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Promessa mantenuta: ecco la seconda puntata delle elezioni regionali. L'analisi di altre 4 regioni sui temi caldi dell'immigrazione e dell'integrazione. Dopo Lombardia, Veneto, Piemonte, Toscana e Calabria, tocca ora a Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia

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Elezioni regionali. Dopo l'analisi di Lombardia, Veneto, Piemonte, Toscana e Calabria a confronto questa settimana altre 4 regioni, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia, per capire chi e come investe nell'immigrazione e nell'integrazione degli stranieri. La voce dei candidati e i loro programmi negli articoli di Ginevra Battistini, Chiara Semenzato, Livia Parisi, Jean Claude Mbede e Francesco Bianco. L'analisi del caso lombardo condotta da Michela dell'Amico in News Milano

 

EMILIA ROMAGNA di Chiara Semenzato e Ginevra Battistini


La regione resta saldamente nelle mani del suo presidente Vasco Errani, sostenuto dal centrosinistra, che si conferma per la terza volta con il 52,06% dei voti. La sua principale rivale Anna Maria Bernini del Pdl e Lega sìè infatti fermata al 36,72%.


Arrivano dall’Emilia Romagna le riflessioni più interessanti sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione raccolte dai candidati alle regionali e dai programmi elettorali. Qui la sfida si gioca principalmente tra Vasco Errani, candidato del centrosinistra e da 10 anni ormai alla guida della regione, e Anna Maria Bernini, in corsa per il centrodestra ed eletta nel 2008 alla Camera dei deputati tra le fila del PdL. Nei loro programmi non solo capitoli interi dedicati agli immigrati, ma vari riferimenti anche nelle sezioni dedicate alla casa, ai giovani e alla cultura. E forse non è un caso, dato che l’Emilia Romagna è tra le prime regioni italiane per presenza di immigrati: sono 467mila, secondo l’Istat, cioè il 10,7% della popolazione totale. Da sottolineare poi che sul territorio sono presenti molte famiglie ormai stabilizzate grazie all’arrivo delle donne e sono anche in aumento gli stranieri provenienti da fuori Europa con permessi di soggiorno lunghi.

Di cose in questa Regione sui temi a noi cari ne sono state fatte, eccome. Certo con due legislature alle spalle guidate da Vasco Errani il compito è senz’altro più facile rispetto a chi ha governato per meno tempo. Da segnalare però che in questo caso è evidente la volontà politica di intervenire per integrare gli stranieri nel tessuto economico e sociale della regione.
I provvedimenti presi. Andrea Stuppini, dirigente dell’Emilia Romagna responsabile per il servizio politiche per l'accoglienza e l'integrazione sociale, ci parla innanzitutto della legge regionale del 2004 che ha stabilito le linee guida in tema di immigrazione. “Legge – ci spiega – impugnata dal governo nel 2005 e sui cui si è espressa la Corte Costituzionale ribadendo che la Regione può legiferare in questo campo se le misure rientrano nelle politiche sociali come quelle finalizzate all'integrazione". Stesso caso, per intenderci della Regione Puglia (vedi il testo di Francesco Bianco).
Detto fatto. L’Emilia Romagna si è mossa in questa direzione mettendo a punto interventi strutturali. “Siamo usciti dalla logica dei progetti – sottolinea Stuppini – per cui una volta finito il progetto ed esauriti i fondi il servizio erogato non sparisce. Gli sportelli per gli immigrati, ad esempio, hanno aumentato le loro funzioni. Oltre alle informazioni per gli stranieri oggi danno indicazioni anche in merito alla lotta contro il razzismo e la xenofobia. Abbiamo dato stabilità insomma alle strutture già nate e avviate nell’ottica di un concetto molto caro al presidente Errani che è quello del welfare coeso e non separato”. I progetti migliori, in sostanza, sono stati trasformati in servizi permanenti.

Le risorse. “Nell’ultima amministrazione, tre milioni e mezzo all'anno – continua Stuppini – sono stati spesi per l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati che oggi secondo le previsioni dell’ultimo rapporto Istat, sono il 10,7% della popolazione”. Ma come sono state impiegate queste risorse? “Nell'attuazione dei due programmi triennali a favore degli stranieri (2006-2009 e 2009-2011). Gli ambiti sono quelli della casa, del lavoro, della tratta degli esseri umani, dei rifugiati politici, della scuola, ecc. Abbiamo però puntato l’attenzione su tre aspetti per noi fondamentali: l’alfabetizzazione, la mediazione e l’antidiscriminazione. Le persone che hanno usufruito dei corsi di italiano di livello A2 (quello medio alto ndr), per esempio, sono state 7.500. Per quanto riguarda la mediazione culturale, l’abbiamo concepita non soltanto per facilitare gli stranieri nell’accesso ai servizi ma anche per aiutare gli italiani che hanno a che fare con gli immigrati. E per risolvere i conflitti, per esempio, di tipo condominiale”. A parole, piccole cose ma si sa che tra vicini – indipendentemente dalla loro nazionalità – le liti possono essere furibonde.
Per il futuro Stuppini immagina di proseguire la strada intrapresa oramai 15 anni fa e di consolidare gli interventi di maggior successo. Tutto dipenderà dall'esito del voto che peraltro potrebbe contare anche del contributo dei 20mila “nuovi italiani” diventati cittadini nell'arco degli ultimi dieci anni.

