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Siamo a Soweto, storica township a sud ovest di Johannesburg, con 4 milioni di abitanti. Sono arrivato qualche giorno dopo il ricordo del sacrificio di Hector Pieterson. Il 16 giugno del 1976 il South African Student Movement sfilò in una serie di manifestazioni per protestare contro la decisione del governo d'introdurre l'obbligo di usare l'afrikaans, parlato solo dai boeri, come unica lingua nelle scuole del Sudafrica. La repressione della polizia fu violentissima. Nel corteo nel quartiere di Orlando, Pieterson, ragazzo di colore, fu colpito a morte da un proiettile sparato dagli agenti.
Oggi Soweto è uno dei punti maggiormente battuti dai turisti. È facile capire perché: basta camminare tra le due torri dell'ex centrale elettrica dismessa, ormai tra i simboli della città, oppure visitare la basilica o il museo di Hector Pieterson o la casa di Nelson Mandala e Desmond Tutu.
Durante il mio giretto, ho incontrato due ragazzi che frequentano la scuola qui ad Orlando. Kevin, 18 anni appena compiuti, vive con la mamma e la sorella. A casa hanno solo il minimo per la sopravivvenza, "la stessa realtà di molte famiglie che abitano qui", mi dice. Il suo sogno è di poter andare all'università dopo la maturità, per trovare un lavoro migliore nel futuro. Gli piacerebbe visitare un giorno anche l’Italia, in modo da imparare un’altra lingua oltre all’inglese e conoscere persone nuove.
Pertunia, 17 anni, vive con i genitori e un fratello. Non è una tifosa di calcio, ma è contenta dei Mondiali in Sudafrica, perché è riuscita a vedere le grandi star della musica, come Shakira, Angelique Kidjo o i Black Eyed Peas durante il concerto di apertura che si è svolto proprio a due passi da qui, all'Orlando Stadium. Lei pensa che Soweto sia il cuore del Sudafrica: “Molte icone di questo Paese, come Nelson Mandela hanno vissuto e studiato qui”, mi racconta.
Un mese prima dell’inizio dei campionati del mondo, lo stadio è stato inaugurato dalla semifinale del torneo che raggruppa le 14 migliori squadre di rugby, considerato lo sport dei bianchi, mentre il calcio è quello dei neri. E infatti lo stadio di Orlando era pieno, ma il 95% del pubblico era bianco.
Lasciato Soweto, mi sono spostato nel Nord Est del Paese, nella regione di Mpumalanga (posto dove sorge il sole, ndr), al confine con il Mozambico per scoprire la storia di Olombe, ex cuoca, oggi in pensione. Olombe vive a Glen Cowi nella provincia di Limpopo. Partendo da Gauteng, regione centrale del Sudafrica dove si trovano città importanti come Pretoria e Johannesburg, la mia più grande sorpresa è stata la scoperta del Pellegrim’s Rest (riposo del pellegrino, ndr). Situato a più di 1700 metri di altezza, è il primo posto del Sudafrica dove è stato trovato l’oro. Oggi è rimasto un luogo simbolico del Paese, dove vanno spesso molti appassionati di storia e alcuni turisti. Splendida nella zona, la God’s Window (la finestra di Dio, ndr): una piccola finestra appunto da dove si può ammirare la bellezza di quello che rimane delle foresta tropicale che porta sino al confine con il Mozambico.
Olembe ha 3 figli ed è sposata con un mozambicano da più di vent'anni. Parlano sotho e zulu. Ogni domenica va a messa con un suo nipotino di tre anni, che sta con lei, perché la sua mamma lavora in un’altra città. Questa zona fa parte delle cosiddette “Homeland”, zone rurali molto povere, destinate ai neri. Al tempo dell'Apartheid, appena si scopriva che un'area abitata dai neri era ricca di minerali, oppure che la terra era fertile, tutta la popolazione veniva spostata di forza in un altro posto, e la zona veniva sfruttata dai bianchi. Gran parte dei giovani che sono nati qui sono costretti a emigrare nelle grandi città come Polokwane, dove ci sono le miniere di cromo. Oppure a Johannesburg o a Rostenberg vicino a Pretoria, dove si lavora il plutonio. Anche qui dove abita Olombe si suonano le vuvuzela per festeggiare i Mondiali, ma con l'uscita di scena dei padroni di casa dalla competizione, ormai questi suoni li si sente soltanto negli stadi. La mania è sparita dalle strade. E questa rimane un’altra storia da raccontare...
di Alix Ndembi (24 giugno 2010)
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Jabulani, letteralmente 'festeggiare' in Zulu. La grande festa per i primi Mondiali di Calcio in Africa entra nello spirito della competizione dando questo nome al pallone ufficiale della Fifa. Da qui, anche il nome del programma radiofonico che Afriradio.it ha elaborato in occasione della Coppa del Mondo.
Festa, ma non solo. Alix Ndembi, conduttore del programma, accompagna gli ascoltatori in un viaggio nel Paese, scoprendo come le persone vivono, sentono e partecipano a questo grande evento. Johannesburg, Pretoria, Cape Town e Durban, sono solo alcune delle tappe del suo viaggio, che lo hanno portato nel pieno delle township metropolitane.
Storie di donne e di uomini in un Sudafrica dove si affaccia una generazione che non ha mai conosciuto l’Apartheid. Un paese pieno di contraddizioni, ma che costituisce il motore economico più dinamico di tutto il continente. Jabulani è trasmesso su Afriradio (la web radio di Nigrizia - storico mensile dei missionari comboniani), dal lunedì al venerdì, alle 13, in replica alle 15 e alle 23. Tutte le puntate si possono invece riascoltare in podcast.


