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Con una giornata di proteste inedite, quella del 25 gennaio dedicata alla 'Collera egiziana', 200mila persone (almeno 30 mila nella sola Cairo) sono scese nelle strade delle principali città d'Egitto per manifestare contro corruzione, miseria, disoccupazione e torture, per chiedere “horreya!” (“libertà”!), per dare vita a una nuova stagione di riforme sociali e politiche dopo 30 anni di dittatura.
Nessuno immaginava che l'adesione alle proteste sarebbe stata così massiccia, neanche gli organizzatori, cioè gli attivisti del Movimento 6 aprile che hanno coordinato l'evento grazie a Facebook e a un capillare tam-tam virtuale: nella storia recente dell'Egitto è necessario risalire al 1977 per individuare agitazioni sociali simili per intensità, ma non per moventi. Allora, sotto il presidente Anwar Sadat, il rialzo incontenibile del prezzo del pane fece esplodere la rabbia popolare. Oggi invece, solo nella propaganda governativa ci sono ragioni economiche all'origine delle proteste: come avvenuto nel 2008, dalla seconda metà del 2010 l'impennata dei prezzi di cereali, carne, frutta e verdura, oltre che dei carburanti, ha stremato una popolazione già messa a dura prova dalla difficile congiuntura internazionale (secondo la Fao, su 80 milioni di egiziani almeno la metà vive al di sotto della soglia di povertà o di poco al di sopra). Ma è stato l'esempio dei fratelli tunisini, riusciti a scalzare la presidenza Di Zine El Abidine Ben Ali, a infondere coraggio agli egiziani.
La ribellione in corso al Cairo, ad Alessandria, a Suez, Assiut, Port Said, Ismayilia, Assuan non accenna a rientrare, nonostante l'atteggiamento sempre più minaccioso della polizia. L'esercito non è ancora sceso nelle strade, non ce n'è stato bisogno visto l'imponente dispiegamento di agenti in tenuta anti-sommossa o in borghese.
Dopo la tolleranza del primo giorno, quando i cortei sono stati lasciati fluire liberamente fin sotto ai luoghi simbolo del potere (la centrale piazza cairota di Tahrir, la Corte suprema, i principali ministeri, i quartieri residenziali dove si trovano le sedi dell'Unione europea e delle Nazioni unite), il cambiamento è stato repentino nella tarda serata del 25 gennaio, per poi diventare repressione a tutti gli effetti il 26: in sequenza, i poliziotti hanno cominciato a fare uso di gas lacrimogeni, getti d'acqua, manganelli per sgomberare gli assembramenti.
Poi, una vasta operazione coordinata dal ministero degli Interni e articolata su più livelli: quello virtuale, con il blocco di Twitter, Facebook e YouTube; e quello sul campo, con l'arresto di almeno 1.000 persone, colpevoli di aver espresso il proprio dissenso. Fra i fermati ci sono attivisti, reporter (una decina, poi rilasciati), membri delle opposizioni, sindacalisti, semplici cittadini. Alcuni sono stati arrestati per strada, altri nelle proprie abitazioni oppure all'ospedale, dove si trovavano perché feriti durante gli scontri con le forze dell'ordine.
Chi continua a scendere nelle piazze, si ostina a gridare “Abbasso Mubarak”, “Dov'è il popolo egiziano?”, “Basta!”. Le ritorsioni non sembrano aver piegato la determinazione dei membri del 'Movimento del 6 aprile': “Noi continueremo fino a quando otterremo ciò che stiamo chiedendo, la caduta di questo regime”, ha dichiarato una delle pasionarie dell'opposizione egiziana, la giornalista di Al Dustour, blogger e intellettuale, Nawara Negm dal Cairo.
Gli scenari, al momento, sono tutti possibili: finora, la protesta è stata spontanea, scollata dalle opposizioni politiche, ma la Fratellanza musulmana, il principale gruppo anti-Mubarak, potrebbe decidere di cavalcare l'agitazione, forte di un largo consenso popolare; anche il fondatore dell'Alleanza per il cambiamento, Mohammed El Baradei, ex direttore dell'Agenzia delle Nazioni unite per l'energia atomica, sembra intenzionato a sostenere i manifestanti. Poi, ci sono gli appelli al rispetto della libertà di espressione giunti da Washington: la presidenza di Hosni Mubarak (nella foto) ha ancora il pieno controllo del Paese e il sostegno dei militari, ma potrebbe doversi piegare a qualche concessione democratica per assicurarsi l'appoggio dell'Occidente. Sullo sfondo le elezioni presidenziali di settembre e l'eventuale successione al presidente 82enne, forse già decisa dalla leadership del Partito nazionale democratico oppure ancora in fieri in questo delicato frangente.
di Federica Zoya (27 gennaio 2011)
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La partecipazione dei cittadini egiziani alla manifestazione indetta il 25 gennaio e il protrarsi delle proteste anche nei giorni successivi ha stupito e tenuto con il fiato sospeso anche gli immigrati nel nostro Paese, sorpresi e incapaci di formulare previsioni rispetto a una situazione del tutto inattesa. In tanti hanno seguito le rivendicazioni dei concittadini sui social network, sui blog, alla televisione, e hanno ricevuto aggiornamenti in tempo reale da amici e parenti. Ma nessuno si azzarda anche solo a immaginare possibili sviluppi.
Raed Shaalan, classe 1972, è titolare di un'agenzia di traduzione, la 'Aisha' di Lucca, città in cui ha dato vita anche a un'agenzia di viaggi (Acitour travel) specializzata in percorsi culturali in Egitto, suo Paese di origine. L'anno 2011, in termini lavorativi, è iniziato bene, con prenotazioni di gruppi per mesi: “Dopo un anno difficile, con poche richieste, ora le cose sembrano cambiate. La prossima settimana abbiamo un gruppo in partenza il 4 febbraio, 14 persone, ma qualcuno ci ha già chiamato preoccupato per quello che sta succedendo”. A lui, guida turistica con studi universitari di egittologia, chiedono che cosa succederà: “Non so proprio che cosa dire. Ho visto le immagini, c'era tanta gente, ma se questo durerà e servirà a cambiare le cose nessuno può dirlo”. I manifestanti hanno rivendicato libertà politiche, spazi di espressione, riforme profonde della società: “Non si tratta di cambiamenti possibili in un giorno o mandando via un solo uomo, il presidente. Se anche crollasse il governo, ci vorrebbe tanto tempo per formare un'alternativa. E nel frattempo, chi guiderebbe il Paese?”. Le incognite sono tante, Raed ipotizza che l'esercito, vera eminenza grigia, e i vertici del partito di maggioranza abbiano già deciso chi succederà a Hosni Mubarak. Probabilmente non il figlio Gamal, negli ultimi tempi 'sfilatosi' dalle occasioni importanti. Raed prevede che il governo si stia preparando “a fare qualche concessione economica per calmare le acque”. Nelle prossime ore si capirà dove vogliono arrivare gli organizzatori della Giornata della collera egiziana: “Quando si arrabbiano, gli egiziani hanno la testa dura” ricorda Shaalan. Il pensiero va al passato, alle precedenti ribellioni: dietro alla Rivoluzione del luglio 1952, che scalzò la monarchia di Farouk I, non c'era una sommossa popolare spontanea, ma un colpo di Stato militare in grande stile.