Da concetti molto chiari parte anche Anna Maria Bernini, candidata del centrodestra. Fin dalla sua lettera di presentazione parla dell’immigrazione utile a bilanciare l’invecchiamento della popolazione, “con tutte le opportunità e tutti i rischi che l’immigrazione implica”, e della necessità di cambiare “perché il mondo cambia”. Il riferimento agli stranieri spunta anche nel capitolo dedicato alla casa dove gli immigrati sono inseriti, con le giovani coppie, gli anziani, le famiglie povere, nelle categorie più svantaggiate e a cui bisogna dare risposte sul problema degli alloggi.
Con un gioco di equilibrio, pur non parlando quasi mai direttamente di immigrati, Bernini lega le sue principali riflessioni al tema della sicurezza. Il contrasto alla criminalità e il controllo del territorio “non sono alternativi – si legge nel suo programma – rispetto alla necessità dell’integrazione, sono piuttosto complementari. Un’integrazione ordinata è nell’interesse di tutti, cominciando proprio dagli immigrati”. Nessun chiarimento su cosa significhi “integrazione ordinata” o su come si possa raggiungere. Tra i suoi impegni concreti, dunque, solo il legame stretto tra sicurezza e politiche dell’integrazione.
Non sfugge, però, tra le pagine della sua proposta elettorale un’ambiguità. Nel capitolo sulla sanità dedicato alle persone non autosufficienti si fa riferimento “alla maggiore regolarizzazione dell’assistenza privata attualmente erogata in forma irregolare e all’accreditamento e al controllo degli erogatori”. Senza malizia, sembra di scorgere qui un riferimento alle badanti che, nelle promesse di Anna Maria Bernini, potranno essere sostituite da assegni di cura alle famiglie e da voucher, sorta di buoni per prestazioni da spendere presso gli enti accreditati. Viene da chiedersi se questi provvedimenti basteranno alle famiglie della regione alle prese ogni giorno con un anziano non autosufficiente da gestire: già più di 30milale le domande arrivate dall’Emilia Romagna per la regolarizzazione di colf e badanti.

 

LAZIO di Jean Claude Mbede

 

Il testa a testa tra le due candidate alla fine ha visto prevalere Renata Polverini, sostenuta dal centrodestra, con il 51,14% delle preferenze contro il 48,32 raccolto da Emma Bonino che correva col centrosinistra.


Immigrazione. Parola da evitare per i candidati alle poltrona di presidente del Lazio, specie nel periodo pre-elettorale. Pena: restare incastrati tra le convinzioni personali e le linee politiche del partito che si rappresenta. Molto probabilmente, dunque, per gli stranieri che vivono in questa regione, i risultati delle prossime elezioni non cambieranno una virgola.
“Siamo delusi, non una parola sugli stranieri, eccetto che per definirli una minaccia per la sicurezza e l’occupazione”. Così parla Ahmed, 34 anni, originario del Burkina Faso che vive a Roma con la moglie e una figlia di 2 anni nata in Italia. È rifugiato politico e titolare di un master in scienze economiche che non gli serve a nulla: da tre anni è senza lavoro. I 700 euro che la moglie, badante, porta a casa, non bastano alla famiglia per pagare un affitto. E i tre sono costretti a vivere in un centro di prima accoglienza.
E la sua è una storia tra le tante, non troppo dissimile da quella degli altri immigrati del Lazio: sono oltre 450mila secondo l’ultimo Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni della Caritas. A questi vanno poi aggiunti circa altri 50mila in attesa di essere iscritti presso le anagrafi e un numero ancora più alto di persone registrate nel Lazio nel corso dello scorso anno, tra le quali oltre 36.600 colf e badanti che hanno presentato la domanda di regolarizzazione nel mese di settembre 2009. Provengono da ben 190 paesi diversi ma sono perlopiù filippini, romeni e polacchi. Rappresentano l’11% della popolazione immigrata in Italia, percentuale che piazza la regione tra le prime in Italia, se si esclude la Lombardia che ormai sfiora il milione di stranieri.

Occupata in gran parte dalla “guerre delle liste”, la campagna elettorale si è ridotta a poca cosa per le due candidate alla presidenza che non avanzano proposte concrete per il settore dell’immigrazione. Per Emma Bonino – appoggiata da Pd, Federazione della Sinistra, Verdi, Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà, Psi e lista Bonino Pannella – basta un solo slogan: “La nostra regione, come tutta l’Italia, non può vivere più senza il fenomeno dell'immigrazione, che anzi deve intensificarsi”. Ma, dietro le parole, poche le proposte concrete nel programma. Alle domande poste da Mixa il suo ufficio stampa non risponde ma la leader radicale, intervenendo ad una tavola rotonda con i giovani al Caffè letterario di via Ostiense, punta il dito contro il “mal governo e l’illegalità rampante” garantita dal sistema politico del centrodestra: “Bisogna mettere i datori di lavoro nelle condizioni di operare correttamente e gli immigrati in quelle di convenienza alla legalità”.
Per favorire l’emersione del lavoro nero infatti il programma della Bonino prevede la creazione di “una task-force regionale contro il caporalato ed un sistema di pronto soccorso e pronto intervento per gli immigrati costretti al lavoro nero”. Quanto al reato di clandestinità usa parole nette: “Pone la persona fuori dalla certezza del diritto e della pena, concetto ereditato dai grandi pensatori illuministi. Non si è colpevoli di un reato – conclude l’ex ministro per le Politiche Europee – ma di uno stato personale. E’ come rendere reato la povertà”.

Da parte sua, la candidata del Popolo della Libertà Renata Polverini – appoggiata anche dall’Udc, l’Udeur, il Popolo della Vita, La Destra, l’Alleanza di Centro e la lista Liberal di Sgarbi – non nega le difficili condizioni di vita degli immigrati in Italia. Ma risolvere i loro problemi per lei non è neanche una priorità. L’importante è ricordare loro che “prima di chiedere, devono rispettare le leggi” della Regione.
La deputata Beatrice Lorenzin, portavoce del comitato elettorale dell’ex leader dell’Ugl, spende qualche parola in più nel corso del nostro colloquio. “L’integrazione non è un’assimilazione culturale, occorre permettere a quelli che rispettano le leggi di vivere con gli stessi diritti degli italiani” spiega, forte dei suoi dieci anni di esperienza come consigliere comunale a Roma dei quali ricorda l’aiuto dato ai rifugiati iraniani. Proprio dei rifugiati parla la Polverini, annunciando di voler costruire degli alberghi sociali. In pratica dei quartieri moderni che ospiteranno case popolari… Sperando non si tratti di nuovi Residence Bravetta!

