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Intervista a Maida Ziarati, mediatrice culturale iraniana

Emancipazione delle ragazze figlie di immigrati, conflitti culturali e generazionali. Problemi che si possono risolvere più facilmente di quel che si pensa con una sana e costante mediazione culturale. Parola di un'esperta del settore.

 

Cosa pensa di questo fenomeno?


Ho partecipato a moltissimi incontri sul tema dell’adolescenza immigrata, e tutti i giorni entro a contatto con famiglie alle prese con giovani adolescenti. Devo dire che a mio parere il problema non è così radicale. Mi spiego meglio: moltissime volte è stato sufficiente per noi parlare con le famiglie, dar loro un supporto, un aiuto a capire. In molti casi mi sono trovata di fronte a ragazze che, dopo la terza media, volevano continuare gli studi. Il padre però si opponeva, aveva paura per la propria figlia. È stato sufficiente un piccolo aiuto da parte di un referente della stessa comunità, rassicurarlo sul fatto che l’ambiente della scuola è un ambiente protetto, che la religione non sarà compromessa e il muro – che sembrava invalicabile – di colpo cade. A volte ho accompagnato delle madri a scuola, per farle rendere conto da vicino, ed è stato sufficiente a convincerle. Sapessi in quanti continuano gli studi con queste poche rassicurazioni fatte nel modo giusto.


Quanto è diffuso il conflitto tra genitori immigrati e figli nati in Italia?


Beh, molto. Senza dubbio i figli sviluppano una cultura superiore ai genitori, vanno a scuola, hanno strumenti diversi da quelli che hanno avuto loro. E risulta poi difficile, ad esempio, assorbire la religione allo stesso modo. Quindi capita spessissimo che le ragazze escano di casa col velo e poi lo tolgano sull’autobus. Qui il problema ha due facce. Da un lato, è assolutamente ingiusto e contrario ai precetti religiosi imporre il foulard a una giovane donna. Dall’altro, andando a scuola o uscendo con gli amici, spesso queste ragazzine trovano un clima durissimo nei confronti di quello che viene percepito come un simbolo arcaico e religioso. Battutine, commenti che spesso arrivano direttamente dagli insegnanti, che ignorano quanto il loro comportamento possa dividere la coscienza di queste giovani donne e tormentarle, specialmente in un periodo delicato come è l’adolescenza.


Quindi, ancora una volta, un problema di mancanza di politiche?


Sì, non mi stancherò mai di ripetere che la politica italiana è volta all’assimilazione, non all’integrazione. Si vuole che gli immigrati si uniformino al modo di vivere italiano, da subito, velocemente, quindi, ad esempio, niente più velo. Si pretendono sempre cambiamenti drastici. Ma – come dico sempre – nell’integrazione è fondamentale prima di tutto il rispetto, che deve essere reciproco. Una ragazza che non si trova accettata dalla società perché porta il velo radicalizza il problema, si sente diversa e sola, e rompe con la famiglia. Io dico che bisogna stare molto attenti a non generalizzare il problema da un lato, e che senza dubbio è necessario ampliare il lavoro di noi mediatori, che ogni giorno lavoriamo con loro e conosciamo bene i loro problemi. Spesso per risolverli basta un sereno dialogo.

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