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Più di 200 eritrei rinchiusi in un carcere libico in mezzo al Sahara. 11 di loro sono stati respinti dall'Italia, nonostante potessero chiedere il diritto d'asilo. L'Europa ci sgrida ma non troppo, mentre Italia e Libia non si fermano nonostante violino diverse convenzioni internazionali e la nostra Costituzione

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ULTIM'ORA: Sono stati liberati i 205 eritrei detenuti da oltre due settimane giorni nel carcere di Braq, nel sud della Libia. Rilasciati anche tutti gli altri cittadini eritrei chiusi nei centri di detenzione di varie zone del Paese. Lo si apprende da fonti locali. Non sono ancora chiare le condizioni e le modalita' del rilascio, che comunque risulta confermato, oltre che da fonti libiche, anche dalla comunità eritrea.

 

 

Molte le domande, poche le risposte, tanti gli errori e anche gli orrori. A rendere ancora più tragica la situazione l'assenza di notizie certe. Il ministero degli Esteri della Libia conferma che nelle sue prigioni ci sono 400 rifugiati in totale. 245 sono eritrei, alcuni di loro sono stati respinti dall'Italia e consegnati alle autorità di Tripoli. Le condizioni nelle quali vivono sarebbero molto più che drammatiche, secondo il loro racconto diretto: pestaggi ogni due ore, torture, violenze continue. Rinchiusi a decine in piccole celle.



"Il Manifesto", attivissimo su questo fronte, smentisce però questi dati e pubblica la lista dei nomi - 205 tutti uomini e non 245 - dei detenuti eritrei nel carcere di Braq, nel deserto del Sahara
. La fonte sarebbe diretta: sono stati gli stessi profughi a inviarla. Tra loro anche gli undici respinti in mare dall’Italia con un’operazione militare il 1° luglio del 2009. La mossa è anche per dissipare le voci che sostengono che gli eritrei non vogliano farsi identificare. In realtà hanno paura di dire chi sono alle autorità del loro Paese. Avrebbero conseguenze pesanti. Ora qualche domanda, anche in questo caso senza risposta, sorge spontanea. Come fanno gli eritrei rinchiusi in un carcere di massima sicurezza gestito da forze speciali a inviare una lista di nomi? Come fanno persone sottoposte a tortura ad avere cellulari satellitari? Com'è possibile che la polizia libica durante le sue ispezioni anche corporali non li sequestri? Alcune organizzazioni non governative ci hanno risposto che le forze di Tripoli sono facilmente corruttibili. Bene. Ma con che soldi vengono corrotte? Questo non toglie nulla alla drammaticità di essere rinchiuso in un carcere libico nel deserto del Sahara, ovviamente. Ma sono punti interrogativi che restano.
 

Dal canto suo Mohammar Gheddafi definisce gli eritrei "ospiti" e assicura un'inchiesta sulle loro condizioni. Ci sono trattative in corso perché la Mezzaluna rossa (la versione della Croce Rossa nei Paesi arabi) possa entrare nel carcere.


L'unico obiettivo raggiunto al momento dalla diplomazia italiana è la firma di un accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro per i rifugiati eritrei rinchiusi a Brak. L'intesa consentirà agli eritrei di uscire in cambio di un'occupazione utile in diverse shabie (comuni, ndr) della Libia. Solo pochi di loro hanno accettato. Il rischio, molto concreto, è quello di passare dal carcere a un campo di lavoro. Non sarebbero comunque liberi di circolare come invece accade per chiunque abbia il diritto di asilo. L'obiettivo del regime libico sembra più che altro quello di dividere il gruppo di profughi eritrei, vittima di torture e violenze da parte della polizia, per rendere molto più difficili eventuali inchieste internazionali. Una volta separati e sparpagliati nell'immenso territorio del Paese sarà praticamente impossibile sapere che fine abbiano fatto. 


I respingimenti sono vietati dalle convenzioni internazionali sui diritti dell'uomo e presto la Corte europea potrebbe condannare l'Italia
. Solo il mese scorso il Parlamento europeo aveva affermato che in Libia si violano sistematicamente le libertà fondamentali dei migranti, chiedendo ai Paesi membri di cessare immediatamente ogni forma di collaborazione con il regime di Tripoli. Non si può insomma respingere persone in Libia, sapendo che una volta lì con ogni probabilità verranno torturate.