 

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CAMPANIA di Chiara Semenzato

 

Come nelle attese della vigilia il centrodestra ha conquistato con una larga maggioranza la regione. Il suo candidato Stefano Caldoro ha convinto il 54,25%, contro il 43,04 di Vincenzo De Luca del centrosinistra.


Con 147mila immigrati residenti al primo gennaio 2010, secondo le ultime stime dell’Istat pubblicate a febbraio, la Campania è la regione del Sud Italia con la presenza più alta di stranieri: sono solo il 2,5% della popolazione totale, ma rappresentano quasi la metà degli immigrati che vivono nel Mezzogiorno, isole escluse. È per questo, forse, che i candidati alla presidenza della Regione dei due principali schieramenti hanno dedicato al fenomeno un’attenzione particolare.
A differenza di quanto successo per altri territori, ad esempio, Stefano Caldoro, in corsa per il centrodestra, ha dedicato un intero capitolo del suo programma all’immigrazione e all’integrazione. Il suo rivale, Vincenzo De Luca, sostenuto dal centrosinistra, ha addirittura inserito nella sua campagna elettorale come punto di forza l’incontro con la comunità di senegalesi di Caserta. In entrambi i casi, a dire il vero, non molte le proposte concrete. Innegabile però l’attenzione a questi temi.

Caldoro mette subito le cose in chiaro: per affrontare i problemi relativi agli immigrati bisogna mettere insieme la prospettiva della cittadinanza e quella del lavoro: “I loro diritti – si legge nel programma – non possono essere artificiosamente slegati dai loro doveri, a partire da quello di contribuire al benessere sociale attraverso un’attività lavorativa, senza la quale sono trasformati in assistiti, alimentando un senso di alienazione e disperazione”. Innanzitutto lavoro, dunque, senza però spiegare quali proposte concrete possano realizzare quest’idea. Caldoro punta anche su un’assunzione diretta di responsabilità da parte degli stranieri, “che non si devono illudere di avere garantita una protezione sociale che poi potrebbe non realizzarsi”.
Conoscenza della lingua e della cultura italiana, rispetto dei valori fondanti dello Stato e osservanza delle leggi, i requisiti che gli immigrati devono avere per “una sana inclusione sociale, senza ambiguità e moralismi”. Scattano qui le proposte più concrete, anche se declinate solo con un elenco: lavoro sui centri di accoglienza, costituzione di un’unità mobile di strada, potenziamento del servizio dei mediatori culturali, sostegno all’integrazione scolastica dei minori stranieri.
Da segnalare per Stefano Caldoro anche un’idea specifica, un unicum non riscontrato finora nei programmi analizzati, neppure delle altre regioni: la questione immigrati va affrontata in modo diversificato. “Questa è una categoria inadeguata – si legge ancora nella proposta elettorale – perché comprende uomini provenienti dall’Est e donne dei Paesi islamici, minori non accompagnati e persone in cerca d’asilo, gruppi difficilmente permeabili e altri che spontaneamente tendono a mescolarsi”. Etnie e questioni diverse, quindi, per cui vanno trovate soluzioni ad hoc.

Sfogliando il programma di Vincenzo De Luca, si resta delusi: solo poche righe, infatti, sono dedicate all’immigrazione e all’integrazione dal candidato del centrosinistra. E per di più inserite nel capitolo sicurezza. “Riqualificazione urbana e politiche per la sicurezza devono viaggiare insieme – si legge nella proposta elettorale – così come va affermata l’assoluta compatibilità di una solidale cultura dell’accoglienza con il rigoroso rispetto delle regole di convivenza civile. Integrazione e sicurezza non solo non sono alternative, ma possono crescere insieme in modo virtuoso”.
Buoni propositi che restano tali se non vengono meglio specificati. Per farlo De Luca ha scelto di incontrare il 26 febbraio scorso la comunità senegalese di Caserta, in occasione delle celebrazioni per la nascita del profeta Maometto. Un incontro in cui il candidato ha parlato ancora di rispetto delle leggi, “che valgono per tutti – ha specificato rivolto ai senegalesi – non solo per voi”, e di non violenza come principio assoluto. “Avete diritto di professare la vostra fede – ha spiegato De Luca – ma nessun equivoco sul fatto che le religioni non devono essere usate a fini di guerra”.
Prima dei principi, però, gli impegni più concreti. “Dobbiamo fare di più – ha detto ancora il candidato del centrosinistra – per garantire a voi condizioni di vita più civili, non solo nel lavoro”. E per farlo, secondo De Luca, bisogna favorire i ricongiungimenti familiari e aiutare i figli degli immigrati a frequentare le scuole italiane. “Vi darò una mano – ha concluso – questo è un impegno che assumo con voi”. Come per gli altri, Mixa verificherà se una volta eletto De Luca manterrà questo impegno.

 

PUGLIA di Francesco Bianco

 

Nichi Vendola, sostenuto dal centrosinistra, si conferma per la seconda volta consecutiva il presidente della Regione con il 48,9% delle preferenze, contro il 42,1 del candidato del centrodestra Rocco Palese. Adriana Poli Bortone, sostenuta dall'Udc e dal Mpa, si è fermata all'8,7%.


