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Europa
L'Unione europea va all'attacco sul tema dei ricongiungimenti familiari. Da una parte la Commissione vuole vederci chiaro sulle frodi e sui matrimoni falsi, dall'altra intende indagare sulle limitazioni strumentali e sulle richieste eccessive da parte degli Stati membri.
La commissaria Ue agli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, ha lanciato una consultazione pubblica dal titolo “la vita familiare, un diritto anche per i migranti, come garantirlo?”. Un diritto che, secondo Bruxelles, non viene pienamente esercitato in Europa per la tendenza di alcuni Stati membri a strumentalizzare gli abusi aumentando gli ostacoli alla ricostruzione di una famiglia da parte degli immigrati.
La Malmstrom ha sottolineato che "il raggruppamento familiare consente ai migranti di avere una vita familiare e contribuisce alla loro integrazione nella società”. Questo perlomeno è l'obiettivo della direttiva europea 86 del 2003. Ma ci sono ancora troppi ostacoli che si frappongono alla sua piena realizzazione.
I dati del resto parlano chiaro: nel 2000 la metà dell'immigrazione legale era costituita da persone che facevano domanda per il ricongiungimento familiare. Nel 2010 si è scesi a un terzo. La percentuale diminuisce ancora fino al 21%, se si prendono in considerazione le persone che hanno avuto il permesso di soggiorno grazie alla direttiva 2003/86, in totale 500 mila. Di questo mezzo milione di permessi rilasciati nel 2010, la parte del leone la fa l'Italia, con 160.020 ricongiungimenti, quindi la Gran Bretagna, 103.187, e la Spagna, 89.905.
Molto scesi i numeri in Francia. Se all'inizio del decennio era tra i Paesi in testa, ora è agli ultimi posti tra i "grandi" a causa della legge voluta dall'allora ministro dell'Interno, Nicholas Sarkozy. Stessa situazione in Olanda, la prima Nazione in Europa a imporre un test per valutare il livello “di integrazione”, una via prevista dalla norma comunitaria, ma imboccata con fin troppo zelo da parte di qualche Paese.
di Red (16 novembre 2011)
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La direttiva Ue del 2003 concede ai parenti stretti di un cittadino extracomunitario residente in maniera regolare nella Ue da un minimo di un anno e con “la prospettiva fondata di ottenere un permesso di soggiorno permanente” di ricongiungersi a lui, ricostituendo il nucleo familiare. Gli Stati membri possono esigere che delle altre condizioni siano imposte, come quella di disporre di risorse sufficienti per tutti, di un'abitazione adeguata, di un'assicurazione malattia e, questo è il punto spesso conflittivo, di sottomettere i nuovi arrivati a delle “misure di integrazione”. Più in concreto Bruxelles vuole chiarire alcuni aspetti concreti della direttiva. In primo luogo a chi va applicata la norma (come considerare il nucleo familiare, se stretto o allargato o cosa fare in casi critici, come i matrimoni forzati) e quindi le condizioni imposte per concedere il raggruppamento (chiarire le “misure di integrazione” che gli Stati possono applicare e definire quali favoriscono realmente l'integrazione e quali sono solo degli ostacoli al raggruppamento). Infine come prevenire eventuali frodi o matrimoni di compiacenza e come tenere giustamente in considerazione l'interesse superiore dei bambini.