La nostra diplomazia ha fatto da subito orecchie da mercante e si è occupata del caso solo dopo che diverse associazioni umanitarie e alcuni organi di stampa hanno cominciato una vera e propria mobilitazione che ogni giorno aumenta. La richiesta all’Italia e all’Europa è di concedere loro un vero diritto di asilo. Il ministro dell'interno Roberto Maroni ha saputo solo dire che non è dimostrato che gli eritrei abbiano fatto parte degli 850 respingimenti italiani. Dichiarazioni smentite da una pioggia di testimonianze, tra le quali una filmata da un giornalista del "Manifesto", che conferma che tra i reclusi di Brak vi sono diversi migranti respinti lo scorso anno in Libia dai nostri mezzi militari. Maroni si limita a sostenere che se si chiederà al nostro governo di fare una missione umanitaria in Libia, il ministro degli esteri ne vaglierà l’opportunità. La sua linea difensiva è imbarazzante. Ricordando che l'Italia ha firmato accordi bilaterali con una trentina di Stati (gli ultimi con Algeria e Tunisia), Maroni sostiene che il nostro Paese non possa essere responsabile per quello che in quei Paesi accade.



Sullo sfondo due questioni internazionali importanti. Da una parte la richiesta, anche legittima, di un maggior coinvolgimento dell'Unione europea nel controllo del Mediterraneo. Molti osservatori sostengono che l'Italia spinga sui respingimenti proprio per portare nell'agenda di Bruxelles il problema, che in effetti riguarda tutto il continente. E anche l'Europa nicchia. Si limita a richiami verbali, ma non va oltre. Nessuna presa di posizione seria e certa. Anzi. Il presidente francese Nicolas Sarkozy vede con interesse gli accordi tra Italia e Libia.
Dall'altra parte c'è la questione tra il nostro Paese e le ex colonie. Il trattato con la Libia prevede 5 miliardi di dollari di indennizzi per i danni della guerra. Nulla, però, è stato sin qui previsto per gli altri Paesi occupati durante il fascismo: Eritrea, Etiopia e Somalia, da cui proviene la stragrande maggioranza dei profughi respinti in mare. Sarà un caso che la Libia è tra i 4 Paesi in questione l'unico ricco di petrolio e gas naturale?


Tra l'altro l'intesa con la Libia è diversa dalle altre. E' l'unica che preveda il respingimento delle imbarcazioni in acque internazionali. Tripoli non aderisce alla Convenzione di Ginevra che riguarda il diritto delle vittime di guerra e il diritto internazionale umanitario. E poco c'entra anche l'accordo, spesso preso ad esempio dal nostro governo, tra le autorità del Marocco e quelle della Spagna: anche in questo caso ci sono i respingimenti. Ma solo in acque marocchine. E Rabat aderisce alle convenzioni internazionali a differenza della Libia. Va ricordato con forza che l'articolo 10 della nostra Costituzione stabilisce che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Carta, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. In Libia queste garanzie non ci sono. Non si può permettere, e non solo per senso umano, ma perché illegale, di rispedire persone che sono fuggite da terribili dittature di tornare in questi Paesi. Solo il mese scorso centinaia di nigerini sono stati deportati in Niger dalla Libia.

di Francesco Bianco (15 luglio 2010)

{ 1 Commenti }

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paolo ha scritto:
2010-07-19 11:32:01
Che pezzo ragazzi! Premetto che la penso all'opposto di voi. Ho avuto troppe brutte esperienze. Però un amico mi ha consigliato di leggere questo articolo. Finalmente qualcuno che fa il suo mestiere. Quasi quasi mi abbono.
L'accordo con la Libia non risolve il problema dei clandestini

 

 

 

 

Il 15 maggio del 2009 l’Italia regala due motovedette alla Libia. Inizia così la collaborazione tra i due Paesi nei respingimenti verso le coste africane dei migranti trovati nel canale di Sicilia. Nel 2008, le persone erano arrivate in Italia via mare sono state 36.900. Nel 2009 solo 9 mila. Il drastico calo è dovuto, neanche a dirlo, proprio a questa politica. Il problema vero è che la maggior parte di loro scappa da luoghi di guerra e ha diritto d'asilo. Tra l'altro senza fermare davvero l'arrivo di irregolari in Italia, che semplicemente hanno cambiato rotta. Nella maggioranza dei casi i migranti arrivano con visto turistico. Una volta scaduto restano nel nostro Paese. Gabriele del Grande, giornalista e curatore della pagina Fortress Europe, ha raccolto le voci delle persone che intraprendono questo viaggio nel suo ultimo libro, "Il mare di mezzo", edito da Infinito Edizioni. Ora si sta muovendo anche la giustizia italiana. Ad aprile, la procura di Siracusa ha rinviato a giudizio il direttore della direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle Frontiere del ministero dell’Interno, Rodolfo Ronconi, e il generale della Guardia di Finanza Vincenzo Carrarini. L’imputazione è di concorso in violenza privata ed è riferita al respingimento di 75 migranti, tra cui donne e bambini, che il 30 agosto del 2009 furono bloccati in acque internazionali al largo di Portopalo di Capo Passero da una motovedetta della Guardia di Finanza che, dopo averli fatti salire a bordo, li ha consegnati alle autorità libiche.


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