edifici pubblici. Cominciano a mancare i beni di prima necessità. Dobbiamo tornare ad avere una normalità, altrimenti rischiamo di trovarci in una situazione ancora peggiore di quella che stiamo vivendo". 

 

Un peso lo ha avuto l'effetto domino della Tunisia. Le immagini trasmesse dalla tv araba al Jazeera hanno avuto un grande impatto in tutta la regione. Scoprire che era possibile cacciare un dittatore. Specie se dalla tua parte c'è anche l'esercito, come è successo in Maghreb e come sembra accadere anche in Egitto. "In realtà l'esercito non ha preso davvero una parte - ci dice Moataz -. Riconosce le legittime aspirazioni del popolo, ma non è contro Mubarak". In questi giorni non solo il suo Paese scende in piazza, ma anche lo Yemen, la Siria e la Giordania. Manifestazioni ci sono state anche nella severissima Arabia Saudita. "Prima c'erano cortei di protesta, ma tutto si svolgeva tranquillamente".

 

La reazione internazionale, almeno quella occidentale, è guidata dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che è sempre più attivo. Non manca giorno in cui non faccia un discorso ufficiale e sono numerosissimi i contatti con Mubarak. L'Egitto è troppo importante. Innanzitutto perché è un Paese con 84 milioni di abitanti. E poi la sua posizione moderata sui temi dell'islamismo ne fanno una pedina fondamentale in quello che viene chiamato lo scacchiere mediorientale. Da una parte Obama appoggia il popolo egiziano, dall'altra - come anche l'Europa - è preoccupato che estremisti possano prendere il potere. "Il nostro è e resta un Paese laico. I Fratelli musulmani (movimento politico di matrice islamica, che non può partecipare direttamente alle elezioni, ndr) non ce la possono fare a vincere". Moataz sembra sicuro. Anche il premio Nobel per la Pace Mohamed El Baradei non è l'uomo giusto secondo lui. "Potrebbe essere un ottimo ministro, ma non ha il carisma per diventare presidente. E' più famoso per la sua attività internazionale". L'unico che sembra convincerlo è Amr Moussa, segretario generale della Lega araba dal 2001 ed ex ministro degli Esteri.

 

L'Italia è molto più silenziosa degli Stati Uniti. Nonostante gli innegabili rapporti tra i due Paesi, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non interviene direttamente sulla vicenda. A pesare forse è l'amicizia storica con Mubarak. "Il loro rapporto è più personale che politico - dice Moataz -. Italia ed Egitto sono come due squadre di calcio che giocano solo partite amichevoli". 

 

"Il vostro concetto di democrazia non è esportabile ovunque. Il Medioriente è molto diverso dall'Occidente. Siamo stati dominati da potenze straniere fino al 1952. Stiamo ancora sistemando il nostro Paese. Anche le vostre democrazie non sono nate in poche settimane. Ci è voluto tempo e anche a noi serve tempo". "Io sono musulmano - racconta Moataz - e la mia religione mi ha insegnato che Dio non cambia un popolo, finché il popolo non cambia se stesso. Se vogliamo davvero cambiare, i primi dobbiamo essere noi. Ma per farlo ci vuole tempo". Insomma per dirla come Gandhi, "dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere". 


 

di Francesco Bianco (3 febbraio 2011)

{ 1 Commenti }

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Carla ha scritto:
2011-02-03 23:27:01
Che bello sentire la voce di un giovane egiziano raccontare il suo Paese. Davvero molto interessante
Cercasi leader per l'Opposizione

 

 

Manca una figura di leader dell'Opposizione anti Mubarak che possa essere il punto di riferimento riconosciuto da tutti coloro che protestano. Gli egiziani in piazza rappresentano trasversalmente tutta la società: giovani e anziani, ricchi e poveri, religiosi e laici. La figura più volte evocata, specie dalla stampa internazionale, è quella di Mohamed El Baradei, premio Nobel per la Pace ed ex capo dell'Aiea, l'Agenzia Atomica delle Nazioni Uniti. Ma il suo ruolo sembra poter essere più quello di portavoce della protesta, che di leader. Si è impegnato sulla scena politica come indipendente dall'inizio dell'anno, una volta andato in pensione dalla carriera internazionale. El Baradei divenne famoso in tutto il mondo per la sua opposizione alla guerra in Iraq nel 2003 quando guidava appunto l'Aiea. Altra pedina fondamentale sono i Fratelli musulmani, vero movimento di opposizione al regime di Mubarak. Sono ancora ufficialmente banditi dalla vita politica, anche se sono presenti nell’Assemblea popolare con deputati eletti come indipendenti in altre liste. Hanno le carte in regola per esprimere un proprio candidato presidenziale alcuni partiti storici del panorama egiziano, laici, come Tagammu (Il raggruppamento), Al Wafd (La delegazione) e il partito nasserista. Ora i capi dei vari movimenti hanno cominciato a parlarsi per mettere a punto una strategia comune, ma non sarà facile: gli interessi spesso sono molto distanti. 

 

 


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