Sono tre i principali sfidanti in Puglia alla poltrona di Governatore. L'attuale presidente Nichi Vendola, dopo aver vinto di nuovo le primarie, corre per la sinistra. Il suo contendente del centro destra è Rocco Palese, mentre la senatrice Adriana Poli Bortone corre per l'Udc e il Mpa.


Nichi Vendola è tra i governatori che più si sono occupati dei temi dell'immigrazione e dell'integrazione in Italia. Nei suoi primi 5 anni di governo ha preso provvedimenti importanti per gli stranieri e questo nonostante la Puglia non sia tra le regioni a più alto tasso di immigrazione. Secondo gli ultimi dati Istat sono infatti 83 mila gli stranieri residenti su 4 milioni 83 mila cittadini totali, cioè appena il 2 per cento. Una scelta però lungimirante: il 20% di loro ha infatti meno di 17 anni, il 47,2% meno di 40. L'età media è di 32,6 anni, contro i 41,8 degli italiani. La popolazione straniera è dunque molto giovane, spesso si tratta di figli di immigrati nati qui o arrivati in età prescolare. Quindi l'intervento, se dovesse proseguire, assicurerà una più facile integrazione.

Il più importante provvedimento preso è un disegno di legge 'per l'accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati in Puglia'. Oltre a prevedere l’Osservatorio regionale per l’immigrazione e la Consulta regionale per l’integrazione degli immigrati, il testo si occupa dell'assistenza per le vittime di tratta, violenza e schiavitù, dei servizi di mediazione culturale e interculturale, norme in materia di assistenza sanitaria, di istruzione e formazione professionale, di inserimento lavorativo e di interventi abitativi. Vengono adottati gli standard dei cosiddetti 'alberghi diffusi' per gli immigrati, in via di sperimentazione in provincia di Foggia e utilizzati soprattutto dagli immigrati impiegati nei campi agricoli. Per quanto riguarda il diritto alla salute dei cittadini stranieri, è stabilito che in Puglia le aziende sanitarie siano tenute a rendere concretamente fruibili per i cittadini stranieri non iscritti al servizio sanitario regionale, anche con opportuni progetti di informazione, utilizzando i mediatori culturali, tutte le prestazioni previste. Può godere di questa legge il cittadino extracomunitario e gli apolidi con il permesso di soggiorno.

Il governo è però ricorso alla Corte Costituzionale contro le norme per l'accoglienza che estendevano alcuni servizi agli stranieri senza permesso di soggiorno. Secondo Roma regolare l'immigrazione è compito esclusivo dello Stato e non delle Regioni. L'assessore ai Servizi Sociali della Puglia, Elena Gentile ci annuncia però l'assoluta volontà di difendere a tutti i costi il testo di legge.

Altro provvedimento importante è il 'Progetto Credito e Inclusione', rivolto in realtà a tutte le persone in difficoltà, ma espressamente aperto anche agli stranieri. L'intervento vuole garantire la possibilità di ottenere un prestito bancario nonostante bassi salari, poche garanzie e mancanza di una storia di credito. Il metodo usato è assolutamente innovativo: certificare l’affidabilità creditizia di un cittadino attraverso il puntuale pagamento delle bollette, a cominciare da quelle dell’Acquedotto Pugliese, ma anche del gas, dell’elettricità, del telefono.
Sarebbe troppo difficile, infatti, per queste categorie di persone dare garanzie sufficienti per ottenere un finanziamento. Potranno parteciparvi i giovani di età inferiore ai trent’anni (in Puglia sono 700 mila), gli immigrati in Italia da almeno un anno, oltre ai giovani imprenditori e tutti i pugliesi che pur avendo già contratto prestiti desiderano incrementare l’accesso al credito. In pratica se sei stato un buon pagatore dei crediti che la Regione vantava nei tuoi confronti, è la stessa Regione a farsi garante del tuo prestito.
Per l’Assessore alla Solidarietà, Elena Gentile “l’esclusione dal mercato del credito per questo segmento della popolazione oltre a condurre i soggetti deboli nei circuiti dell’usura costituisce un freno allo sviluppo familiare e professionale, che accentua l’emarginazione per soggetti già svantaggiati. In questo senso la Regione, facilitando l’accesso al credito, può contribuire concretamente ad una maggiore coesione e integrazione sociale oltre che alla crescita del territorio”.

Il Popolo della Libertà candida Rocco Palese. Abbiamo tentato più volte di intervistarlo, ma non è stato possibile. Il suo programma elettorale è lungamente incentrato sulla sanità, la centralità della famiglia e sullo sfruttamento turistico della regione. Per trovare qualche impegno verso gli stranieri bisogna arrivare al capitolo 'Inclusione sociale'. Nelle intenzioni del candidato di centro destra occorre promuovere quello che viene chiamato il 'welfare delle opportunità' mediante progetti per la prevenzione ed il contrasto al disagio sociale anche a valenza culturale, a favore dei giovani, delle donne, degli anziani e degli immigrati. E' l'unico accenno agli stranieri in 22 pagine di programma. Nessuna segnalazione neanche nel capitolo dedicato all'agricoltura neppure per i molti immigrati che lavorano in condizioni 'drammatiche' (parole delle Nazioni Unite) nelle campagne pugliesi. Dal Comitato elettorale ci spiegano che "l'immigrazione è una materia di esclusiva competenza statale".

L'Udc e il Movimento per le Autonomia candidano invece la senatrice Adriana Poli Bortone, che usa lo slogan 'orgogliosamente terrona'. Ci mettiamo a spulciare anche il suo ricchissimo programma elettorale. L'immigrazione compare quasi subito: la Poli Bortone definisce "un valore l'accoglienza degli immigrati (con il principio di precauzione, che non ci è stato spiegato però) e il loro inserimento sociale, favorendo la coesione con la popolazione locale. Sottolineata anche l'importanza della rimozione degli ostacoli, di ordine enico, religioso e culturale, che impediscono lo sviluppo delle tematiche legate all'immigrazione. Peccato che nelle altre 20 pagine di programma elettorale gli stranieri non vengano nemmeno citati. Anche la Poli Bortone, nel lungo capitolo dedicato all'agricoltura, non fa alcun cenno alla emersione dal 'lavoro nero' né alla condizione degli immigrati che lavorano nelle campagne pugliesi.

