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Milano
Allegra, pacifica, energica la manifestazione dei 'nuovi e vecchi milanesi'. Al di là dei numeri, una bella pagina di democrazia
C'era da aspettarselo. Quella del primo marzo a Milano è stata soprattutto una giornata di mobilitazione e di visibilità. Per la prima volta italiani e stranieri sono usciti dalle loro case, dagli uffici, dalle industrie, dai magazzini, dalle scuole per esprimere la loro protesta verso ogni forma di discriminazione. In piazza tutti insieme per dire che gli immigrati sono prima di tutto persone e non 'macchine da lavoro' da spremere fino all'osso. Per ribadire che oltre ai doveri ci sono i diritti, diritti fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione e troppo spesso violati. Per dimostrare che dietro ai lavoratori che ogni giorno contribuiscono alla crescita dell'economia italiana, ci sono uomini e donne, con storie di migrazione faticosissime e a volte dolorose. Dal palco mobile di piazza della Scala, davanti al municipio, si sono alternate voci di stranieri, che hanno rivendicato le proprie origini e i propri obiettivi, con interventi di italiani, sindacalisti, insegnati, studenti e altro ancora.
Da parte immigrata, quello che si percepiva con una certa evidenza era la soddisfazione, persino la gioia di poter dire oggi siamo qua, ci prendiamo lo spazio e il tempo per manifestare il nostro dissenso e lottare insieme a voi italiani per una causa di civiltà. Per questo il primo marzo è stato un successo e dobbiamo ringraziare chi ha avuto il merito di organizzare un'iniziativa del genere e tutti coloro che vi hanno partecipato. I numeri non cambiano il senso di questa giornata. Eravamo forse in 500 a sfilare per le vie del centro in mattinata, sicuramente diverse migliaia in piazza del Duomo verso sera. Molti gli stranieri in sciopero, soprattutto latinoamericani e africani, operai, meccanici, educatori, segretarie, infermieri e badanti. La stragrande maggioranza degli asiatici ha iniziato a prendere parte alla manifestazione dopo il lavoro e ha raggiunto gli altri in piazza del Duomo.
L'accusa più forte quella contro il sistema politico e mediatico che criminalizza gli immigrati e riempie gli italiani di paura e ignoranza. La rivendicazione più forte quella di voler essere considerati prima di tutto persone con gli stessi diritti degli italiani.
Aurelio e Flores, marito e moglie peruviani, badante lui, colf lei, figli piccoli in Perù, in Italia da 3 anni e da 3 anni in nero: "Siamo qui per fare sentire la nostra voce al governo italiano che si è dimenticato di noi. Non siamo solo macchine da lavoro ma esseri umani, genitori, figli, sposi, proprio come voi.
Noi aspettiamo da 6 mesi il permesso di soggiorno. Abbiamo deciso di scioperare anche se i nostri datori di lavoro non erano d'accordo. - Così le cose non vanno; il nostro rapporto cambierà - ci hanno detto. Noi abbiamo comunque deciso di esserci".
Barra, operaio del Burkina Faso: "È da nove anni che sono in Italia e nonostante il mio diploma in informatica mi tocca fare l'operaio. Sono venuto qui per studiare. Mi sono iscritto a un corso di laurea per specializzarmi ma ho dovuto lasciare tutto per lavorare. Quanti italiani fanno gli operai pur avendo un diploma come il mio? E perché ci sono Paesi in cui dopo 5 anni di residenza hai diritto a chiedere la cittadinanza e io dopo 9 anni devo ancora fare i salti mortali per il rinnovo del permesso di soggiorno?".
Lucie e Mariana, amiche per la pelle. Del Kenya Lucie e dell'Ecuador Mariana. Casalinga con lavori saltuari, tra cui quello di promuovere il turismo nel suo Paese, la prima, manager di una società finanziaria la seconda: "Ci siamo conosciute a un corso di italiano per stranieri e da lì siamo diventate inseparabili. I nostri figli sono cresciuti insieme. Siamo qui perché vogliamo un'Italia più solidale, più progressista, più moderna. Un futuro migliore per i nostri figli e per tutti i bambini di origine straniera che meritano di essere accettati come gli altri".
Julias, kenyota, interperete per i giapponesi: "Sono in Italia da 1 anno e ancora aspetto il permesso di soggiorno. Sto seguendo un corso per imparare l'italiano e vorrei tanto aprire un'agenzia di viaggi".
Valerie, baby sitter, segretaria, commessa del Benin: "Sono arrivata 9 anni fa. Ero in vacanza ospite da uno zio. Fin lì tutto bene. Poi mi sono messa a lavorare e non è stato facile. Nel mio Paese ho studiato al liceo classico e pedagogia. Qui in Italia ho iniziato come baby sitter e domestica. Pulire e fare questi lavori pesanti non mi piaceva. In casa mia ero abituata ma lì si era in tanti e tutti parenti.
Sono qui per unire le mie forze a quelle degli altri. Per dire no all'ignoranza più che al razzismo".
Modif e Sara, amici marocchini, meccanico lui, educatrice lei: "Scioperiamo eccome. Abbiamo deciso di non andare al lavoro perché vogliamo che di noi immigrati venga data un'immagine diversa. La tv, i media in generale, sono pessimi in questo senso. Così come i politici. Gli italiani sono migliori di chi li rappresenta. Io, per esempio, ho un carissimo amico che vota Lega Nord eppure con me è bravissimo".
Maria e Nadia, mamma e figlia peruviane: "Siamo qui per dire basta alla discriminazione e per chiedere il permesso di soggiorno per gli immigrati schiavizzati di Rosarno. Io lavoro in una casa di cura. I miei datori di lavoro mi hanno capito e hanno appoggiato lo sciopero. Ho portato mia figlia perché è giusto che la nostra protesta arrivi anche nelle scuole".
Tante le donne immigrate oggi in piazza. Sono loro le più integrate secondo le analisi dei sociologi. Le prime ad imparare la lingua e a inserirsi nella società italiana. Le più disposte, insomma, a mettersi in gioco e a confrontarsi con persone di nazionalità diversa dalla loro. Da un gruppo di donne, italiane e straniere, è nata l'idea del primo marzo, qui come in Francia da dove parte l'iniziativa.
Qualcosa di nuovo si è respirato in città. Al Duomo verso sera, oltre la protesta pacifica di un gruppo di somali che chiedono asilo politico, prende piede la festa e si scatena una grande energia. Danze tribali scatenate, musica, giochi, artisti impegnati in diverse esibizioni, spremitura d'arance per tutti e alle 18.30 il lancio di palloncini gialli, colore simbolo della manifestazione. Un gruppo di giovani filippini assiste alla scena e commenta: "Abbiamo lavorato è vero, ma adesso siamo qua insieme a tutti gli altri e ci godiamo lo spettacolo".
di Ginevra Battistini
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