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Intervista al filosofo Carlo Sini

Città che cambia, si trasforma, progredisce o regredisce a seconda dei punti di vista. Di certo per interpretare il nostro presente, tumultuoso e a volte molto duro, è utile rivolgersi alle menti illuminate, a chi ha fatto del pensiero e della riflessione il proprio mestiere.  Per questo abbiamo interpellato Carlo Sini, professore di filosofia teoretica della Statale, e con lui abbiamo discusso di sistema, cultura e politica puntando l'attenzione sulla sua Milano. 

A proposito del sorpasso degli stranieri sui milanesi Sini si mostra piuttosto scettico "il futuro - spiega - non è dominabile dalla visione del presente, non è un processo meccanico. Si tratta di una profezia, potrebbe avverarsi ma potrebbe accadere anche il contrario. Situazioni e influenze inimmaginabili possono modificare il corso degli eventi. Anche a Torino negli anni '50, si stimava che gli immigrati meridionali avrebbero superato i torinesi. Non è andata così. Tutto dipenderà dalle ragioni economiche". 

Il problema di un' immigrazione massiccia e in crescita resta comunque no? "Senz'altro ed è importante saperla governare. Lo sguardo più importante appunto è quello rivolto all'economia. Non c'è integrazione se non c'è calcolo economico tra chi è qui e chi viene, se non c'è una sana programmazione, se la politica è latitante insomma. Il punto non è se vogliamo o meno gli immigrati, si tratta di capire che cosa vengono a fare, la loro presenza deve essere funzionale a chi sta qui, all'economia del territorio. Oggi va già molto bene tant'è che se davvero scioperassero, come è giusto che sia, ci renderemmo conto della loro funzione determinante per la nostra società. Il problema è che non hanno strumenti giuridici e politici ma per fortuna iniziano ad avere coscienza del loro ruolo fondamentale di lavoratori. Non si può pensare che gli stranieri siano schiavi e che la politica non faccia niente; bisogna imporre ai datori di lavoro il rispetto delle regole. Ci vuole una forte volontà politica, gli uomini vanno amministrati e organizzati, altrimenti arriva la violenza". 


E sul futuro di Milano e della sua capacità di accogliere e integrare gli stranieri è ottimista o pessimista? "Se i politici continuano ad essere così sprovveduti e si lascia che ognuno pensi per sé si rischia il peggio. Bisogna intervenire con una politica intelligente e colta, affrontare le diversità, smetterla con i provvedimenti generici come quello molto discutibile sulla percentuale di stranieri nelle scuole. Immigrato è una grande astrazione dietro la quale ci sono nazionalità e culture diverse. Il pericolo che più mi spaventa e quello di ghettizzare gli stranieri e di spingerli noi verso la criminalità.


Crede che Milano abbia le capacità per reagire alla 'tentazione xenofoba'? "Alla mia città mi lega un amore profondissimo ma ho anche una grandissima preoccupazione rispetto a un declino che mi sembra inarrestabile. La politica ormai da anni si è separata dalla cultura e si è concentrata tutta sull'immagine, sul consumismo e sugli affari. Si è persa la sensibilità e la voglia di partecipare alla questione pubblica. Non si hanno più reazioni morali, nemmeno davanti a una politica mascalzona... Si governa e basta e Milano lascia fare." 


Di che cosa ci sarebbe bisogno per evitare l'esclusione degli stranieri? "Di un assessorato preciso, che si occupi solo di immigrazione, e che sia legato all'università, alle facoltà di storia, lingue, ecc. In modo da studiare il fenomeno e fornire ai politici gli strumenti utili per governarlo ".


Che immagine ha della Milano multietnica dei prossimi decenni? "Un mio amico, Moni Ovadia, dice che la sera a Milano se vuoi vedere un essere umano trovi solo extracomunitari. E' proprio così e la città ne deve tenere conto, anche l'urbanistica. Quindi in futuro mi immagino nuovi luoghi di aggregazione.

 

Abbiamo raccolto moltissime storie da cui emerge una carica e una voglia di migliorarsi simile a quella degli italiani degli anni '50 "Per forza. Sono migliori perché non possono permettersi di essere peggiori. Come i ragazzi poveri che studiano. Gli indiani ad esempio sono i primi al mondo in matematica. Questi un giorno ci mangeranno tutti. I nostri figli e nipoti se li troveranno davanti, molti di loro saranno più bravi e occuperanno i posti migliori. Saranno loro un giorno a difendere Milano perché avranno diretto interesse a farlo".

 

Intervista collegata a:
Milano 2048, il sorpasso

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