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Eroe nazionale o sanguinario dittatore. Non ci sono vie di mezzo quando si parla di Robert Mugabe, 86enne presidente dello Zimbabwe, uno dei leader più controversi del continente africano, uno dei più odiati dai governi occidentali. Ora nel giorno del 30esimo anniversario dell'Indipendenza del suo Paese, indipendenza che lo ha incoronato capo incontrastato dal 1980, si gioca la carta della riconciliazione nazionale. "Basta con la violenza politica, dobbiamo ricostruire lo Zimbabwe". E poi ha insistito: "Dobbiamo incoraggiare un clima di tolleranza e trattarci con dignità e rispetto indipendetemente dall'età, dal sesso, dalla razza, dall'etnia e dalla tribù di appartenenza, dall'ideologia politica o dalla religione".
Il Paese è in grandi difficoltà. Nel 2008 Mugabe, che fino ad allora aveva governato incontrastato per quasi 30 anni, ha dovuto accettare di dividere il potere con il suo nemico numero uno, Morgan Tsvangirai, attualmente primo ministro, dopo una crisi seguita alle elezioni di due anni fa. Ma nulla è scontato nella sua storia.
Mugabe ha studiato in Sudafrica, dove è stato anche insegnante e solo verso i 40 anni è tornato nel suo Paese per intraprendere una vera azione politica, ispirata dall'ideologia marxista. Sono gli anni Sessanta. Subito entra a far parte dello Zimbabwe African People’s Union (Zapu), guidato da Joshua Nkomo. Poco dopo però fonderà, lo Zanu, l'Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe. Obiettivo comune ai due movimenti portare al governo del Paese la maggioranza nera. Ma l'identico scopo non sottrasse i due partiti dallo scontrarsi violentemente. Arrestato per dieci anni per attività ritenute eversive, Mugabe una volta uscito di galera si stabilisce nel vicino Mozambico, dal quale lancia attacchi con lo stile della guerriglia. La pressione militare e le sanzioni economiche portarono il regime di Ian Smith, leader della minoranza bianca che occupa lo Zimbabwe, a negoziare. Nel 1980 con la caduta di Smith, Mugabe sale al potere come vero partigiano e annuncia una politica di riconciliazione con la popolazione bianca, riconciliazione mai veramente perseguita.
Nei primi anni della gestione del suo potere Robert Mugabe ha avuto molto credito per le sue riforme sulla salute e sull'istruzione per la maggioranza nera, ma presto la situazione è peggiorata e l'epidemia da Hiv ha pesantemente colpito il Paese. Lo Zimbabwe è stato considerato una delle Nazioni più ricche dell'Africa, ma sotto la sua guida, ha avuto una pesantissima crisi economica. La sua politica di ridistribuzione delle terre dalla minoranza bianca ai neri è miseramente fallita. Almeno 4 mila proprietari terrieri sono stati costretti ad abbandonare i loro possedimenti, a causa di quello che è stato definito come un programma di risarcimento per le ingiustizie dell'era coloniale. Ma quello che poteva sembrare la voglia di ridare a Cesare quel che è di Cesare è finito per essere una spartizione tra i seguaci del leader. Il presidente crea un vero e proprio esercito di volontari per spaventare i discendenti dei coloni, che ancora detenevano la maggior parte della ricchezza del Paese. Ma le terre finiscono ai suoi amici e non alla popolazione stremata.
Nel 2008 Mugabe ha dovuto accettare di spartire il potere con Morgan Tsvangirai, primo ministro di un governo di unità nazionale. I due si sono trovati d'accordo sulla necessità di lavorare a una nuova costituzione che porti a libere elezioni. Tsvangirai è leader del Movimento per il Cambiamento Democratico, il principale partito politico d’opposizione. Militante dei diritti umani si è guadagnato appoggio e sostegno da vari paesi occidentali per la sua lotta per la libertà.
Considerato un nemico dall'Occidente per la sua politica contro i bianchi, Mugabe e i suoi seguaci sono banditi dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea. Rischierebbe l'arresto immediato se lasciasse lo Zimbabwe. L'immunità gli è consentita solo per gli appuntamenti delle Nazioni Unite.
Lo Zimbabwe vive una profonda crisi economica. La folle decisione di partecipare alla guerra nella Repubblica del Congo nel 1998 ha dissanguato il bilancio dello stato. Il programma di riforma agrario, caotico e violento, ha ulteriormente peggiorato il settore agricolo, costringendo il Paese a importare beni di prima necessità. Fino all'anno scorso la Banca dello Zimbabwe stampava moneta per sostenere lo spaventoso buco di bilancio, causando una iper inflazione. Il governo di unità nazionale ha portato a qualche riforma, come l'eliminazione del dollaro zimbabwese e la rimozione del controllo dei prezzi. L'economia per la prima volta in dieci anni è tornata a crescere, ma occorrono nuove riforme. Ci sono 500 mila adulti malati di Hiv. Due milioni non mangiano. Il tasso di disoccupazione raggiunge il 95%.
Ora Mugabe è indubbiamente al tramonto della sua carriera politica, non fosse altro per la sua età avanzata, ma il suo partito è sconvolto da guerra intestine per scegliere il successore, lasciando che lo Zimbabwe sia guidato da un uomo ormai debole per intraprendere qualsiasi sfida. Il matrimonio obbligato con Tsvangirai è pieno di tensioni sulla gestione del potere e sulle riforme, che sarebbero ossigeno per il Paese.
di Francesco Bianco
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Amnesty International lancia l'allarme diritti umani nel giorno dell'Indipendenza. Centinaia di migliaia di persone vittime di violazioni dei diritti umani. Molti anche coloro per i quali libertà e dignità rimangono un sogno. Amnesty International ha pubblicato delle immagini esclusive sugli effetti degli sgomberi di massa del 2005, eseguiti nell'ambito dell'operazione Murambatsvina. Le immagini, che ritraggono la vita delle persone che vivono in insediamenti costruiti nelle periferie di Harare dopo gli sgomberi forzati, mostrano la loro battaglia quotidiana per la sopravvivenza, sotto un governo che sembra non voler prendere in considerazione le passate violazioni dei diritti umani e le loro conseguenze. Le vittime dell'operazione Murambatsvina non sono i soli che continuano a vedersi negata la giustizia. Migliaia di vittime delle violazioni dei diritti umani sponsorizzate dallo stato, da quelle degli anni Ottanta a Matabeleland alle violenze elettorali del 2008, stanno ancora aspettando giustizia, 30 anni dopo l'indipendenza.


