news
Italia
Poca partecipazione alla festa dei lavoratori nella cittadina calabrese. I sindacati non raccolgono l'entusiasmo degli abitanti mentre a lasciare il segno sono i magistrati
La manifestazione di Cgil, Cisl e Uil del Primo Maggio a Rosarno è stata un’altra passerella di politici e sindacalisti. La prima parata di star nazionali è stata il primo marzo per lo sciopero degli immigrati. In quell’occasione l’Arci nazionale aveva organizzato nella città calabrese una conferenza sul lavoro e gli immigrati senza coinvolgere né gli abitanti di Rosarno né chi nelle campagne ci lavora, cioè gli stranieri che, tuttavia, erano presenti in sala ma non hanno parlato dal palco. Lo stesso copione è stato ripetuto dai sindacati.
A dimostrazione che c’è qualcosa di questa realtà che non si capisce né a livello nazionale, né a livello internazionale, i rosarnesi e molti africani non hanno partecipato alla sfilata del Primo Maggio, né ai discorsi dal palco e neppure al concerto che ha concluso la giornata.
Probabilmente se il concertone nazionale, che annualmente si svolge a piazza San Giovanni a Roma, quest’anno lo si fosse spostato a Rosarno qualcuno forse avrebbe recepito un messaggio diverso. Insomma è stata un’occasione persa o l’ennesima dimostrazione della crisi dei sindacati italiani.
Eppure questo Primo Maggio doveva essere una data importante. Si sarebbe potuto sottolineare con più forza che i recenti arresti avvenuti a Rosarno e dintorni sono stati compiuti grazie alla fondamentale collaborazione degli africani, in molti casi sfruttati sul lavoro. Come del resto lo sono anche molti rosarnesi che stanno soffrendo la crisi economica forse più che in altre zone d’Italia.
Dietro al palco del concerto del Primo Maggio a Rosarno, alcuni marocchini, chiedendomi di restare anonimi, mi hanno detto che non vedono l’ora di ritornare nel loro Paese visto che ormai quello che guadagnano in Italia equivale a quanto prenderebbero in Marocco. Un parere condiviso anche da Ouseni Bance, cittadino del Burkina Faso (che vuol dire “il Paese degli uomini integri”). Ouseni vive a Rosarno da una decina d’anni ormai. Ha sempre vissuto in centro e non è arrivato con le solite carrette del mare ma con l’aereo. Lavora in un’azienda agricola di un rosarnese a Caulonia, uno dei cosiddetti “Comuni dell’accoglienza” che grazie agli stranieri ha risolto il problema dello spopolamento. “Qui a Rosarno mi trovo bene – ha detto – anche se c’è qualcuno che sbaglia. D’altronde è così in tutto il mondo.”
“Le indagini in questo territorio – dice il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, che conduce le inchieste sulle violenze del 7, 8 e 9 gennaio – sono sempre abbastanza difficili perché non è frequente avvalersi di testimonianze. In questo caso abbiamo avuto un aiuto proprio dalla collaborazione di alcuni degli extracomunitari che erano stati sottoposti a queste condizioni di sfruttamento”.
Un ruolo quindi determinante, sottolinea sempre Creazzo, per avviare le indagini che poi sono proseguite con intercettazioni, appostamenti e controlli. I risultati sono importanti. Il 26 aprile scorso le forze dell’ordine hanno emesso 31 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di persone accusate di sfruttamento della manodopera clandestina straniera e di truffe. Venti aziende e 200 terreni sono stati sequestrati per un valore di 10 milioni di euro. Queste sono inchieste che, se ce ne fosse ancora bisogno, dimostrano quanto forte sia la lotta in atto tra lo Stato e la criminalità organizzata.
Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia, è stato recentemente a Reggio Calabria dove ha inaugurato una strada intitolata a Gennaro Musella, imprenditore salernitano ucciso con un'autobomba il 3 maggio del 1982. In un incontro, Grasso ha raccontato che in una recente intercettazione alcuni boss lamentavano il fatto che ‘la gente è stanca’, notando che il rispetto aveva ceduto il posto alla paura. Appena due giorni dopo aver arrestato una trentina di persone tra Rosarno e Gioia Tauro, le forze dell’ordine procedevano ad altrettante custodie cautelari, 40, nei confronti della cosca Pesce, una delle più potenti della Calabria. Ancora da stabilire se e come le due inchieste siano legate tra loro e qual è il ruolo dell''ndrangheta nello sfruttamento della manodopera impiegata nei campi della piana di Gioia Tauro.
di Piervincenzo Canale
{ 0 Commenti }
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
“Tutti devono pagare le tasse. Pagare le tasse permette al governo di sviluppare il Paese”. Potrebbe sembrare che a parlare sia un primo ministro o un presidente di una repubblica. Invece è Sekou Njie. Originario del Gambia, 27 anni, sposato, padre di due figli, vive tra Rosarno e il resto d’Italia da meno di un anno. A margine di un recente incontro dei capi scout di tutta la regione riunitisi nella città calabrese per cercare di capire i problemi di quella realtà, Sekou ha raccontato ad Africanews.it, perché secondo lui bisogna denunciare chi non paga le tasse e invitare tutti a pagarle. “In Gambia ero un pescatore – ha detto – e pagavo le tasse per due barche. Un giorno ho litigato con alcuni amici, pescatori come me, che mi dicevano di non pagarle perché tanto erano soldi persi. Loro infatti avevano due barche come me, ma pagavano le tasse solo per un mezzo. Io ho detto loro che erano dei criminali, che le tasse servono al nostro governo per sviluppare il Paese e che è un dovere pagarle”. Gli incontri di Sekou con gli evasori non sono finiti in Gambia. “Arrivato a Rosarno – continua – il datore di lavoro ci ha detto: ‘se vedete i carabinieri voi dovete correre’. Io ho chiesto perché. E lui mi ha risposto che dovevo scappare. A quel punto mi sono girato verso i miei fratelli africani e ho detto loro in una delle nostre lingue che io non scappavo. Subito tutti gli altri si sono avvicinati e mi hanno chiesto perché. Io ho risposto: ‘quest’uomo è un criminale. Non paga le tasse. Per questo vuole che scappiamo. Io non scapperò.” Quando sono arrivati i carabinieri Sekou non è scappato e ai militari che chiedevano ‘perché’ ha risposto: “Io in Gambia ho detto ai miei amici che non pagavano le tasse che erano dei criminali. Qui in Italia, un italiano proprietario terriero mi ha detto che quando vi vedevo dovevo scappare. Forse è perché lui stesso non paga le tasse. Io non ho fatto niente di male. Lavoro e basta”. Accertata l’infrazione, qualche tempo dopo Sekou è stato avvicinato dallo stesso datore di lavoro. “Quando mi ha visto – continua Sekou – mi ha detto ‘tu non lavorare più’. Io ho chiesto perché e lui mi ha risposto che sono cattivo perché non sono scappato e ho parlato con i carabinieri. Gli ho risposto che è un criminale perché non paga le tasse al governo del suo Paese. Quelle tasse servono per lo sviluppo di tutta l’Italia”.