 

LOMBARDIA di Michela Dell'Amico

 

Per la quarta volta consecutiva sarà Roberto Formigoni a guidare la presidenza della regione. Il governatore, sostenuto dal centrodestra, ha convinto il 56,10% degli elettori. Il candidato del centrosinistra Filippo Penati non è riuscito ad andare oltre il 33,27%.

 

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VENETO di Chiara Semenzato

 

Trionfo leghista: il suo candidato, appoggiato anche dal Pdl, Luca Zaia ha vinto con il 60,15% delle preferenze. Il suo principale rivale Giuseppe Bortolussi, sostenuto dal centrosinistra, non è andato oltre il 29,07%.


Il Veneto è la terza regione d’Italia per consistenza del fenomeno migratorio. Secondo le ultime stime dell’Istat, sono 489mila gli stranieri residenti in questa terra, il 9,9% della popolazione totale. A regolare gli interventi della Regione sull’immigrazione una legge approvata nel 1990 che disciplina le strutture d’accoglienza, le misure sociali e sanitarie, la possibilità per gli stranieri di accedere alle case popolari. Tra gli strumenti operativi: la Consulta, per pareri e proposte, il registro delle associazioni che lavorano con i migranti, un tavolo di confronto con le parti sociali, l’osservatorio per dati e ricerche.
Consistenti le risorse destinate al settore dalla giunta di centrodestra guidata da Giancarlo Galan: il Veneto per gli immigrati ha speso più di 25 milioni di euro in 5 anni. Una cifra simile a quella sborsata per musei, biblioteche, archivi. I fondi maggiori – dai due ai tre milioni di euro all’anno – sono stati destinati all’integrazione, alla scuola e alla formazione: in pratica  corsi di lingua ed educazione civica, iniziative a tutela della sicurezza sui posti di lavoro, formazione di operatori e di mediatori culturali.
Al presidente Galan il merito di essersi spesso schierato dalla parte degli immigrati, da lui definiti “i nuovi veneti”, di aver rispedito al mittente alcune proposte leghiste, come la tassa sui permessi di soggiorno. Tanti però anche i temi non affrontati: la lotta al lavoro nero e alle imprese che sfruttano gli irregolari, il diritto di cittadinanza o quello di voto. Tutti argomenti che avremmo voluto affrontare con l’assessore uscente ai flussi migratori, Oscar De Bona che, dopo averci promesso un’intervista, si è fatto più volte negare al telefono. Peccato.

 

Ora in Veneto, in caso di vittoria del centrodestra, il testimone della Regione passerà al leghista Luca Zaia. Pochi i riferimenti nel suo programma ai temi dell’immigrazione e dell’integrazione, ma non può sfuggire la continua priorità data “al nostro territorio”, “alla nostra gente”, “ai nostri giovani”. Ecco alcune sue dichiarazioni in campagna elettorale.

 

Vicenza, 27 febbraio. “I cinesi producono schifezze e ora se ne sono accorti tutti. E attenzione: federalismo non significa razzismo. Non abbiamo nulla contro gli immigrati che sono nella nostra regione da anni e lavorano, ma quelli che sono arrivati da poco e chiedono e basta, non ci vanno bene. Ricordiamoci che i migranti nel Veneto producono il 5% del prodotto interno lordo”.
11 marzo, le origini cristiane del popolo veneto nello statuto. “Nella Serenissima convivevano genti e territori diversi e, fra loro, la struttura connettiva fu proprio il cristianesimo. Ciò non impedì l'autonomia della vita politica e civile della Serenissima”.
13 marzo, dopo che un oste trevigiano ha vietato l'ingresso nel suo locale a chi indossa burqa e niqab. “Siamo convinti che un'integrazione reale possa realizzarsi solo a partire dal pieno rispetto delle nostre tradizioni giuridiche, sociali e culturali. Essere riconoscibili è un dovere di ogni cittadino italiano: che lo sia anche per quanti scelgono di venire a vivere qui. Città come Treviso si distinguono come modello ed esempio di integrazione riuscita”.

 

Passano invece attraverso le misure per il lavoro, l’equilibrio tra diritti e doveri, la cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia, le politiche sull’immigrazione di Giuseppe Bortolussi, già segretario della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, e oggi candidato del centrosinistra alla presidenza del Veneto. Bortolussi fa subito chiarezza: ammette senza pudori di non avere idea di quante risorse possano servire per questi temi e non rinnega il lavoro fin qui svolto sul territorio. “In Veneto – spiega – l’integrazione ha fatto grandi passi avanti, nonostante la Lega. Merito del volontariato, dell’associazionismo, delle parrocchie. E merito soprattutto del lavoro”.
E allora è proprio da qui che si deve partire. “È grazie al lavoro – aggiunge – che gli immigrati si integrano nella società, imparano la lingua. Quindi bisogna battere su questo tasto e poi fare partecipare gli immigrati alla vita sociale”. Questo per lui significa: figli che vanno a scuola, confronto di piccoli e grandi con i residenti, il no assoluto ai ghetti.
“Costruire un equilibrio tra doveri e diritti” è tra le priorità del programma di Bortolussi. Ma come si costruisce questo equilibrio? “Servono punti fermi – risponde il candidato – le regole valgono per tutti. Conoscenza e rispetto delle leggi sono condizione essenziale per una buona convivenza. Sono, ad esempio, per la cittadinanza dei figli degli immigrati residenti. La legge è assurda: un immigrato deve aspettare dieci anni per avere la cittadinanza, il figlio, nato qui, aspetta fino a 18 anni. È un’assurdità giuridica che va sanata”.
È ottimista, Bortolussi, sulla percezione degli immigrati da parte dei veneti. “C’è molta più accoglienza e integrazione – spiega – di quello che si possa pensare. La paura dell’immigrato o l’accostamento alla delinquenza sono spesso cavalcati ad arte per ragioni politiche”. Tra i suoi punti fermi la lotta alla delinquenza “sia italiana sia straniera – conclude – ma le soluzioni proposte, le ronde o il poliziotto di quartiere, sono miseramente fallite”. Idee chiare, dunque. Ma per un po’ di concretezza in più bisognerà aspettare l’eventuale elezione.

