Li accoglie nella sua comunità, li ascolta, stabilisce con loro un percorso da compiere, li educa, li accompagna per un tratto di strada. Ne conosce storie, emozioni, soddisfazioni. Ne intuisce rabbia e frustrazioni. Ogni giorno ha a che fare con loro e con i loro coetanei italiani bisognosi di aiuto: Lamberto Bertolè, infatti, è il presidente della cooperativa sociale Arimo, che opera nel pavese e che ospita adolescenti in difficoltà, ragazzi e ragazze, italiani e stranieri. Tra loro anche i nostri invisibili, i minori non accompagnati.
Lamberto ci tiene a fare subito chiarezza, a sgombrare il campo da dubbi. “Devo fare subito una premessa perché le parole sono importanti. Bisogna sfatare un mito: questi non sono minori non accompagnati, non sono persone che viaggiano, non sono andati via da soli. Sono ragazzi abbandonati, cacciati dalle famiglie con un mandato, caricati di tante aspettative”.
Sottovalutare questo aspetto cosa comporta?
“Questi ragazzi hanno l’aspetto di chi è cresciuto in fretta, di chi ha bisogno solo di un lavoro o del permesso di soggiorno. In realtà sono persone che hanno un nodo fortissimo da sciogliere: il loro enigma affettivo da risolvere è l’abbandono della famiglia. Soffrono questa distanza. A uno di loro, ad esempio, tempo fa abbiamo proposto di andare a vivere a pochi metri dalla comunità, in un appartamento al di là del cortile. Da lui un secco no: ci diceva che attraversare quel cortile era ogni volta come riattraversare il Mediterraneo”.
Come si affrontano allora le storie di questi ragazzi?
“Abbiamo a che fare con una sorta di rielaborazione di un lutto: chi si occupa di loro coglie bene il primo aspetto, quello più superficiale del lavoro da trovare o del permesso di soggiorno da ottenere. Si pensa non abbiano bisogno di educatori perché hanno fatto molta più esperienza dei loro coetanei italiani, perché si sanno muovere, perché hanno più pelo sullo stomaco. E allora si trascura il secondo aspetto, quello educativo: con questi ragazzi bisogna avere un ruolo educativo forte e dare un supporto psicologico. Loro hanno il diritto e il dovere di crescere”.
Quali sono le questioni più importanti da affrontare?
“Sicuramente il rapporto con la famiglia. Ad un certo punto il ragazzo deve fare delle scelte, centrare il suo percorso su di sè e non sulla famiglia d’origine. Anche se quel rapporto va recuperato, risanato, ripulito. A volte non è facile: quando i figli cominciano a lavorare, i genitori si rifanno vivi con richieste continue di denaro. Per loro è difficile rispondere: spesso sperano che un sì serva e recuperare il legame”.
Come si svolge la loro vita in comunità?
“C’è un primo periodo di un paio di mesi in cui il ragazzo si inserisce nella comunità e costruisce con noi il suo progetto educativo. Quindi comincia a frequentare attività di formazione o di inserimento lavorativo, stage, tirocini, scuole professionali. Al di là di questo, il minore da un lato affronta colloqui educativi individuali, dall’altro si impegna nella vita di gruppo, nel rapporto con i coetanei, nella socialità rivolta anche all’esterno, ad esempio alle attività del territorio”.
Che risultati si riescono a ottenere?
“I ragazzi stanno qui in media un anno e mezzo o due. Se si lavora bene, cambiano. Si riesce a scardinare la superficie. Il percorso è lungo, non lineare, ricco di alti e bassi, di passi avanti ma anche indietro. Spesso, quando si avvicina la fine, loro si spaventano, hanno paura. Ma pochissimi abbandonano: hanno le idee chiare, sanno che se vogliono integrarsi, se vogliono il permesso di soggiorno, devono passare per la vita di questa comunità”.
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