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“Gli stranieri vanno in Africa per affogare i loro dispiaceri, gli stranieri vanno in Africa per vivere meglio in Europa, gli stranieri vanno in Africa ma non ci arrivano mai”. Sono versi del poeta camerunense Teodoro Ndjock Ngana, mediatore culturale che vive da anni a Roma e che ha aperto nei giorni scorsi nella capitale la presentazione del rapporto “Africa- Italia. Scenari migratori”. Una ricerca realizzata dal Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes e da diversi rappresentanti di organizzazioni italiane e africane durante un viaggio di studio a Capo Verde, nel febbraio scorso.

 

Parole toccanti, quelle pronunciate da Ngana in lingua basaa e poi tradotte in italiano, accompagnate dallo djembe, un grande bongo suonato con le mani, di Stephen Stanely Okey Emejuru, mediatore culturale nigeriano presente da trent’anni nel nostro Paese, che ha esclamato: “Finalmente sono gli africani a parlare di Africa!”. Una sottolineatura non scontata, visto che nel dossier sono presenti diversi contributi di autori africani e che durante il suo lancio sono intervenuti proprio alcuni africani per raccontare in prima persona a che punto è l’integrazione delle loro comunità in Italia.

 

“Un percorso talvolta frenato da pregiudizi, discriminazioni e dall’uso di alcune parole intrise di razzismo – ha notato Stephen – come negro e marocchino”. Senza dimenticare – osserva il Rapporto – “la diffusione di situazioni di sfruttamento lavorativo, evidenziato dalle tante Rosarno del nostro Paese: Villa Literno, San Nicola Varco, la piana di Sibari-Metaponto, le campagne di Foggia e altre località pugliesi, Ragusa, S. Croce Camerina, le campagne del basso Lazio, per citarne alcune”.

 

Circa un milione gli africani presenti in Italia all’inizio del 2009: il 22,4% sul totale degli immigrati, quasi la metà proveniente dal Marocco. Persone, però, che non stanno confinate solo in questi ghetti: circa 500mila lavorano come dipendenti (soprattutto nell’industria, che risente della crisi economica), mentre 61.323 sono titolari di un’azienda – in primis nel commercio – pari a un terzo di tutti gli imprenditori stranieri nel nostro Paese. Complessivamente, marocchini e tunisini, egiziani e senegalesi, nigeriani e ghanesi – con altre presenze africane – restano concentrati nel 66,3% dei casi in 4 regioni: Lombardia (29%), Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. Regioni dove trovano occupazione e mettono su famiglia: nel 2008 sono stati celebrati 6.130 matrimoni con almeno un coniuge di cittadinanza africana; nello stesso anno si contano quasi 25mila nati, mentre i minorenni superano quota 200mila.

 

Sugli stereotipi, sono gli stessi africani in Italia a dire basta: bisogna smettere di considerarli come poveri da aiutare, in un’ottica di assistenzialismo. Al contrario: chiedono di essere considerati “una ricchezza, innanzitutto umana” come auspica don Denis Kibangu Malonda, congolese di nascita e italiano di adozione da 22 anni. Responsabile dell’Ufficio Migrantes (fondazione della Conferenza episcopale italiana) della diocesi di Tivoli, alle porte della capitale, il sacerdote è coordinatore nazionale dei cappellani delle comunità cattoliche africane di lingua francese sparse nella penisola. “Alcuni giorni fa sono venuti con me in una parrocchia cinque africani per animare la messa: hanno suscitato la partecipazione di tutti i fedeli” racconta don Denis, convinto che sia importante “valorizzare la religiosità intrinseca degli africani: pur provenendo da un continente vasto con un ampio intreccio di popoli ed etnie, è l’anima comune a fare unità”.

di L.Bad. (21 luglio)

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