 

PIEMONTE di Matteo Zola e Matteo Acmé

 

Anche in questa regione è la Lega a portare un suo candidato alla presidenza. Roberto Cota, sostenuto anche dal Pdl, ha vinto di un soffio contro la governatrice uscente, Mercedes Bresso, appoggiata anche dall'Udc, oltre che dal centrosinistra. Cota è stato scelto dal 47,32% degli elettori, contro il 46,90 della Bresso.


Via libera a norme specifiche, reperimento di risorse adeguate, investimenti sulla conoscenza reciproca. Questi i passi che già si sono fatti in Piemonte sul fronte dell’integrazione degli immigrati durante la presidenza di Mercedes Bresso per il centrosinistra. “Un buon successo – spiega l’assessore regionale uscente all’immigrazione Teresa Angela Migliasso – è l’approvazione all’unanimità, con la sola astensione della Lega, del Piano triennale che per la materia definisce poteri e attività”. Non solo: la Giunta ha incassato anche il sì alla legge sull’integrazione che ha cambiato l’impianto istituzionale della norma precedente, risalente al 1989. Ora saranno le province ad avere la responsabilità dei singoli progetti e dei fondi per attuarli, con il coinvolgimento in fase progettuale di associazioni ed enti privati.
Ma i fondi da dove vengono? “Dallo Stato non arrivano soldi da due anni – sottolinea Migliasso – c’è stato un taglio di 100 milioni di euro per le politiche sull’immigrazione”. Quindi la Regione sopperisce con fondi propri: nonostante la sanità si mangi circa l’80% delle risorse, in due anni in Piemonte sono tirati fuori 7 milioni e mezzo di euro per immigrazione e integrazione. Con questi soldi sono stati, ad esempio, riattivati due capitoli di bilancio, spariti dal 2000, a favore del popolo zingaro, per combattere l’evasione scolastica e l’assistenza delle donne nella gestazione e nel parto.
“I nomadi non sono visti di buon occhio – spiega l’assessore – ma bisogna avere il coraggio di fare scelte di umanità, anche se si possono rivelare poco utili al momento del voto. Non possiamo lasciare che la Lega faccia manifesti elettorali vergognosi, dove lo straniero è rappresentato in modo negativo e caricaturale. Tanto simile all’ebreo sporco e col nasone di tempi che speriamo non tornino più”.
Questione centrale in Piemonte, il lavoro. Gli stranieri residenti sono 381mila, l’8,6% della popolazione totale. Più del 10% a Torino. E contribuiscono al 10,6% del Pil regionale. Ma, con la crisi, sono anche i primi a essere licenziati e gli ultimi a essere assunti. “Per loro – dice Migliasso – perdere il lavoro significa anche perdere i requisiti di soggiorno. Possono precipitare all’improvviso nella clandestinità. Persone che fino al giorno prima lavoravano ed erano perfettamente integrate si trovano a fare i conti con la marginalità”. Per questo la Giunta ha ampliato la cassa integrazione in deroga a tutte le categorie di lavoratori, stranieri compresi. In concreto, però, la Regione non può far molto. “Bisognerebbe cambiare quella legge crudele che è la Bossi-Fini” aggiunge l’assessore.
No, infine, all’equivalenza tra clandestino e criminale, sì agli investimenti nella conoscenza reciproca con corsi a cui partecipano migliaia di studenti e di adulti, soprattutto donne, finanziati dalla Regione. Con favore è stato visto anche il recente sciopero degli immigrati. “Un atto simbolico importantissimo – conclude Migliasso – penso alla seconda generazione: è una crudeltà che chi è nato in Italia non sia cittadino”.

Per quanto riguarda i prossimi cinque anni, in caso di rielezione, Migliasso non si sbilancia: "Non possiamo sapere adesso cosa faremo di preciso, né quanti fondi riusciremo a stanziare. Finché la nuova giunta non si insedierà, non si può sapere. È ovvio che proseguiremo sulla linea tenuta finora, valutando caso per caso le problematiche che si presenteranno".

 

