La storia a puntate di Angela, giornalista 30 enne, baby sitter e tanto altro ancora. Dal Perù a Milano per iniziare sola una vita nuova.
5.45 del mattino... ero sul balcone, immobile, con lo sguardo fisso e la respirazione lievemente accelerata. Un grosso strato di neve aveva coperto tutto quanto i miei occhi neri riuscivano a vedere. La città era bianca, tutta bianca, così affascinante come nelle cartoline che qualche volta avevo ammirato quando ero ancora nel mio Paese, dove la temperatura è quasi sempre calda.
Mai avevo visto nevicare fino a quel gennaio a Milano e non vedevo l’ora di chiamare i miei e raccontare loro quell’avvenimento che forse mai avrebbero avuto occasione di sperimentare. Ero proprio emozionata! Avevo attraversato l’Atlantico, poco tempo fa, e quel piccolo momento di magia della natura rendeva felice la mia nuova vita.
Il suono della sveglia tagliò i miei pensieri, avvolti in quella festa bianca e mattutina, e mi ricordò che facevo tardi per andare al lavoro. Nell’appartamento affittato eravamo talmente tanti che riuscire a dormire bene era proprio una fortuna, perciò di solito mi svegliavo prima. Mi bastavano 5 o 6 ore di sonno per riprendermi. Avevo già preso quest’abitudine in Perú dove si deve lavorare parecchio per tentare di avere uno stipendio più o meno dignitoso. Ecco perché dormire qualche ora in più mi sembrava proprio un lusso.
Tuttavia era buio e come tutte le mattine, alle 6.30 circa, ero già sulla strada diretta al lavoro. Sui mezzi pubblici mi sarei incontrata con tanti altri stranieri che, come me, sono i primi a popolare la città, sempre di corsa per sfruttare al massimo il tempo lavorativo, mettere qualche soldo di parte e - prima o poi - tornare alla propria terra. Nel mio caso, avevo deciso di rimanere in Italia per inseguire le mie aspettative, anche se raggiungerle fosse davvero dura. Più di quanto immaginavo.
Almeno, quella mattina, la nevicata mi aveva fatto dimenticare il freddo invernale che feriva le miei mani sottoposte ad un lavoro più pesante e completamente diverso a quello che svolgevo in Perù dove facevo la giornalista.
Qualcuno in giro mi aveva detto che i lavori che solitamente fanno gli immigrati, come la domestica, la baby sitter, il personale di servizio, il pony express e tanti altri sono attività 'umili', forse perché la maggioranza degli italiani non vogliono più farli. Ma, in quel momento, ero tanto assorta dallo spettacolo bianco della neve che quelle parole, un tempo per me svalutanti, ora avevano acquistato un significato diverso: la mia sfida personale.
Ricordavo il mio arrivo in Italia, sei mesi prima, quando ero piena di aspettative. Il mio spirito avventuriero, tipico dei giornalisti, mi aveva spinto a tentare una nuova strada per conoscere una cultura diversa. L’idea di rimanere in una sola città, nello stesso contesto, mi annoiava un po’, per cui avevo deciso di trasferirmi, anche se nel mio Paese mi trovavo bene, tra la mia carriera, la famiglia e gli amici.
Forse la mia motivazione era ben diversa rispetto a quella di altri immigrati che erano stati praticamente obbligati a lasciare il proprio Paese, asfissiati dai loro problemi economici e stanchi della mancanza di opportunità lavorative. La migrazione ha tante cause; per me era un’esperienza da provare.
Alla fine, peró, sapevo che per alcuni italiani tutti gli stranieri sono nella stessa condizione, quella di essere extracomunitari, avanzi della propria terra. Avevo sentito dire loro... 'razza di terza categoria' e per la prima volta avevo capito il concetto di discriminazione. L’avevo sentito sulla mia pelle.
di Angela Roig Pinto, illustrazioni di Francesca Sassoli