Prima i nostri. Inizia così il programma del leghista Roberto Cota, candidato per il centrodestra alla presidenza del Piemonte. Prima i nostri nell’assegnazione di case popolari, asili e servizi. Mario Carossa, esponente del Carroccio a Torino, candidato alla poltrona di consigliere regionale, non si nasconde: “Non ci vergogniamo a sostenerlo: riteniamo che questo sia un dovere di chi si presta ad amministrare una regione, ma certo non vogliamo buttare a mare nessuno”.
A parità di condizioni, figli, reddito e tasse pagate, dunque, la Lega darebbe la precedenza agli italiani pur rischiando di entrare in contrasto con le normative europee. Secondo il candidato bisognerebbe trovare meccanismi adatti per stabilire le precedenze: “L’immigrazione non è ben regolata – dice – e in Italia non può esserci spazio per tutti. Se, ad esempio, in un alloggio c’è una camera libera, posso ospitare due o tre persone, non cinquanta, perché altrimenti stanno male loro e buttano fuori di casa me”.
Resta da capire se la stanza Italia sia davvero così piccola. Carossa pensa che con la crisi si sia ancora ristretta: “L’integrazione – spiega – si raggiunge quando gli stranieri hanno una casa e un lavoro ma con i tempi che corrono è sempre più difficile”. In Piemonte la Lega vorrebbe dividere il reddito in base al numero dei componenti della famiglia per avere più sgravi fiscali e per far restare i soldi nelle tasche dei piemontesi. Non è chiaro, però, che effetto avrebbe per gli immigrati regolari il principio di “prima i nostri” nell’applicazione di questa misura.
Altro punto forte della Lega, la sicurezza. “Nessuna equazione immigrato uguale delinquenza – assicura Carossa – ma ci sono situazioni balorde che vanno stangate”. Due i modi per farlo: mettere in rete le polizie municipali per contrastare la piccola criminalità e sequestrare gli immobili di chi sfrutta gli stranieri in condizioni disagiate, magari facendone vivere gruppi numerosi in mansarde minuscole.
Il candidato leghista sposa invece un’altra equazione, quella fra criminalità e irregolarità. “Una situazione – dice – che fa spesso cadere gli immigrati nella ragnatela della delinquenza”. E allora perché non favorire la regolarizzazione, per di più dal momento che il 64% degli irregolari in Italia lo è “di ritorno”, cioè a causa di un permesso di soggiorno scaduto? “Mancano le risorse – spiega l’esponente del Carroccio – e se vuotassimo il bicchiere degli irregolari, questo si riempirebbe di nuovo immediatamente”.
C’è però anche chi si avvantaggia e sfrutta in nero il lavoro di chi non è in regola, come succede ad esempio nei cantieri edili. “Servono controlli più mirati – conclude Carossa – e si deve colpire l’impresario che sfrutta il lavoro nero. Bisogna controllarli e quindi stangarli per avere più importi sottoforma di tasse, più sicurezza sul lavoro e meno incidenza sulla spesa sanitaria regionale”.

 

TOSCANA di Vladimir Pineiro Rodriguez


Resta saldamente nelle mani del centrosinistra la presidenza della regione. Enrico Rossi, ex assessore alla Sanità della giunta Martini, ha vinto con il 59,3% delle preferenze. La sua principale rivale Monica Faenzi, sostenuta dal centrodestra, non è andata oltre il 34,7%.

 

Centri di espulsione. Pari dignità agli stranieri. Diritto di voto ai residenti. Ma anche “umani rimpatri” per gli immigrati. Sono questi i temi legati all'immigrazione e all'integrazione su cui si dibatte in Toscana durante la campagna elettorale per le regionali di fine marzo. Il no ai Cie arriva direttamente dal candidato alla presidenza del centrosinistra e attuale assessore alla sanità Enrico Rossi: “Sono inefficaci – spiega nel suo programma – e non sono in grado di tutelare i diritti umani. Meglio piccoli centri di aiuto per la regolarizzazione amministrativa, gestiti in collaborazione con il volontariato”. 
La Toscana, con i suoi 347 mila stranieri residenti (il 9,1% della popolazione), può contare su una legge regionale – la 29 del 2009 – che promuove azioni per potenziare i servizi territoriali e le strutture sanitarie anche per chi è sprovvisto di permesso di soggiorno. Alla base, insomma, l’idea di “una cittadinanza sociale riconosciuta a prescindere dalla condizione giuridica”.
 A illustrare il programma del centrosinistra è uno degli stranieri in lista. Thierry Abdon Avi, di origine ivoriana, è in Italia dal ’91, proprietario a Firenze di un centro di grafica. Corre con l’Italia dei Valori perché, a differenza di quanto avvenuto in passato, lo ha accolto “senza chiedere alcun referente”; vuole essere parte attiva della regione che “ha fatto tanto per lui” e considera l’integrazione frutto di un processo di crescita reciproca. 
Per questo appoggia l’idea della creazione di una “Consulta multiculturale”, tavolo di confronto ma anche organo consultivo che potrà disporre di fondi specifici. “Una delle maggiori carenze in Italia sul diritto di asilo – aggiunge Abdon Avi – è la lentezza dei tempi di regolarizzazione. A livello regionale potrebbe essere fatto molto spostando gli adempimenti della questura ai comuni”. Al centrosinistra si contrappone Monica Faenzi, attuale deputata e candidata della coalizione formata da PdL e Lega Nord. Nel suo programma, tra le misure legate alla sicurezza, la creazione di uno o più Cie “destinati – si legge – al trattenimento e all’espulsione dei cittadini extracomunitari irregolari e non a svolgere la funzione di piccoli uffici di collocamento per clandestini”. Se da un lato la candidata sostiene che “tutti, senza esclusioni, hanno diritto a vivere, studiare, lavorare in Toscana”, dall’altro subordina il diritto di cittadinanza al rispetto delle leggi dello Stato. In contrasto, dunque, con quanto stabilito dalla legge regionale.
 Sulla stessa linea anche l’UDC. Il candidato, il parlamentare Francesco Bosi, pur rivendicando pari dignità agli stranieri, giustifica l’istituzione dei Cie e parla di un “maggior tasso di criminalità attribuito ai cittadini stranieri per la privazione di mezzi di sostentamento”. Dato in contraddizione con l’ultimo dossier Caritas Migrantes che riporta un tasso di criminalità quasi equamente diviso tra stranieri e italiani.
 Totalmente diversi i presupposti da cui partono i radicali. “Il problema dell'immigrazione irregolare – spiega Donatella Poretti – sta nelle regole che impediscono la regolarizzazione”. “Guardare all'immigrazione con paura da parte di chi amministra – aggiunge – è miope e dannoso. Le società si evolvono con gli scambi culturali, altrimenti muoiono”. Nessun dubbio anche su un altro tema importante, quello del diritto di voto. “Per i residenti – spiega – dovrebbe essere consentito senza limiti. Sono cittadini che pagano le tasse e devono poter scegliere chi preferiscono”. 
Nonostante l’istituzione delle ronde e l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, la Toscana sul suo territorio ha cercato finora di invertire la rotta dettata dal governo. Forse per questo il partito con meno incidenza nella intenzione di voto è oggi Forza Nuova. La proposta è esplicita: blocco dell’immigrazione e avvio di un “umano rimpatrio” per gli immigrati extracomunitari fino alla terza generazione. Una proposta che si commenta da sola.

 

CALABRIA di Piervincenzo Canale

 

E' Giuseppe Scoppelliti, sostenuto da Pdl e Udc, il nuovo presidente della Regione con il 58,1% dei voti. Il governatore uscente, appoggiato dal centrosinistra, Agazio Loiero si è fermato al 32.

 

Un cittadino italiano di origine straniera che leggesse i programmi elettorali dei due maggiori schieramenti e dei due rispettivi candidati, Giuseppe Scopelliti per il PDL e Agazio Loiero, presidente uscente della Giunta di centrosinistra, avrebbe l’impressione di far parte di una sparuta minoranza. Eppure, secondo i dati aggiornati al 2009 dall'Istat sulla popolazione residente, i cittadini stranieri nelle cinque province sono 58.775.


Nei programmi elettorali del centrodestra e del centrosinistra quasi non c’è traccia di parole come 'immigrazione', 'nuovi cittadini italiani', 'residenti stranieri'. L’unica eccezione, anche se non è un punto programmatico per la futura azione di governo della Regione, la si rintraccia nella brochure di Loiero intitolata “Le cose fatte”. Nel primo capitolo si fa cenno alla realtà di Stignano, Riace e Caulonia. Tre comuni calabresi che hanno avviato diversi anni fa un programma del ministero dell’Interno chiamato SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) che prevede l’accoglienza dei cittadini stranieri che abitano e lavorano in questi paesi a forte rischio di spopolamento. Molto enfatizzato il film “Il volo” del regista Win Wenders su queste realtà dell’accoglienza in Calabria. “Abbiamo portato – ci ha detto Loiero al telefono – prima in Giunta e poi in Consiglio la legge sull’immigrazione. Devo dire con soddisfazione che abbiamo chiesto i voti del centrodestra e questi non sono mancati. La Calabria ha una legge sull’immigrazione all’avanguardia”. Una legge, secondo l’associazione La Kasbah di Cosenza, non del tutto adeguata. “Questa legge – dice Francesco Noto dell’associazione cosentina – non è stata fatta per la maggioranza degli immigrati ma riguarda solo i richiedenti asilo e i rifugiati. Nessun accenno a chi ha il permesso di soggiorno”.


Nel programma del candidato del PDL, Scopelliti, l’unico possibile riferimento all’immigrazione è contenuto in una paginetta della sua brochure che sintetizza il programma elettorale. “Rispetto ed uguaglianza per una Calabria più giusta” è scritto. “Nel sistema economico e sociale calabrese esistono ancora forti discriminazioni e disuguaglianze. Crediamo sia indispensabile valorizzare le capacità dei singoli soggetti, ponendo al centro l’attenzione al capitale umano, promuovendo una cultura sociale più equa”.


In provincia di Reggio Calabria sono tre i candidati di origine straniera: Yordanka Perez proveniente da L’Avana e Chain Yolanda Ines Olazabal da Puno in Perù e Bokkory Soodevi originaria di Mauritius, residente in provincia di Cosenza.

di Chiara Semenzato

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La scheda

Saranno quasi 41 milioni 300mila gli italiani chiamati a votare il 28 e 29 marzo per le elezioni amministrative. Alle urne i cittadini di 13 regioni – Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria – per scegliere il loro nuovo presidente e i consiglieri. Voto amministrativo anche in 4 province – Imperia, L’Aquila, Viterbo e Caserta – e in 463 comuni, di cui 9 capoluoghi di provincia come Mantova, Venezia, Macerata, Vibo Valentia.


I seggi resteranno aperti dalle 8 alle 22 di domenica 28 marzo e dalle 7 alle 15 di lunedì 29 marzo. Lo spoglio delle schede per le regionali comincerà subito dopo la chiusura delle urne. Per le elezioni provinciali e comunali, in caso di ballottaggio, si tornerà al voto domenica 11 e lunedì 12 aprile.


Scheda verde per il voto regionale. Tante le possibilità dell’elettore per esprimere le proprie preferenze: potrà tracciare, ad esempio, un segno sulla lista provinciale e il voto sarà attribuito anche alla lista regionale collegata. Oppure esprimere un unico voto per una delle liste regionali e per il suo capolista, tralasciando la lista provinciale a cui non sarà attribuita la preferenza. Gli elettori però potranno anche esprimere un voto disgiunto: scegliere cioè una lista provinciale e una lista regionale non collegata.
Indicazioni, queste, che valgono per tutte le regioni tranne Toscana, Marche, Campania, Puglia e Calabria dove le modalità di voto sono disciplinate dalle rispettive leggi regionali.
Scheda gialla per la provincia e azzurra per il comune: anche in queste due elezioni vale il voto disgiunto.


Ai seggi saranno richiesti all’elettore un documento di identità valido e la propria tessera elettorale personale. Chi l’avesse smarrita potrà richiederne il duplicato agli uffici comunali che resteranno aperti anche domenica 28 e lunedì 29 marzo, per tutta la durata delle operazioni di voto.

Dal sito del Ministero dell’Interno il fac-simile della scheda verde per le regionali